Kazimierz Wierzyński: Bandiere e marce

21 Set

 

 

   Del grande poeta polacco Kazimierz Wierzyński (v. nel mio blog l’articolo su di lui e le sue poesie nella mia versione) pubblico oggi un suo reportage – anche esso nella mia versione –  intitolato Bandiere e marce, tratto da: Viaggio nella nuova Germania (Gazeta Polska 1934, nr. 135). E’ la descrizione del 1 maggio 1934 a Berlino. Oltre ad essere una concisa acuta analisi del nazismo, questo testo mette in luce lo stile di Wierzyński prosatore e maestro delle forme brevi, come appunto il reportage.

 

   Tutta la Germania marcia, tutta la Germania è coperta da un’unica bandiera. In ogni città rimbomba lo stesso passo greve; colonne brune e nere battono la stessa data: 1 maggio. Ovunque c’è un Tempelhof, ovunque vi si ammassano le folle. Esse sono chiuse in un grande gigantesco quadrato. Un lato di esso è formato da un’enorme tribuna, altri due lati si dipartono da questa in profondità, il quarto lato si perde in una lontananza inaccessibile all’occhio. L’intero spazio è cosparso della migliarola di teste umane, due milioni di Berlinesi in piedi con la faccia rivolta verso l’alta tribuna aspettano. Questa faccia non si può distinguere, si è fusa nell’unica massa di file allineate. All’interno del quadrato i singoli spazi sono delimitati da spaccature, lungo le quali passano le staffette e i veicoli con la croce rossa. E’ il pronto soccorso, prestato qui oggi duemila volte.

   Il lieve movimento che regna in questa massa umana pietrificata non potrà mutare la sua immobilità. La nazione uguagliata nelle sue classi e nella sua origine, nel pensiero e nello stato d’animo si è schierata qui e si guarda come allo specchio. Ha marciato con passo uguale e ben allineata, si è schierata in uguali formazioni, si è confrontata con il proprio simbolo. Il vento distende su di essa gli stendardi, le bandiere sventolano sugli alti pennoni sistemati in lunghe file. La loro vista provoca una grande suggestione. Dal centro della tela rossa spicca un nero artiglio in un cerchio bianco. La forma austera e dura della croce uncinata non riesce a nascondere la sua rapacità. Il vento spinge in alto l’artiglio aggressivo, la nera grinfia s’impossessa della folla come un avvoltoio. La folla ha marciato dietro questo stendardo per vedere e ascoltare il capo. E’ ammassata qui da molte ore, sviene dal caldo e aspetta. Sul palco davanti alle tribune per primo appare Goering. Lungo la strada per il Tempelhof si è unito a un gruppetto di quattro, ha marciato tra un operaio e un ragioniere e così fotografato domani sarà su tutti i giornali. Una buona idea.

   E’ un uomo tarchiato e pesante, come composto di due botti; quella di sotto si muove sulle tozze gambe, quella di sopra agita le grosse braccia, nel mezzo ha una cintura tirata al massimo. Cammina davanti al fronte dei reparti e saluta alzando una mano, forse con zelo eccessivo ma in rapporto all’entusiasmo delle folle.

   Hitler ha un’entrata assai migliore. Il suo arrivo è preceduto da un lontano brusio proveniente dal fondo del quadrilatero. I distanti evviva della folla si gonfiano nell’aria. E’ semplice, disinvolto, sorridente. Tra coloro che seguono il cancelliere c’è Goebbels, leggermente zoppicante da una gamba. E’ sempre accanto a lui, non lo precede mai, ha il suo peso anche tra gli altri. Dalla sommità della tribuna egli annuncia il discorso del cancelliere. Dà le spalle al sole, cosicché la sua faccia è in ombra; come una scura macchia si delinea soltanto il contorno della testa ben modellata.

   Goebbels parla come scrive un calligrafo – in modo chiaro, comprensibile e quasi senza sforzo. L’ho ascoltato quattro volte – era sempre lo stesso. Egli non pratica il clamore delle passioni esuberanti, vuole convincere con un sagace argomento. Non si impone e non aggredisce con impeto, piuttosto dibatte e ragiona. E’ un dialettico intelligente e abile, risveglia l’apparato logico del pensiero e poi lo costringe alle conclusioni e ai giudizi previsti. Lascia all’ascoltatore la libera scelta di un’opinione, ma in precedenza le demolisce tutte, tranne quella desiderata. Il volto asciutto dell’ex filologo è scuro, come arso dal calore, da esso tuttavia risalta la freddezza, o forse la glacialità dei fanatici. Goebbels parla e forse agisce anche a freddo.

   Hitler, comune, semplice uomo, quasi the man of the street, parla invece a caldo. Legge il discorso dal manoscritto, ma lo fa come se improvvisasse. Non ha la padronanza di sé e la precisione di Goebbels, si eccita, alza la voce fino a gridare. Gesticola animatamente, incrocia le braccia sul petto, poggia le mani sui fianchi. Sulla fronte gli cade una ciocca di capelli che scosta con semplicità, senza gesti teatrali e senza gettare la testa all’indietro. Propriamente non si sa a cosa gli serva questo soprappiù di civetteria. Si riscalda lentamente, assieme alla massa. Poi ardono insieme. Nella sua passione c’è l’onestà della fede. Crede in ciò che dice, in se stesso e nelle masse.

   Ascolta il discorso il rigido, docile silenzio dell’intera piazza e di tutta la Germania. Gli altoparlanti cospargono di parole efficaci l’immenso quadrilatero, la radio le getta da una città all’altra, i due milioni di ascoltatori diventano sessanta milioni. Ovunque ascoltano, ovunque marciano, ovunque il nero artiglio s’impossessa della folla.

   Dove va la grande marcia? Verso l’unità della nazione tedesca in un unico libero stato tedesco. Queste parole ascoltate tante volte, che si perdono nel tragitto dal padiglione dell’orecchio al cervello, qui sono sempre una santità mistica.

   Come penetrarla, capirla e presentarla nel modo più obiettivo? Combattuto e distrutto deve essere il Tedesco, il quale ha accettato che la sua nazione fosse considerata secondaria e non uguale alle altre. Contrastato e distrutto deve essere lo spirito che ha acconsentito alla degradazione e si è rassegnato alla disfatta. Per loro non c’è pietà. Ci sono i campi di concentramento, le pire sulla Opernplatz e l’emigrazione. Deve nascere un “nuovo uomo tedesco” che sostenga la “volontà tedesca dell’unità” e ridia “onore al lavoro tedesco”. L’uomo nuovo del totalitarismo tedesco si edifica e si forma nelle grandi organizzazioni, in una grande schiera compatta, in una grande comune marcia della massa. Le cifre più basse di questa grandezza cominciano dai milioni. I due milioni del Tempelhof, i tre milioni della Hitler-Jugend, i venti milioni dell’Arbeitsfront, i sessanta milioni di Tedeschi del Terzo Reich. Questi milioni sono condotti all’unità da un uomo solo: der Führer. Le masse si sono rivelate impotenti e incapaci di creare, quando su di esse si abbattevano una dopo l’altra le inarrestabili crisi del dopoguerra. Le masse non potevano risolvere i propri dubbi, non sapevano rimediare al male di cui soffrivano insieme al resto del mondo. L’importanza educativa dei diritti della libertà si è rivelata inferiore all’importanza della libertà distruttiva del male non contrastato. L’impotenza e lo sconforto intaccavano irresistibilmente e in profondità tutti gli strati della nazione. Le crisi del dopoguerra hanno ucciso nelle masse la fede, lo sforzo e la creatività.

   Trentasette partiti politici e trentasette programmi si sono lottizzati la resistenza schiacciata e l’energia annichilita della nazione. In questi lotti si è riversata una folla di molti milioni, priva di lavoro e di pane. Hitler ha ridotto della metà il numero dei disoccupati e Goebbels può dire con orgoglio e al tempo stesso con ironia: quale democrazia e quale liberalismo sacrificherebbe i diritti dell’individuo per agevolare la vita a milioni? E chi, quale democrazia e quale liberalismo è riuscito a fare questo?! Il Führerprinzip non ha paura di mettere a confronto l’idea con la vita. Wir müssen siegen! Andiamo verso la vittoria con una grande marcia generale.

   Verso quale vittoria? In una stanza della Banca del Reich, dietro una porta imbottita, trema per questa vittoria il Comitato dei creditori e a stento rattoppa gli strappi dell’economia. Gonfiata dall’impetuosa politica dell’occupazione, essa scricchiola da molto tempo e se questo scricchiolio non si sente è perché il passo delle colonne che marciano risuona sonoro e disteso sul selciato.

   Verso quale vittoria? Verso il mistico spirito tedesco in cui si incrociano le correnti degli junker con i radicali, il razzismo con il concordato, la morale protestante con il germanismo pagano-statale, l’aristocrazia nietzschiana con il collettivismo del Gleichschaltung.

   La sostanza dell’hitlerismo non è così chiara e fissata come le sue forme sono capaci e salde. Si agita in esse e si mescola un contenuto molteplice e vario, a somiglianza del quadrilatero in cui i volti umani hanno perso i lineamenti e si sono fusi in un’unica massa di identiche file. I quadrilateri si possono rompere con un comando, spostare secondo gli ordini, si può mutare il loro schieramento come nelle manovre. L’hitlerismo vuole soltanto racchiudere l’intero paese in figure geometriche, suddividere tutta la Germania in centinaia di quadrilateri. Effettua la misurazione delle forze, le ammassa e mobilita. Copre tutti con una sola bandiera, si impossessa di tutti con l’acuminato artiglio. E ordina di marciare, indica l’andatura, guida le colonne compatte verso il futuro.

   Non bada allo slancio naturale, autocreativo della vita. Gli sembra che questa marcia sia incerta e troppo lenta; non giunge abbastanza rapidamente alla meta che gli impone dall’alto l’impetuosa volontà dei capi. L’uomo ha deluso i capi, essi non credono in lui; pensano e sentono per lui. L’hanno riversato in una massa innumerabile, nella quale – diventato irriconoscibile – egli si sparge come una migliarola di teste umane.

   …Arduo e gravoso è questo grande giorno. Tutte queste marce, stendardi, tutti questi milioni e queste masse! E un caldo simile e una tale ressa! L’uomo esce dalla massa e torna a casa soltanto verso sera. Si lava la propria faccia sudata e si guarda nel suo specchio privato.

   Alle dieci di sera in ogni fabbrica e in ogni azienda si svolgerà una festa comune, la festa tedesca di tutta la Germania. Il führer l’ha raccomandata ai datori di lavoro e ai lavoratori.

   L’uomo se ne rallegra, egli è felice quando gli si raccomanda qualcosa, è felice quando può sottomettersi a qualcuno perfino nel divertimento. Ballerà un po’, berrà un po’ di birra, riposerà dopo l’entusiasmo. E’ difficile essere sempre grandi come Napoleone, si può anche ridere un po’ ed essere un po’ tristi come Chaplin.

 

 

(C) by Paolo Statuti

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