Bohdan Czeszko (1923-1988), prosatore, pubblicista, sceneggiatore polacco

7 Nov

 

Bohdan Czeszko

Bohdan Czeszko

 

   Il quarto racconto che pubblico oggi, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988) è di Bohdan Czeszko e s’intitola

 

                                                       Il girasole

                                                                                      A Henryk Tomaszewski

 

Ormai non uscivo quasi più di casa per timore di rimanere ucciso. Alloggiavo in via Krzywe Koło in un locale disabitato al primo piano. Il proprietario dell’appartamento aveva lasciato la città con la famiglia, nella primavera del 1944. Era una vecchia casa. Attorno al cortiletto, all’altezza del primo piano, correva un ballatoio di legno ingombro di roba vecchia degli inquilini. C’erano gabbie di uccelli arrugginite, piante secche in vasi con la terra che sembrava cenere, sedie a sdraio senza più la tela, sedie zoppe, una carrozzina. Vi regnava sempre, anche in piena estate, un fresco umido, e il fondo del cortiletto odorava di erba infracidita. L’interno era quello di un appartamento del secolo scorso. Nell’ingresso c’era un portaombrelli di ferro con la vaschetta zincata per l’acqua; le pesanti tende erano allacciate con cordoni di seta. Immaginavo come i penetranti odori invadessero l’interno degli armadi e dei comò. Aveva cura dei mobili la nuova padrona di casa, – la signora Zofia, – una donna alta, dignitosa e ancora bella nell’autunno della vita. Girava in pantofole di peluche e parlava solo se era assolutamente necessario. Non ho mai visto nei suoi smorti occhi azzurri, con cui mi fissava insistentemente, un barlume d’interesse per la mia esistenza. Mi risparmiava di uscire in strada per comprarmi qualcosa da mangiare, e di questo le ero grato.

Il tempo si vagliava attraverso me veloce come attraverso uno staccio. Lavoravo molto, dovevo terminare una serie di xilografie per le illustrazioni delle Memorie di Jan Chryzostom Pasek. Di recente avevo consegnato una cartella di disegni per gli scritti di Rej a un editore che comprava opere grafiche investendo in esse i guadagni del traffico di valuta e di oro. Mi sfruttava, – oggi lo so, – ma non gli servì comunque a niente, perché ogni cosa finì in cenere durante l’insurrezione. Ero sopravvissuto all’inverno e all’inizio della primavera del ’44. Ero stato due volte contro il muro con le mani sulla testa. In qualche modo mi aveva salvato la protesi e la buona conoscenza del tedesco. Da allora evitavo di uscire in strada. Si può forse fuggire, avendo al posto di una gamba sana un rigido troncone, allacciato al corpo con le cinghie?

I miei nervi, malgrado il lavoro regolare, non si calmavano. Mi tormentava la paura durante le incursioni notturne degli aerei sovietici. Scendevo in cantina, perché i vicini non mi prendessero per un ebreo che si nascondeva. Temevo la divisa blu della polizia. Ma scendevo anche perché le massicce volte di pietra delle fondamenta e la compagnia della gente mi ispiravano fiducia. Malgrado questo però, considerando bene le cose, non nutrivo alcuna speranza. Per colmo di sventura, da un certo istante mi accorsi di avere il terrore dello spazio. Quando di sera mi decidevo a uscire, mi accadeva di trattenermi davanti a una vetrina. Osservavo i libri e le vecchie stampe che tanto amavo, e poi non potevo staccare la mano dalla grata che proteggeva il vetro. Il sudore mi inondava il corpo. Superando con un grande sforzo di volontà la paura feroce, mi staccavo dalla grata che mi sembrava come l’ultima ancora di salvezza. Quando, dunque, di notte sommavo tutto questo e consideravo bene le cose, non nutrivo alcuna speranza di poter resistere.

All’inizio di giugno andai dal barbiere. Da molti anni mi tagliavo i capelli in quella bottega angusta e piena di fumo di tabacco. Una bomba l’aveva risparmiata, colpendo la casa accanto, e tra le macerie crescevano ora le erbacce e i sottili germogli degli arbusti.

Con sollievo, dopo la strada percorsa, mi accomodai sulla poltrona e sottoposi la testa alle forbici, e le orecchie a un torrente di parole. Il buon signor Józef, com’è antica abitudine dei barbieri, cicalava incessantemente e caoticamente. Tesseva una bizzarra trama di storielle e di notizie radiofoniche gonfiate, e ridacchiando sussurrava: «Buona, eh?» ogni volta che finiva la frase. Ascoltavo, oliava i miei poveri nervi. Pensavo: «Solo una vecchia abitudine m’impone di tagliarmi i capelli e di radermi la gola, benché non nutra – considerando bene le cose – alcuna speranza di poter resistere».

In quel momento nella bottega entrò un ragazzino. Poteva avere forse otto anni e il suo aspetto indicava la miseria più nera. Portava una specie di sandali ricavati da un copertone e allacciati con lo spago. Aveva indosso pantaloni di tela di sacco e un giubbetto militare, probabilmente ungherese, che cadeva a brandelli. Nelle mani tese in avanti stringeva un barattolo vuoto.

– Cosa vuoi? – borbottò il signor Józef. – Il venerdì diamo…

– Volevo un po’ d’acqua – disse il ragazzino tendendo ancora di più il barattolo.

– Prendila, il rubinetto è nell’angolo – disse il signor Józef e seguì il ragazzino con lo sguardo, finché non uscì facendo risonare il campanello alla porta.

– Rubano anche con gli occhi – disse.

Scrollai la testa. In effetti, quel ragazzino ormai doveva infischiarsene di tutto. Un istante dopo entrò di nuovo, annunciato dal tenue, cristallino scampanellio.

– Vorrei ancora un po’ d’acqua.

Riempì il barattolo e reggendolo cautamente, fissando l’ondeggiante superficie del liquido, uscì per tornare di nuovo un minuto dopo. Il leggero suono del campanello non mi innervosiva anzi, al contrario, mi calmava, proprio come la luce dorata del sole al tramonto, che filtrava attraverso la vetrina con la scritta esageratamente tortuosa: «arongis e omou rep ereihccurraP».

– Ancora acqua? Ma che ci fai con tutta quest’acqua? Non che mi dispiaccia, ma a che ti serve? – disse il signor Józef.

– Hanno rubato la chiave dell’idrante – disse il piccolo. – Il portiere dice: «L’hai rubata tu», e non vuole darmi l’acqua. A che mi serve la chiave… Ho piantato tra le macerie cinque girasoli. Sono cresciuti. Bisogna annaffiarli.

Quelle parole portarono d’un tratto calore e allegria all’interno della bottega. Il signor Józef sorridendo allungò una mano per prendere lo spruzzatore con l’acqua di colonia e scotendo la testa si mise ad osservare il piccolo che riempiva il barattolo. Si sorrisero. Uscendo il ragazzino si fermò vicino alla mia poltrona e sporse la faccia guardando negli occhi il signor Józef che mi spruzzava la testa.

– Anche a me, per favore – pregò alzando ancora di più il naso.

Il signor Józef schiacciò più volte la pompetta dello spruzzatore, avvolgendo la testa del ragazzino in una nuvoletta di goccioline profumate.

– Aaah – sospirò beatamente il piccolo aspirando l’aria e pian piano, facendo risonare il campanello, uscì.

Sopravvissi all’occupazione, benché prima – considerando bene le cose – non nutrissi alcuna speranza. Assai spesso penso a quel giardiniere, che – credo – aveva risvegliato in me il semplice e ormai spento amore per la vita.

(Versione di Paolo Statuti)

 

Słonecznik (Il girasole), tratto dalla raccolta di Bohdan Czeszko Wybór opowiadań (Racconti scelti), Warszawa, Czytelnik, 1979.

 

(C) by Paolo Statuti

 

  

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