Konstanty Ildefons Gałczyński (1905-1953)

28 Lug

Una bella poesia del poeta polacco Konstanty Ildefons Gałczyński, scritta un anno prima della morte, nella versione di Paolo Statuti

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La luna

Sul cerchio tracciato accuratamente
il mio meccanismo gira splendente;

ogni linea, ogni forma lambisco
con questo mio lucente meccanismo,

da questo – di notte l’ombra argentina
che sul mondo e sul volto cammina.

Mosse dalla mia molla enorme
scorrono le cose vive e quelle morte,

il colore, il nome, il peso, la forma
in fluido sonoro la notte trasforma,

si calma il vento e tace la civetta,
quando l’ora della luna s’appresta.

I ponti sfumano. Gli archi si allungano.
Le strade all’improvviso si fanno

inclinate. La vite canadese
si arrotola in figure curiose.

Sui parapetti e sopra i balconi
ogni raggio il suo rebus compone,

e quando l’oscurità spegne il raggio,
il rebus torna nel suo buio spazio,

là dove corre in una nube scura
libera dalle cifre l’architettura.

E di nuovo dal mare, da cupi fondi
emergono instabili contorni,

da ogni lato dalla luna intricati,
e dai raggi come forbici affilati;

una pietra geme, dice la sua pena,
si muta in un basso e poi in lampadina,

da lampadina in un volto e, per cambiare,
si muta poi in altra forma lunare,

in candeline, in mela rosata,
e in vento scuro in una scura strada.

Da parete a parete, lungo le strade,
la luce porta le sue linee spezzate;

vela una piazza e non si può andare oltre,
ruba le scale e le finestre sposta altrove,

la gente perde le chiavi, i cavalli –
le stanghe, danno l’allarme i campanelli –

e la luna piena scorre raggiante,
splendente filarmonica volante.

Allora la mia luce fa il suo ingresso
nei più segreti recessi del cervello,

nei toni tenui come vetri, nei torrenti,
nelle alture, nei colori e nei tempi,

negli occhi delle donne e degli uccelli,
in una candela verde, nei ramoscelli,

nell’edera che si arrampica lesta,
in tutto ciò che trascorre, che alletta,

che ruota con mutamento costante,
e io dico: buonanotte a tutti quanti.

Ma io chi sono? Un barlume soltanto,
e questo è il mio ultimo canto.

Cose care, cupe e brillanti lascerò,
buonanotte! Io presto mi spegnerò.

La mia luce come musica svanisce,
questo raggio rimanga. Io sparisco.

Ma prima di sparire – perché ricordiate –
il mio ultimo concerto ascoltate;

direttamente dal cielo, oltre i vetri, io
inargentato prenderò il leggio,

quattro valzer sonerò in sordina, quali
escono da corde immortali,
sotto una cupola alta e oscura –

e sarà soltanto un lungo turbinare,
soltanto un appassire e sbocciare,
tempo danzante, le quattro stagioni.

Neve e vuoto, frutto e passione,
nomi di stelle e ombre senza nome,
e deserto, e verde femminile,

e il chiasso nel cuore, e la stella sull’abete –
tutto gira nella ruota che vedete,
e i raggi in questa ruota io rischiaro.

Queste sono le mie faccende lunari,
assai difficili, benché secolari.

Vedi? nel vetro una testa d’argento?
Sono io, il plenilunio-concerto.

Appeso a questo vetro sorridendo,
brillo per te nelle notti senza vento,

nelle tue lettere confondo le parole,
con pioggia argentea bagno le tue chiome

e una notte di settembre sognerai
che un rametto di pioggia toccherai –

e i tuoi occhi come due piccole stelle,
brillano in due gioie, in due fiammelle.

Poi, dispensatore di luce diversa,
con la luce mi avvicino alla tua coperta;

brillando come lanterna, come luce di notte,
sulla tua coltre ricamerò le note,

le nuvole, le stelle, le vie stellari,
tutti gli uccelli, le torri medioevali.

E tu, argentea, dormi col tuo argenteo volto,
ed è notte, e ai sogni tutto è rivolto.

Quando me ne andrò, non piangere, o diletta –
tornerò come luna alla tua finestra.

Quando sul vetro un raggio scintillerà,
sarò io. La tua luna. Il cuore della notte
con te sarà.

1952

(C) by Paolo Statuti

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