Paul Gauguin

25 Ago

 

 

   Dallo stesso libro Racconti sui pittori dello scrittore russo Konstantin Paustovskij (1892-1968), da cui ho già tradotto e pubblicato nel mio blog il saggio van Gogh il folle, presento oggi nella mia versione ai miei lettori il testo dedicato a Gauguin.

 

   Aprii la finestra. Nella stanza fece irruzione il vento. In basso si stendeva la città sconosciuta. Il sole splendeva alto sui tetti. Dopo il temporale l’odore di terra bagnata era particolarmente intenso.

   Presi da sotto la caraffa l’orario delle navi, un foglietto di carta gialla satinata, e scrissi a tergo:

   “Essere un vagabondo, raccogliere tutto ciò che capita strada facendo – la nebbia, le facce della gente solcate dalla malattia, poesie che nessuno legge – e pensare a questo con grande diletto, trovare immagini insolite come i sogni e cominciare un’altra vita su questi fogli di carta. Creare il proprio mondo – insolito ed estraneo a tutto ciò che si apre intorno a noi, che è così misero e ridicolmente insensato. «Chìnati sullo specchio della tua anima e proverai diletto. La tua anima cui l’amore darà le ali, si sottometterà e salirà su lontane vette, dove la verità con le mani colme di luce toglierà la cortina al tuo intelletto»”. Posso meditare ore intere su questa massima persiana, trovando in essa sempre nuove profondità.

   Rifletto molto sulle cose accidentali. Ecco un piccolo schizzo a olio conservato nel mio portafoglio. In basso c’è scritto in neretto: A Gauguin – Winkler.

   Gauguin.

   Comincio a pensare alla vita di quest’uomo.

   La madre era una Spagnola dai capelli blu scuri, pronipote di un filibustiere, che morì di sete nel deserto messicano. Il tintinnio delle corazze di rame, il vino e l’oro, il leggendario, mostruoso oro, nonché la sifilide, compromisero il futuro della famiglia cattolica della donna. Mandò il figlio a scuola dai gesuiti. Imparò il latino e i canti religiosi, venne a sapere della immacolata concezione e conobbe il segreto dell’eucarestia. Nelle snelle figure dei padri, nelle loro tonache che odoravano d’incenso, c’era qualcosa dei suoi crudeli antenati. Gli abati furono i conquistatori del grande regno di san Pietro.

   Lasciò la scuola da ateo. Per un po’ di tempo fece il marinaio. Con la voce sorda degli avi lo chiamavano spazi sconfinati. Le rosse tele delle sere subtropicali, indorate vistosamente e con sfarzo, il respiro di una autentica esoticità, erano rimasti nella sua memoria come una fenditura nel vetro. Non è opprimente portare in sé per tutta la vita la nostalgia di un che di quasi fantastico e lontano, unita al desiderio di mostrare tutto ciò con nuovi colori?

   Apparteneva alle terre vergini questo parigino dalla carnagione color caffè e dal bianco giallastro degli occhi irrequieti.

   Una normale vita quotidiana – il lavoro in banca, intrapreso dopo aver lasciato la nave, la famiglia, una casetta con le persiane verdi in un tranquillo quartiere di Parigi, le gite domenicali sul fiume – tutto questo egli sostituì all’improvviso con la vita di un pittore-mendicante. La federa sporca, le guance non rasate, gli avvisi incollati lungo i viali e i primi quadri ancora scuri – ecco l’inizio della sua carriera.

   Detestava Dio e la cultura. Vedeva in essa banalità e torpore. Vivere in città e non conoscere nemmeno la mappa del cielo stellato – è un po’ troppo! Disse così prima della fuga da Parigi. Creato per la grandezza fuggì a Tahiti, isola dell’Oceano Pacifico. Fuggì per sempre e fino alla morte lo affascinò la Polinesia.

   Il sole scioglieva i colori sui suoi quadri. Il succo dei colori, le smaglianti, gioiose tinte colavano dalle sue tele. Blu scuro, sabbia marrone come il corpo di un bambino, i petti delle fanciulle dai capezzoli marcati. L’oro nei limoni, nella mimosa, nelle sere e sulle anche delle donne.

   Dipingeva e la febbre gli scuoteva la mano. Smise e guardò i suoi quadri, le gigantesche penne degli uccelli e per la prima volta credette al racconto biblico della creazione del mondo. Il silenzioso, straordinario mondo sovraccarico di colori densamente stesi lo guardava con bramosia, guardava il suo corpo troppo debole per essere quello di un genio.

   Morì e sua moglie, una ragazza tahitiana, gli coprì gli occhi con i suoi capelli. Era il periodo dei venti, bianche nuvole scorrevano sulle isole. Sembrava che Gauguin si fosse solo assopito.

   Gli indigeni piangevano. Era morto il meraviglioso uomo bianco che con tale rabbia difendeva la loro vita, la loro isola che s’immergeva nello splendore dell’aurora, da altri bianchi – con gli occhiali tondi, i loro sistemi politici, l’aborto, la vodca e la contabilità.

   Prima della morte Gauguin si era spaventato per l’invasione di uomini dall’Occidente. Strisciavano benevoli e tranquilli con le tasche tintinnanti di orecchini e perline. La loro cupidigia sprizzava il veleno della gonorrea, le giovani cominciarono a coprirsi il petto arancione con percalle dozzinale, sulle isole, dove si pregava a una conchiglia e all’acqua del mare, adesso ticchettavano le remington. Nella sua seconda patria Gauguin non voleva far entrare nessun Europeo. Aveva dichiarato all’Europa una guerra impari. E questo ribelle, bestemmiatore, che aveva calpestato il crocifisso, fu seppellito dai preti con tutta la pompa del rito cattolico, considerandolo un fedele figlio della Chiesa.

   Così scomparve Gauguin, l’uomo dallo sguardo accigliato e il torso da marinaio, con le mani che odoravano di resina e di olio, con l’animo di un bambino stanco di meditare continuamente sulla rinascita e infanzia dell’umanità.

   Nelle accoglienti sale armoniosamente tappezzate del Museo Pushkin a Mosca ho guardato i suoi quadri. Ho visto la firma: Paul Gauguin.

   Ricordo il suo autoritratto. Gli occhi guardano tranquilli e severi, lucenti e scuri sul volto triangolare. E dietro le finestre cade, soffice e silenziosa la neve di Mosca e si posa sui rami e sui cornicioni delle chiese.

   I geni semidimenticati, che si sono eretti al di sopra dei comuni mortali, esemplari nella loro mancanza di coerenza, insoliti e capricciosi come bambini. Volentieri li ricordo, mi ripeto i loro nomi. Le riflessioni su di loro commuovono come una preghiera.

   Ricordo molti poeti erranti. La miseria, una tazza di caffè allungato, lo splendore dei grandi successi e l’incontenibile tristezza che ai meno forti corrode il cuore. Il loro contributo – asciugare sul viso uno sputo e strani libri che parlano ai solitari.

   In ciascuno c’è la predisposizione alla genialità. Ma gravoso è il cammino del genio. So cos’è il fremito dell’anima. Arriva di sorpresa in un colloquio animato, durante le meditazioni notturne o un quieto mattino in un porto assonnato. In quei momenti temo il destino di quegli uomini.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Alcuni quadri di Paul Gauguin

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