Adam Ważyk (1905-1982): Poema per gli adulti

28 Set

Il celebre “Poema per gli adulti” di Adam Ważyk uscì il 21 agosto 1955 sul settimanale “Nuova cultura”. Esso fu subito condannato dal partito che lo definì una “provocazione”. La sua pubblicazione provocò un burrascoso dibattito ad alto livello, proteste di operai e di giornalisti. Esso rappresentò una svolta improvvisa nell’atteggiamento del poeta, il quale ancora pochi anni prima elogiava i cambiamenti avvenuti in Polonia e la bellezza di Varsavia ricostruita, nonché di Nowa Huta. Di questi stessi luoghi Ważyk nel “Poema per gli adulti” scrive con amarezza, sarcasmo e sdegno, evidenziando lo stato di abbandono e la depravazione.
L’opera si compone di 15 parti, a volte più vicine al genere pubblicistico, che alla rappresentazione poetica. Esso è soprattutto un’aspra critica dello stalinismo imperante in Polonia in quegli anni, e colpisce punti essenziali e nevralgici della realtà comunista: la povertà diffusa e gli armamenti, la menzogna dottrinale e di costume, la missione della classe operaia, la bruttezza di Varsavia ricostruita con grande fatica. Anche se viene rimproverata a Ważyk una mancanza di coerenza nella sua critica del sistema, in quanto egli contestò soltanto le deformazioni della dottrina marxista, e non l’intera ideologia, invocando peraltro l’azione del partito nell’ultimo verso, egli nel suo coraggioso poema rivelò i conflitti che i politici cercavano di nascondere, e pose una pietra miliare nella cosiddetta letteratura del disgelo.
Ecco il “Poema per gli adulti” nella versione di Paolo Statuti
1.
Quando saltai sull’autobus sbagliato,
la gente sedeva come sempre, tornava dal lavoro.
L’autobus percorreva una via sconosciuta,
tu via della Santa Croce non sei più Santa Croce,
dove sono i tuoi antiquari, le librerie e gli studenti?
Dove siete, morti?
Il ricordo di voi scompare.

In quel momento l’autobus si fermò
in una piazzetta piena di scavi.
Il vecchio dorso d’una casa di quattro piani
aspettava il verdetto del destino.

Scesi proprio lì,
in un quartiere di operai,
dove i muri grigi s’inargentano di ricordi.
La gente correva a casa.
Non osavo chiedere dove fossi.
Non è qui che da bambino andavo in farmacia?

Tornai a casa,
come uno che andò a comprare una medicina,
e tornò vent’anni dopo.

Mia moglie mi chiese, dove sei stato.
I figli chiesero, dove sei stato.
Io tacevo tutto sudato.

2.

Le piazze si torcono come cobra,
le case si gonfiano come pavoni,
datemi una vecchia pietruzza,
che a Varsavia io mi ritrovi.

Sto come un pilastro insensato
sulla piazza sotto un candelabro,
lodo, ammiro, insulto
il cobra, l’abracadabra.

Mi spingo come un eroe
sotto splendide colonne,
non mi curo dei pupazzi di Gallux
pitturati per la bara!

Qui i giovani mangiano il gelato!
Ah, tutti qui sono di giovane età,
con la memoria arrivano ai ruderi,
la ragazza presto partorirà.

Ciò che s’è impietrito, durerà:
il patos e la robaccia a braccetto,
qui imparerai l’ABC,
o futuro poeta di Varsavia.

Ama ciò è affatto normale,
io altre pietre ho amato,
grigie e davvero sublimi,
risonanti di ricordi.

Le piazze si torcono come cobra,
le case si gonfiano come pavoni,
datemi una vecchia pietruzza,
che a Varsavia io mi ritrovi.

3.

“Oggi il nostro cielo non è vuoto”
(da un discorso politico)

Era l’alba, sentivo il sibilo dei caccia
assai costoso, ma tuttavia dobbiamo…
Quando non si vuole parlare della terra,
basta dire: il cielo non è vuoto.

Qui camminano alla meno peggio, nelle tute,
da noi le donne invecchiano presto…
Quando non si vuole parlare della terra,
basta dire: il cielo non è vuoto.

Oltreoceano nelle nuvole si addensa
l’apocalisse, qui un passante s’inginocchia…
Quando non si vuole parlare della terra,
chi s’inginocchia dice: il cielo non è vuoto.

Qui uno stuolo di ragazzi lascia liberi i colombi,
una ragazza l’azzurro foulard annoda…
Quando non si vuole parlare della terra,
basta dire: il cielo non è vuoto.

4.

Dai paesi, da ogni parte, vagoni pieni vanno
a costruire l’acciaieria e una città,
a estrarre dal suolo un nuovo Eldorado,
come un’armata di pionieri, la folla raccolta
si accalca in fienili, baracche, alberghi,
ciabattano e fischiano nelle strade fangose:
la grande migrazione, arruffata ambizione,
al collo la croce di Częstochowa,
tre piani d’insulti, un cuscinetto di piume,
una scrofa di vodca e la voglia di donne,
l’anima sospettosa, ai campi strappata,
semidesta e semiforsennata,
che non pronuncia parole, ma canta canzoni,
estratta all’improvviso dal buio medievale
una massa errante, la Polonia abbrutita,
che ulula di noia nelle sere invernali…
Nelle ceste dei rifiuti, sulla corda pendente,
i ragazzi volano come gatti sul muro,
negli alberghi per donne, questi laici conventi,
crepita la fregola, e poi le contessine
si sbarazzano del feto – qui la Vistola scorre.

La grande migrazione che costruisce l’industria
sconosciuta alla Polonia, ma nota alla storia,
nutrita di grandi parole vuote, che vive
in modo selvaggio malgrado le prediche –
nel puzzo del carbone, in una lenta tortura,
da questo si forma la classe operaia futura.
Molti i rifiuti. E per ora confusione.

5.

Anche questo succede: come scura colonna
il fumo si leva dalla miniera incendiata,
la galleria è isolata, del sotterraneo tormento
nessuno parlerà, la nera galleria è una bara,
il sabotatore ha sangue, ossa, mani,
cento, duecento famiglie piangono,
scrivono sui giornali o non scrivono affatto
e soltanto fumi arruffati sospesi qua e là.

6.

Alla stazione ferroviaria
la signorina Jadzia al banco
così bella, quando sbadiglia,
così bella, quando versa…
ATTENZIONE! IL NEMICO TI OFFRE LA VODCA!
Qui sarai avvelenato di sicuro,
la signorina Jadzia ti toglierà le scarpe,
così bella, quando sbadiglia,
così bella, quando versa…
ATTENZIONE! IL NEMICO TI OFFRE LA VODCA!
Non andare, ragazzo mio, a Nowa Huta,
o sarai avvelenato strada facendo,
ti avverta il perfido manifesto
e il merluzzo nazionale nello stomaco:
ATTENZIONE! IL NEMICO TI OFFRE LA VODCA!

7.

Non crederò, mio caro, che il leone è un agnello,
non crederò, mio caro, che l’agnello è un leone!
Non crederò, mio caro, alle formule magiche,
non crederò alle ragioni tenute sottovetro,
ma io credo che un tavolo ha quattro gambe,
ma io credo che la quinta gamba è una chimera,
e quando le chimere si sommano, mio caro,
allora si muore lentamente di cuore.

8.

E’ vero,
quando le trombe della noia
soverchiano il grande fine educativo,
e gli avvoltoi dell’astrazione ci mangiano il cervello,
e si rinchiudono gli allievi in manuali senza finestre,
quando si riduce la lingua a trenta scongiuri,
quando si spegne la lampada della fantasia,
quando la buona gente dalla luna
ci rifiuta il diritto al gusto,
è vero, in tal caso rischiamo l’ottusità.

9.

Hanno estratto dalla Vistola un annegato.
Gli hanno trovato in tasca un biglietto:
“La mia manica è corretta,
il mio bottone è sbagliato,
il mio colletto è sbagliato,
ma la mia cinta è corretta.”
L’hanno sepolto sotto un salice.

10.

In una strada appena intonacata di nuove case
la polvere di calce aleggia, in cielo vola una nuvola.
I rulli passati sul selciato pressano il fondo,
i castagni trapiantati verdeggiano, frusciano di sera.
Sotto i castagni bambini grandi e piccoli corrono,
dai ponteggi semismontati prendono legna per la cucina.

Le scale risuonano di nomi femminili melodiosi,
puttanelle quindicenni sulle tavole scendono in cantina,
hanno il sorriso come di calce, odorano di calce,
nei pressi una radio suona una danza d’oltretomba,
giunge la notte, i teppisti giocano a fare i teppisti.
E’ difficile nell’infanzia dormire nel fruscio dei castagni.

Sparite nel buio, o dissonanze! Volevo godermi la novità,
volevo parlarvi di una giovane strada, ma non di questa!
Mi è mancato il dono della vista, o di una comoda cecità?
Mi è rimasto un breve appunto, le poesie d’una nuova pena.

11.

Gli speculatori la rinchiusero nel quieto inferno
d’una villa fuori città – lei scappò.
Girò ubriaca la notte intera,
dormì sul cemento fino all’aurora.

La cacciarono dalla scuola d’arte
per carenza di moralità socialista.

Si avvelenò una volta – la salvarono.
Si avvelenò di nuovo – la seppellirono.

Qui tutto è vecchio. Vecchi sono i furfanti
della moralità socialista.

12.

Il sognatore Fourier amabilmente annunciava
che nei mari scorrerà la limonata.
E non scorre forse?

Bevono acqua marina,
gridando –
limonata!
Tornano a casa di soppiatto
per vomitare!
per vomitare!

13.

Accorsero, gridavano:
un comunista non muore.
Non è successo ancora che uno non sia morto.
Solo il ricordo rimane.
Quanto più uno vale,
tanto più viene rimpianto.

Accorsero, gridavano:
nel socialismo
un dito ferito non duole.

Si ferirono a un dito.
Provarono dolore.
Dubitarono.

14.

Imprecavano contro i metodici.
Istruivano i metodici.
Illuminavano i metodici.
Svergognavano i metodici.
Chiamavano in aiuto la letteratura,
una mocciosa di cinque anni,
che bisogna educare,
che dovrebbe educare.
Il metodico è un nemico?
Il metodico non è un nemico,
il metodico bisogna istruirlo,
il metodico bisogna illuminarlo,
il metodico bisogna svergognarlo,
il metodico bisogna convincerlo.
Bisogna educare.

Hanno mutato le persone in balie.

Ho sentito una saggia conferenza:
“Senza incentivi economici giustamente divisi
non avremo il progresso tecnico.”
Ecco le parole di un marxista.
Ecco chi conosce le leggi reali,
fine dell’utopia.

Non ci saranno romanzi sui metodici,
ma ci saranno sui guai degli inventori,
sulle angosce che tutti vivono.

Ecco una poesia nuda,
prima che diventerà
ansie, colori e odori della terra.

15.

C’è gente sfinita dal lavoro,
c’è la gente di Nowa Huta,
che non è mai stata a teatro,
ci sono mele polacche negate ai bambini,
ci sono bambini respinti da medici criminali,
ci sono ragazzi costretti a mentire,
ci sono ragazze costrette a mentire,
ci sono vecchie mogli cacciate di casa dai mariti,
ci sono persone sfinite, che muoiono d’infarto,
c’è gente denigrata, infangata,
derubata sulle strade
da furfanti, per i quali si cercano termini giuridici,

c’è gente in attesa di un pezzo di carta,
c’è gente che aspetta giustizia,
c’è gente che aspetta da tanto tempo.

Ci appelliamo su questa terra
per conto delle persone sfinite,
per avere chiavi adatte alle porte,
stanze con le finestre,
pareti senza muffa,
per il disprezzo delle carte,
per il sacro tempo umano,
per un sicuro ritorno a casa,
per la semplice distinzione tra il dire e il fare.

Ci appelliamo su questa terra,
che non abbiamo vinto ai dadi,
per la quale milioni sono morti lottando,
per la chiara verità, per il grano della libertà,
per un ardente intelletto,
per un ardente intelletto,
ci appelliamo ogni giorno,
ci appelliamo al Partito.

(C) by Paolo Statuti

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2 Risposte to “Adam Ważyk (1905-1982): Poema per gli adulti”

  1. Giulio Bernini settembre 28, 2014 a 12:57 pm #

    ciao Paolo e complimenti, sei grande

    • paulpoet settembre 28, 2014 a 1:18 pm #

      Ciao Giulio, grazie. E’ un po’ di tempo che non ci sentiamo, e sono felice che sia sempre la buona e bella poesia a farci da tramite…

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