Van Gogh il folle

23 Ago
Konstantin Paustovskij

Konstantin Paustovskij

 

 

    In un negozio di libri usati ho trovato il volumetto Opowieści o malarzach (Racconti sui pittori), dello scrittore russo Konstantin Paustovskij (1892-1968). In questo libro, ristampato a Mosca nel 1981 (prima edizione 1966), sono inclusi i saggi scritti da Paustovskij in differenti periodi della sua vita, e riguardanti i suoi pittori preferiti. L’autore, secondo il suo stile, conversa con i lettori e considera non tanto i quadri dei singoli artisti, o la tematica raffigurata o la tecnica di esecuzione, ma piuttosto le circostanze della loro vita, cerca di portare alla luce i contenuti poetici alla base delle loro opere, di scoprire le fonti della creazione. Prossimamente pubblicherò un altro suo breve saggio dedicato a Gauguin, e un testo molto interessante dal titolo L’arte di vedere il mondo. Dal libro Racconti sui pittori ho tradotto per il momento il seguente testo:

 

Van Gogh il folle

 

   Nel mondo della creazione artistica infuria sempre una tempesta di pensieri, immagini, colori, luce, sofferenza, amore, ricerche. Questo mondo ci appare enigmatico. Forse perché ogni vero maestro sottomettendosi alle regole generali della creazione (ancora oggi abbastanza oscure) vive al tempo stesso una vita diversa dai restanti artisti, e per questo crea ulteriori proprie regole, lavora secondo un proprio modello, lascia nelle sue opere l’impronta dei suoi stati d’animo e a modo suo esprime il proprio io.

   Se Vincent van Gogh non fosse stato un Olandese, se non si fosse stancato della onorevole e noiosa vita familiare, se non avessero voluto che diventasse un predicatore, e quindi un uomo con una professione indefinita e inadatta, se non fosse stato per la sua amicizia con i poveri minatori di Borinage, e con gli impressionisti francesi indipendenti, se…

   Si potrebbero aggiungere alcune decine di analoghi “se”, ma una cosa sola è importante – tutte le inclinazioni di van Gogh, tutte le circostanze della sua vita portarono a un risultato che sembrava inatteso, fecero di lui uno dei più grandi e più luminosi pittori del mondo.

   Van Gogh impartì a tutti gli uomini d’arte una stupenda lezione. Fu un esempio di sacrificio, d’inflessibile rettitudine, di prodigiosa follia, che rigettava da sé come scorze le delusioni e gli insuccessi personali.

   Qualcuno scrivendo di van Gogh ha chiamato la sua vita un Golgota. L’artista era inchiodato alla croce della sua pittura, come Dostojevskij lo era alla croce della sua prosa.

   Non temiamo questo paragone. Esso dice in fin dei conti che l’artista desiderava a tal punto trasmettere al mondo tutta la bellezza che viveva nel suo cuore e nella sua mente, che l’intera sua esistenza ci appare come una via crucis attraverso il tormento e la gioia insieme. E questa via scorre ai limiti delle forze umane.

   Così si spiega anche la morte di van Gogh. Non c’è niente di più errato, che vedere nel modo in cui lasciò questo mondo, soltanto patologia e alienazione mentale. Da tempo è stato già detto e da tempo si sa, che l’arte esige dall’artista una dedizione illimitata. Solo allora egli può possedere quella forza inesplicabile, che a volte definiamo magica.

   Gli esempi di ciò che la nostra maldestra lingua chiama magia non mancano.

   Ne citerò uno. Nella Tracia, vicino alla città di Kazanlak è stata dissotterrata non molto tempo fa la tomba di un capo trace. Le pareti sono ricoperte di affreschi. In uno di essi il capo defunto siede alla tavola del convito funerario rituale. E’ magro e nero, come bruciato dalla morte.

   Accanto a lui siede la moglie, bella e triste. La sua mano stringe la nera mano del marito. In quella mano viva, nelle sue forti, delicate dita c’è una tale serenità e una tale fede nell’immortalità dell’uomo amato, che l’intero affresco funebre appare come una solenne affermazione della vita e dell’amore.

   L’affresco ha un potere magico, intensificato ancor più dai quattro focosi destrieri alle spalle del capo defunto.

   Van Gogh era un uomo molto sensibile alle questioni sociali. Cercava nuove e giuste forme di vita nel mondo e si definiva pittore della gente semplice, dei contadini e degli operai. Proprio egli disse: “Sono convinto che non ci sia nulla di più profondamente artistico che amare il prossimo”.

   A differenza di una falsa saggezza che considera la pittura soltanto una servitrice del mondo reale, tutta la vita di van Gogh dimostra che essa esiste autonomamente ed è un meraviglioso fenomeno in una catena di altre manifestazioni della realtà.

   Lo scetticismo e l’avversione per gli impressionisti e per van Gogh, ancora esistenti, anche se per fortuna in via di estinzione, si possono spiegare solo con l’ignoranza artistica, oppure con la negazione della bellezza come forza propulsiva della vita, oppure infine con la paura di fronte a tutto ciò che non risponde alle menti e ai gusti ricoperti di muffa.

   Ci sono ancora persone da noi, annoverate nel mondo dell’arte, che fanno venire in mente la proprietaria della pensione, dove viveva Levitan a Mosca. Egli si era indebitato con lei e voleva pagarla con i suoi quadri. Ma lei non li accettò, perché mancava in essi il benché “minimo tema” – così si espresse. A chi serve l’eterna pace dei fiumi nordici, o l’autunno dorato sotto il cielo nebbioso, se nei quadri non ci sono persone, né mucche e nemmeno galline!

   Il tema è una grande cosa, ma non si può pretendere da tutti gli artisti (così come dagli scrittori) l’uniformazione di forma e contenuto. Condizione di esistenza dell’arte è la varietà dei pareri e dei gusti.

   Se approviamo l’arte dell’Ellade, se subiamo il fascino di Nefertiti e la forte influenza delle opere di Delacroix e di Nesterov e di altre centinaia di artisti totalmente diversi tra loro, come possiamo mettere in dubbio l’enorme importanza di van Gogh, con la sua fantasmagoria di colori brillanti e decisi e la sua profonda visione del mondo! Chi non si rallegra e non si commuove alla vista delle sue tele, è un ipocrita oppure un “ciocco secco”, come diceva il poeta persiano Saadi.

   E’ difficile trovare un altro esempio di maggiore abnegazione di quello che dette con la sua vita Vincent van Gogh. Sognava di creare in Francia una “compagnia di pittori”, una specie di collettività che consentisse agli artisti di servire esclusivamentre l’arte.

   Van Gogh soffrì molto. Nei suoi quadri I mangiatori di patate e La ronda dei carcerati ha reso tutto l’abisso della desolazione umana. Pensava che spetta all’artista contrastare la sofferenza con tutte le forze e con tutto il talento.

   Compito dell’artista è creare la gioia. Ed egli la creò, servendosi dei mezzi che meglio padroneggiava – i colori. Era sbalordito dal modo in cui la natura riesce perfettamente a legare i colori, era affascinato dal numero incalcolabile delle loro sfumature e dalle tinte della terra che mutano di continuo, ma sono ugualmente belle in tutte le stagioni e sotto ogni latitudine.

   Nella vita di van Gogh ha svolto un ruolo importante la città provenzale di Arles. Arles è una città come uscita da un sogno.

   La luce del giorno, limpida e marcata, rende plastico, tridimensionale il paesaggio di Arles, la sua arena romana, dove adesso si svolgono i combattimenti dei tori, le sue sobrie strade semivuote che richiamano alla mente la vicina Spagna, la modesta isolata casetta di van Gogh, scampata per miracolo al bombardamento del quartiere della città dove essa si trova.

   Al Louvre nella galleria degli impressionisti sono conservate le tavolozze di tutti i grandi pittori francesi, tra esse c’è anche la tavolozza di van Gogh. Sembra che vi si siano incollati sopra frammenti delle grasse zolle della terra di Arles. Riluce di ocra, di rosso minio, cupreo e di vino, del colore autunnale della vite, di ruggine centenaria e dell’umido lilla della terra appena arata.

   Gli alberi legati dalle mani di giganti in nodi ramati brillano col grigio azzurro della corteccia.

   Tutto è addensato e compatto. I colori sembrano saltare via l’uno dall’altro, come se nessuno di essi potesse resistere alla intensità e alla brillantezza di quello accanto.

   Van Gogh nei suoi quadri ha trasfigurato la terra. Come se l’avesse lavata con un’acqua miracolosa, fino a farla risplendere di colori così vividi e intensi, che ogni vecchio albero si è trasformato in una scultura, e ogni campo di trifoglio – nella luce solare racchiusa in una miriade di semplici fiorellini.

   Per suo volere i colori si sono fermati nella loro continua trasformazione, per consentirci di godere della loro bellezza.

   Come si può dunque affermare che a van Gogh fosse indifferente l’uomo? Eppure egli gli ha donato la più grande ricchezza che aveva – la propria visione della vita sulla terra, splendente di mille colori e di tutte le loro più delicate sfumature.

  

   Era poverissimo, orgoglioso e privo di senso pratico. Divideva l’ultimo boccone coi senzatetto e provò sulla propria pelle cosa significa l’ingiustizia sociale. Disprezzava il successo a buon mercato.

   Di sicuro non era un lottatore. Il suo eroismo si limitava alla fanatica fede in un radioso futuro per i lavoratori – aratori e operai, poeti e studiosi. Non riusciva ad essere un lottatore, però voleva avere ed ha avuto la sua quota parte nel tesoro del futuro – i quadri che cantano le lodi della terra.

 

Alcune citazioni da van Gogh:

 

Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano – come l’allodola che non può fare a meno di cantare al mattino – anche se l’anima talvolta trema in noi, piena di timori.

 

A che sarei utile, a che potrei servire? C’è qualcosa dentro di me, ma cos’è?

 

Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali.

 

Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?

 

Per agire nel mondo, occorre morire a se stessi. L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui.

 

Per quanto mi riguarda, nulla so con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare.

 

E’ come avere un gran fuoco nella propria anima e nessuno viene mai a scaldarvisi, e i passanti non scorgono che un po’ di fumo, in alto, fuori del camino e poi se ne vanno per la loro strada.

 

A momenti, come le onde disperate si infrangono sulle scogliere indifferenti, un desiderio tumultuoso di abbracciare qualcosa.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Alcuni quadri di van Gogh che hanno attinenza col testo pubblicato:

   

Il raccolto

Il raccolto

Il vigneto rosso

Il vigneto rosso

La stanza di van Gogh ad Arles

La stanza di van Gogh ad Arles

Contadini con bambina

Contadini con bambina

Mogli di minatoriMogli di minatori

La ronda dei carcerati

La ronda dei carcerati

I mangiatori di patate

I mangiatori di patate

L'aratro

L’aratro

Minatori nella neve

Minatori nella neve

Seminatore col sole che tramonta

Seminatore col sole che tramonta

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2 Risposte to “Van Gogh il folle”

  1. benedetta marzo 2, 2015 a 5:58 pm #

    Grazie per avermi fatto rivivere il mio soggiorno ad Amsterdam se sei amnte di Van Gogh ti invito a visitare il mio blog dove ho pubblicato un post su Van Gogh alive Firenze 2015 http://www.blogdibi.com

  2. Paolo Statuti marzo 2, 2015 a 6:55 pm #

    Grazie, ho visitato il tuo blog e ho lasciato un commento

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