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Adolf Rudnicki (1912-1990), prosatore e saggista polacco

7 Nov

 

Adolf Rudnicki

Adolf Rudnicki

 

Con questo testo di Adolf Rudnicki, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988), termino la serie di 5 racconti scelti per il mio blog.

                                                                      Sui monti

  I

Con l’animo in estasi, in uno stato di profonda beatitudine saltavo sui macigni che giacevano sul letto del torrente estinto. La grandezza e il colore delle pietre parlavano dei secoli, tutto lì parlava dell’eternità. Più avanti, in alto, dietro una cortina di granito e di verde, rombava la cascata. Saltavo fuori dal letto del torrente, mi arrampicavo sulla ripida riva inondata dall’ombra fredda e umida, ma non provavo un senso di fresco. Al contrario: ardevo completamente. Il sole lì sembrava non affacciarsi mai. Qua e là apparivano ancora tracce di neve sporca dell’anno prima. Già aspettavano le nuove nevi, non dovevano attendere molto, era ottobre.

Aggrappandomi agli sterpi robusti e ai cespugli mi portavo sul ciglio della riva e allora avevo davanti a me il letto del torrente, e sopra di me le cime delle rocce, così contrastanti con il cielo immacolato. Le pietre del torrente avevano il colore dello zolfo, il verde là era succulento, umido; in alto invece, sugli alberi, abbagliava con tutti i sontuosi colori dell’autunno, dei faggi in particolare. Ogni loro fogliolina ardeva con tutti i soli dell’estate. L’aria era fresca, rugiadosa, silenziosa di un silenzio inverosimile, senza il minimo respiro umano. L’unico uomo accomunato all’intera natura del luogo ero io. Intorno, nel raggio di molti chilometri non c’era alcun essere umano: ero solo.

Ero solo e come nudo. Nudo come il granito sul letto del torrente prosciugato, come la cima della roccia che ardeva al sole, ero solo, nudo e felice oltre l’umana sopportazione.

La mia felicità iniziò nel momento in cui sentii di aver perso l’occhio, che a noi tutti, come la luce agli oggetti, conferisce un volto, che ci fa indossare i costumi dell’attimo, che ci assegna le parti, benché a noi tutti sembri di recitare le parti scritte da noi stessi.

Il mio stato di beatitudine iniziò nel momento in cui sentii che l’ultimo uomo era rimasto dietro di me, e che ero tornato alle rocce, al cielo, al verde, a tutto ciò che era lì, come qualcuno di lì e appartenente a quel luogo. Da quando mi abbandonò l’occhio umano, smisi di avvertire le differenze tra me stesso e i macigni, mi identificai con un pino di montagna, con un faggio, mentre essi s’identificarono con me stesso. Nella pienezza della coscienza viva, vibrante, sentivo l’assoluta mancanza di differenza tra me e il resto della natura, la totale identità di tutto, la totale identità della roccia, del cielo e dell’uomo. Proprio la sensazione dell’identità di tutto aveva portato con sé la pienezza della felicità. Tramutato in roccia, in albero, nell’erba, nel cielo e nella terra, dopo aver tramutato tutto intorno a me, emanando un grande mistero, e accogliendone uno ancora più grande che fluiva verso di me da dietro le pareti dei monti, dal folto del verde con un bisbiglio di spavento e di dolcezza, correvo centuplicato verso la cascata. In quel turbine di frenetiche percezioni mi sentivo come al centro del grande respiro dell’eternità, in un’accecante fessura del tempo, là dove il tempo non c’era più. Era una meravigliosa giornata di sole, ma a me sembrava che regnasse una penetrante, minacciosa, notte scura.

In quell’improvvisa folgore dell’anima, che rischiarava spazi smisurati, elevato al di sopra del tempo, di colpo vidi anche tutta la mia vita, laggiù, nella piccola città. La vidi come essa appariva, e come sarebbe dovuta apparire, capii e vidi, tutto. Sapevo come bisognava vivere, e sapevo che da quel momento sarei vissuto appunto così. Vidi chiaramente tutto ciò che mi rendeva invisibile il vero uomo che laggiù nella piccola città si moveva tra la gente, l’uomo che era il prodotto di false ambizioni, della sporca bramosia e di sentimenti ingannevoli. Ma tale non dovevo essere mai più. Tutta la mia vita purificata, redenta giaceva davanti a me. «Soltanto – imploravo con l’animo in estasi – soltanto non perdere la verità ora conquistata; essa soltanto è in grado di darmi una dimensione divina; soltanto non perdere di vista il grande cerchio!»

Il segreto principale – ardevo completamente – risiede nel fatto che il rapporto dell’uomo verso l’uomo, benché consumi tutte le forze, deve produrre un risultato negativo, perché si basa sul falso. Infatti tutti i nostri legami sono falsi, poiché sono sostitutivi; sostituiscono qualcosa che non possono sostituire. I legami di amicizia devono estinguersi dopo l’esaurimento della durata della loro vita; quando finisce il desiderio, i legami dell’amore devono lasciarsi dietro la cenere, tutto ciò cui mettiamo mano deve finire in cenere, infatti l’invalido si unisce all’invalido per dimenticare la propria invalidità. L’invalido si unisce all’invalido e finché i sensi, le ambizioni, gli interessi agiscono, egli non vede ciò, per cui poi raccoglie una misera messe, per cui poi prende l’avvio un’interminabile catena di drammi. La nostra miseria – mi dicevo – inizia nell’attimo in cui ci stacchiamo dal grande cerchio.

Camminando verso la rombante cascata, mi trovavo nella fessura dell’eternità. Davanti a me non c’erano né tempo, né segreti. Sentivo la paura nell’anima e le lacrime negli occhi.

II

Più tardi mi trovavo in basso, nella piccola città. Ero disteso sul duro letto di ferro nella camera della pensione. Mi ero lasciato dietro le grandi emozioni. Per la verità si erano affievolite molto presto, erano durate in tutto mezz’ora, forse anche meno. Quando cominciavano a spegnersi, interruppi il cammino verso la cascata e tornai indietro. Ai margini del bosco m’imbattei in una fila di turisti, potevano essere una quindicina; lungo gli itinerari battuti si incontravano spesso simili gruppetti. Sempre insieme, neanche un istante qualcuno di loro restava solo. Proprio i loro occhi mi restituirono immediatamente il mio vecchio volto, che non sarebbe dovuto esistere mai più.

Ero disteso sul letto e sentivo che si spegnevano, che pian piano svanivano i resti della recente esaltazione. Sentivo che pian piano rinascevano tutti i sentimenti che non avrei più dovuto provare. Tornava l’antipatia per il vicino alla mia destra, benché sui monti avessi capito che era un piccolo, povero uomo, come tutti del resto. Adesso mi sembrava di nuovo altero, insopportabile, orribile. Riaffiorava l’antipatia per il vicino alla mia sinistra; di nuovo come prima temevo che entrasse e ricominciasse a seccarmi. Comiciavo a detestare anche la pensionante del piano di sotto, era troppo bella. Sul tavolo giaceva una lettera; essa spargeva il veleno della vita, dalla quale ero fuggito.

Già lo sapevo: tra qualche ora avrei ripreso a girare avvelenato tra gli avvelenati, io stesso avvelenato e avvelenante gli altri, non colui che ero, ma proprio colui che non ero: un uomo falso, lontano per sempre mille miglia dall’uomo vero, come tutti coloro, del resto, che anch’essi non erano quelli che erano realmente.

Nascosi la testa nel cuscino.

(Versione di Paolo Statuti)

W górach (Sui monti), tratto dalla raccolta di Adolf Rudnicki 50 opowiadań (50 racconti), Warszawa, PIW, 1966

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