Mandel’stam e Dante

8 Mar

 

 

  

O. Mandel'stam in un ritratto di Lev Bruni

O. Mandel’stam in un ritratto di Lev Bruni

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Anziché, come al solito, dal polacco o dal russo, questa volta per i miei lettori ho tradotto dall’inglese (controllando le parole di Mandel’stam nel testo originale) questo interessante articolo di James Fenton, poeta, giornalista e critico letterario inglese, pubblicato dal quotidiano The Guardian, il 16 luglio 2005.

 

L’inferno messo in musica

Considerazioni su Mandel’stam lettore di Dante

 

   L’incomparabile saggio di Osip Mandel’stam Conversazione su Dante, fu dettato dal poeta intorno agli anni 1934-35, cioè durante l’ultimo periodo della sua vita raminga, e scritto su schede grigie procurate da provvidenziali conoscenti (era infatti impossibile acquistare carta da scrivere).

   La vedova del poeta Nadežda descrive come, nel punto in cui Mandel’stam si riferiva al bisogno di Dante di affidarsi all’autorità, ella si rifiutò di scrivere, pensando che il marito intendesse l’autorità dei governanti, e che perdonasse a Dante di aver accettato i loro favori. “Questa parola non aveva un altro significato per noi” – ella dice – “ed essendo cordialmente malata di tali autorità, io non ne avevo bisogno, di qualunque tipo esse fossero” “Ma non ne hai già abbastanza di questa autorità? – gli gridai, seduta di fronte a un foglio di carta grigia e con le mani poggiate sui ginocchi – Ne vuoi ancora?”

   Mandel’stam era infuriato con lei per la sua presunzione. A sua volta anche Nadežda era irritata con lui, tanto da dirgli di trovarsi un’altra moglie. Ma poi ella fece ciò che le circostanze richiedevano durante la persecuzione staliniana, cioè imparò il saggio a memoria, per assicurarne la sopravvivenza. Esso fu stampato trenta anni più tardi, quando apparve a Mosca un’edizione in venticinquemila copie che si esaurì rapidamente – il primo lavoro di Mandel’stam uscito dopo il disgelo.

   L’argomento riguardante l’autorità ci induce a leggere il saggio in questione, non solo per ciò che esso ci dice su Dante, ma anche come una riflessione sui nostri tempi e su quelli di Mandel’stam. Egli dice: “E’ inconcepibile leggere i canti di Dante senza riferirli anche al tempo presente. Essi sono proiettili per cogliere il futuro.” Ma ciò non significa che egli coinvolga Dante in una campagna antiautoritaria. E’ questo il brano che spinse Nadežda a posare la penna e a mettersi le mani sui ginocchi.

   “Il divino poema” – dice Mandel’stam – “nel suo aspetto più densamente stratificato, è orientato verso l’autorità, è più di tutto ampiamente sonoro, più di tutto concertante, proprio quando è vezzeggiato dal dogma, dal canone, dalla decisa eloquente parola. Ma il male è che nell’autorità – o, più esattamente, nell’autorevolezza – noi vediamo soltanto una assicurazione contro gli errori, e non percepiamo affatto in quella grandiosa musica l’affidamento, la fiducia, nelle sfumature – delicate come un arcobaleno alpino – la probabilità e la credenza, di cui Dante dispone.”

   C’è, egli dice alla moglie, una cosa come una buona autorità. Il rapporto di Dante con essa è una cosa completamente diversa dal rapporto di un membro dell’apparato, o di un leale membro rispetto al Partito, al Leader, che è in sostanza la supplica di essere liberati dall’errore. In un’altra pagina, in questo argomento espresso in modo curioso e costruito in modo attraente, Mandel’stam considera il ruolo del direttore d’orchestra e la storia della bacchetta. Si pensa a questo saggio come a un lavoro scritto fuggendo. E’ difficile immaginare come Mandel’stam sia riuscito a procurarsi i libri di cui si servì per questo brano: l’autobiografia di Spohr, la storia della direzione d’orchestra di Schünemann, il dizionario musicale di Walther. Cos’altro aveva nel suo bagaglio?

   La risposta comporterebbe, sembra, una breve lettura sulla cristallografia e la teoria delle onde del suono e della luce. E la collezione di ciottoli che, egli ci dice, gli furono di grande aiuto quando questo saggio o conversazione, come egli la chiama, veniva maturando: “Una pietra è un diario impressionistico del tempo atmosferico, accumulato da milioni di anni di calamità…” E naturalmente deve aver avuto con sé il suo Dante, di cui ci dice che “se le sale dell’Ermitage impazzissero all’improvviso, se i  quadri di tutte le scuole e di tutti i maestri a un tratto si staccassero dai chiodi, si fondessero, si mescolassero, e riempissero l’aria delle sale d’un ruggito futuristico e di una frenetica colorata eccitazione, si otterrebbe qualcosa di simile alla Commedia di Dante.

   Questo piacere di cogliere un’immagine molto, molto al di là di quanto ci si potrebbe aspettare, è qualcosa che Mandel’stam sembra aver preso da Dante. Il brano di Ugolino, egli dice, ha il timbro di un violoncello. Dunque: “La densità del timbro del violoncello meglio di tutto si presta a trasmettere un senso di aspettativa e di angosciosa impazienza. Non esiste alcuna forza sulla terra che possa affrettare il flusso del miele che scorre da una brocca inclinata. Per questo il violoncello poteva nascere e formarsi solo quando l’analisi europea del tempo ebbe fatto sufficienti progressi, quando furono vinti gli sconsiderati orologi solari, e l’osservatore di un tempo del bastoncino-ombra che si spostava lungo i numeri romani sulla sabbia, si mutò in un appassionato compartecipe della tortura differenziale e in un martire degli infinitesimi. Il violoncello rallenta le note, per quanto esso si affretti. Chiedete a Brahms – lui lo sa. Chiedete a Dante – lui lo sentiva.” Benché Mandel’stam sappia perfettamente che Dante non sentì e non suonò mai il violoncello.

 

(C) by Paolo Statuti

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