L’arcobaleno

20 Ago

 

   Nel 1970 la casa editrice “ISKRY” di Varsavia pubblicò una raccolta umoristica dal titolo Stańczyk, ovvero ridiamo per tutto l’anno, comprendente poesiole, aneddoti, aforismi e racconti brevi. Uno di questi ultimi è intitolato L’arcobaleno e ne è autore Janusz Osęka, nato a Varsavia nel 1925, scrittore e satirico. Dal 1960 al 1990 fu redattore della nota rivista umoristica “Szpilki” (Spilli). Nel 1997 ricevette il titolo di “Giusto Tra le Nazioni del Mondo”, per la sua partecipazione a un gruppo che dopo l’Insurrezione di Varsavia mise in salvo diversi combattenti ebrei. Janusz Osęka ha pubblicato una quindicina di libri di carattere satirico-umoristico, che raccomando agli editori italiani interessati a questo genere letterario. Se si pensa che questo raccontino è uscito nel 1970, bisogna ammettere che la censura polacca riusciva ad essere abbastanza “liberale”; molto probabilmente in altri paesi a regime comunista questo testo non sarebbe passato. Eccolo nella mia versione. 

 

L’arcobaleno

 

   Giunsero sul posto, diedero un’occhiata al progetto e cominciarono a misurare, e tutti credettero che sicuramente avrebbero costruito una centrale elettrica o una strada per il villaggio. Soltanto dopo, quando presero a calcolare la distanza del cielo, usando i palloni, risultò chiaro che volevano costruire un arcobaleno. Un contadino che era stato assunto per gonfiare i palloni, aveva captato la conversazione tra i due pittori che si occupavano della scelta dei colori, e così venimmo a sapere che si trattava di un investimento destinato a due distretti, denominato Primo Arcobaleno Permanente Statale Nr. 1. Durante la posa della prima pietra sotto le fondamenta vicino al bosco, dove il terreno era più solido, perché calpestato dalle mucche, un rappresentante della provincia disse:

   “Dovreste essere orgogliosi che sul vostro terreno sorgerà una costruzione come questa, che i vostri padri non si sognavano nemmeno. Oggi, avendo a cuore l’abbellimento del nostro paese, abbiamo pianificato almeno un arcobaleno per ogni provincia, il che significa un notevole incremento di colori sulle teste della popolazione, e inoltre in tal modo non dipenderemo più dai capricci del tempo. Tireremo su il nostro arcobaleno con uno sforzo comune perfino in anticipo, alla faccia di quelli che ci descrivono sempre a fosche tinte”.

   All’inizio i contadini trattavano l’arcobaleno con diffidenza. Si lamentavano che esso avrebbe trattenuto le nuvole, e avremmo perso il grano a causa della siccità, ma fu chiarito loro che simili pareri erano contrari al parere della scienza e alla decisione delle autorità. Il progetto dell’arcobaleno portava la firma di illustri architetti, e di sicuro avrebbe spaventato i passeri e altri parassiti.

   I contadini si abbonirono, tanto più che molti trovarono lavoro nel montaggio dei segmenti, e lassù la retribuzione era particolarmente alta. I lavori proseguivano speditamente e qualcuno, per guadagnare tempo,  propose perfino di costruire l’arcobaleno dal basso, ma a segmenti, tuttavia l’idea restò sospesa in aria e non se ne fece niente, inoltre l’ideatore fu molto criticato. L’arcobaleno era giunto alla fase delle rifiniture, quando all’improvviso arrivò un’ispezione e scoprì che esso si spaccava in alcuni punti, perché il materiale era troppo leggero e ondeggiava al vento come un pioppo tarlato. I lavori furono fermati, vennero presi alcuni campioni dell’arcobaleno per essere analizzati, ma nel frattempo la questione fu in parte chiarita: il capomastro, che aveva una casa a Varsavia, si era costruito su di essa un piccolo arcobaleno unifamiliare. Interrogato dall’organo inquirente non riuscì a spiegare, dove avesse preso il materiale per quella iniziativa privata, quindi ovviamente l’arcobaleno fu confiscato e lui finì in prigione. Allora il capomastro disse:

   – Il mio arcobaleno fa ridere, guardate piuttosto quello sulla villa del presidente della giunta!

   Vennero inviati alcuni agenti nel luogo indicato e, in effetti, videro un arcobalendo così enorme, da lasciare il fiato sospeso, tutto costruito col materiale contrassegnato “Arcobaleno Permanente Statale Nr. 1”. Furono subito messi i sigilli e fu lasciato a disposizione del procuratore.

   Agli arresti il presidente disse:

   – Se devo finire in prigione io, allora ci finiscano pure il capo contabile e il magazziniere. Entrambi hanno i pannelli dell’arcobaleno in cantina sotto il carbone.

   – Lei ha dato il cattivo esempio – gridò indignato il procuratore, quando il presidente volle coinvolgere anche il guardiano al cancello, che dietro compenso chiudeva gli occhi sui pezzi di arcobaleno che venivano trafugati.

   L’esempio della direzione fu davvero fatale, perché a un contadino del nostro villaggio, mentre lasciava il cantiere, fu trovato un pezzo di arcobaleno in una gamba dei pantaloni. Un altro lo aveva portato via nel pane e un altro ancora avvolto sotto la camicia; inoltre in alcuni fienili ne furono scoperti diversi metri sotto il fieno. Spiegavano che volevano abbellirsi i tetti con un proprio arcobaleno, perché quello statale, sì era bello, ma era troppo lontano. Nel frattempo l’arcobaleno statale cominciò a scricchiolare, a spaccarsi, e un pezzo cadde sulla stalla del mugnaio, sfondò il tetto e ferì una mucca. Allora arrivò una nuova commissione e accertò che l’arcobaleno aveva dei difetti e costituiva un serio pericolo per la popolazione. Se fosse crollato del tutto, avrebbe potuto seppellire perfino interi villaggi. Pertanto bisognava evacuare quelli che ci vivevano sotto.

   Nel villaggio scoppiarono le lamentele:

   – Per colpa di alcuni individui asociali dobbiamo rimetterci noi! Non bastava loro l’arcobaleno sociale?! San Giuseppe, salvaci tu!

   Tra lo sconforto generale alcuni ebbero i rimorsi di coscienza, e chi aveva un pezzo nascosto nello sgabuzzino o sotterrato sotto un albero, lo tirò fuori e lo portò al cantiere.

   – Ecco – diceva – s’è impigliato da me non so come, perciò lo riporto, forse basta per una toppa.

   I costruttori, dopo lunga riflessione, dichiararono che integrando l’opera nei punti mancanti e rinforzandola qua e là, si sarebbe retta bene sui sostegni. Dopo aver ricuperato gli arcobaleni confiscati al capomastro, al presidente, al magazziniere e al contabile, e aver rimesso insieme i pezzi che si erano impigliati nei casolari, la parte che ancora mancava fu fatta da noi col sistema del lavoro a domicilio, nell’ambito delle attività sociali. Capimmo che il comune, grande, stupendo arcobaleno statale non aveva nulla a che fare con il rachitico arcobaleno privato, che oltre tutto annerisce subito, a causa del fumo che esce dal comignolo.

   Quando il nostro nuovo e magnifico arcobaleno era già innalzato, affinché il procuratore non avesse più risentimenti per la nostra precedente sconsideratezza, decidemmo di costruire, con i pezzi avanzati, un piccolo ma grazioso arcobaleno sulla sua casa.

 

(C) by Paolo Statuti

 

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