Assisi: Gli affreschi di Giotto

16 Ago
Czesław Ryszka

Czesław Ryszka

 

 

   Czesław Ryszka è nato a Goławiec il 3 luglio 1946. Giornalista, scrittore cattolico, pubblicista, politico, deputato nella III legislatura, senatore nella VI e nella VII. Autore di molte pubblicazioni di carattere socio-religioso. Nel 1985 è uscito il suo libro Pisane w Asyżu (Scritto ad Assisi). Da esso ho scelto e tradotto il testo seguente:

 

Gli affreschi di Giotto

 

   …Al Sacro Convento mi recai la mattina presto. Il cielo era nuvoloso. A metà strada tra Santa Maria degli Angeli e Assisi mi sorprese la pioggia. Raggiunsi la basilica tutto bagnato. Pensavo che il maltempo avrebbe tenuto lontani i turisti e i pellegrini, e che avrei avuto un po’ di tranquillità. Macché! Sulla piazza davanti a Porta san Pietro erano parcheggiati una quindicina di pullman. La maggior parte dei pellegrini assisteva già alle messe.

   Gli affreschi di Giotto si stavano appena svegliando dal sonno. Nell’enorme basilica, di solito inondata dal sole, regnava la penombra. Abbracciai più volte con lo sguardo tutte le pareti e più volte girai intorno ad esse. Ventotto scene riguardano i fatti più noti della vita di Francesco. La maggior parte di esse raffigura i miracoli del Santo. Gli affreschi formano quindi una tipica agiografia medioevale. Pensai che Giotto aveva dovuto studiare prima la Leggenda maggiore di san Bonaventura o anche il Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano, per poi tracciare l’abbozzo, tratteggiare, misurare…Forse all’inizio non riusciva a rappresentare le scene come avrebbe desiderato, e soltanto quando decise di vivere lui stesso come Francesco, quando impresse nell’intonaco la sua emozione per l’incontro col Santo, soltanto allora i pennelli coi colori, fedelissimi e sottomessi compagni, ubbidienti alla fantasia dell’artista, trasformarono le pareti nella viva storia di quegli anni. L’opera di Giotto supera ogni valutazione. Penso che, se agli scrittori biblici Jahvè infuse la propria saggezza, ed essi scrivevano quasi sotto Sua dettatura, similmente deve essere stato nel caso di questi dipinti. Forse, non Francesco fu in questo caso il “guardiano” dal cielo, ma ad esempio frate Elia, anch’egli defunto, colui al quale premeva tanto che la basilica francescana mostrasse tutto lo splendore dello spirito e della vita del santo Fondatore. Qualunque cosa si sia scritto su di lui, egli era legato a Francesco come a un padre e di sicuro non aveva bisogno d’insinuarsi nelle sue grazie – come scrivono alcuni autori. Semplicemente Elia era diverso, era un francescano moderno che teneva alla cultura, era un esteta e conosceva il mondo. Non piaceva ai semplici, ma non li criticava, non soffocava lo spirito dei radicali, tuttavia apprezzava il buon senso e la prudenza. Amava anche l’arte. Si può dunque con certezza scrivere che Elia esultasse in cielo vedendo realizzarsi l’opera della sua vita. A Giotto però non venne in mente di mettere la sua immagine, magari anche nel punto meno visibile.

   Gli affreschi di Giotto sono la registrazione pittorica della vita del Poverello. Essi svelano molti particolari che non sempre si rammentano. Per questo sceglierò alcuni di essi. Ad esempio l’incontro di Francesco col sultano. Ne parla uno degli affreschi. Esso ebbe luogo alla vigilia della battaglia dei crociati a Damietta. Dapprima aveva cercato di convincere questi ultimi a desistere dal combattimento, li supplicò, sostenendo che Cristo non approvava quella guerra, che non si poteva predicare il Vangelo con l’aiuto della spada. Ma per essi rinunciare alla lotta, sarebbe stato un tradimento, avrebbe significato seminare il caos e il disfattismo tra le fila dei cavalieri, fiaccare lo spirito bellicoso dei crociati. Non ascoltarono Francesco. Allora decise di recarsi nel campo del nemico, dallo stesso sultano.  Non sappiamo come si svolse questo incontro. Nell’affresco di Giotto il sultano ascolta con attenzione il discorso di Francesco, sul suo volto si vede l’apprezzamento per il coraggio dello straniero e la diffidenza per la sincerità delle sue parole, poiché i cavalieri cristiani fino a quel momento avevano agito crudelmente, proprio all’apposto di quanto voleva il loro Dio.

   In quale lingua Francesco cercava di convincere il sultano? Forse confidava soltanto nelle parole: “Non temete, ciò che direte…La Buona Novella non ha bisogno di  traduttori, ma di testimoni fedeli, è come un raggio di sole che dona a ciascuno luce e calore. Francesco, ispirato durante quel colloquio, voleva saltare nel fuoco, per dimostrare la potenza dell’Altissimo. Giotto non nascose l’incredulità del sultano, ma sul suo viso dipinse l’emozione, l’eco di un dubbio interiore, derivante dal pensiero che il Dio di Francesco fosse più potente di Allah.

   Un altro affresco riguarda l’incontro del Poverello col papa Onorio III. Probabilmente trovandosi di fronte al pontefice, egli dimenticò cosa doveva dire. Il discorso preparato con cura era fuggito via dalla mente e si sentì la testa vuota. Ma non si scoraggiò, in fondo era lì  per una questione divina, quindi chiamò in aiuto lo Spirito Santo e ottenne il dono dell’eloquenza, tanto che il papa con la testa poggiata sulla mano e con grande attenzione ascoltò l’umile frate. I cardinali, ammutoliti dall’impressione, capirono che non era Francesco a parlare, ma attraverso lui lo Spirito del Signore. Di più – alcuni si convinsero che il suo modo d’intendere la Chiesa e il Vangelo si poteva paragonare al volo dell’aquila, mentre il loro – allo strisciare sul ventre. Può divertire la varietà di espressioni sui visi di questo affresco. Giotto era un osservatore magnifico, ma anche un po’ ironico e critico. I volti dei dignitari esprimono meraviglia e imbarazzo. Francesco parlava come un eminente teologo e predicatore. Il suo modo di esprimere i pensieri era improntato a una grande saggezza e perspicacia teologica. Serva da esempio un frammento delle sue Ammonizioni, nel quale mette in rilievo la fede nella presenza di Cristo nell’Eucarestia: “Perché non conoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio? Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo il pane e il vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli, come egli stesso dice: “Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo”.

   Non riuscendo a restare seduto nello stesso posto, almeno ogni ora facevo il giro della basilica, con la testa all’insù, guardavo attentamente gli affreschi, li confrontavo. Come sono diversi dai precedenti dipinti lì accanto, eseguiti da Cimabue e da altri. Giotto si allontanò felicemente dalla pittura piatta tipica dello stile bizantino, e con coraggio introdusse la prospettiva. Le sue figure si allontanano, sono differenti, hanno il “peso” dei propri corpi, sono modellate come statue, in pose drammatiche. Perfino le allegorie delle virtù di Francesco non seguono i vecchi simboli bizantini, ma il punto centrale è occupato dal “succedere”, dal mondo umano, dai temi presi dalla vita di ogni giorno. Stupendo, perché soltanto così si può definire, l’affresco della predica di Francesco agli uccelli, una delle opere più note di Giotto, ci porta, per la prima volta nell’arte pittorica, in mezzo alla natura. Il cielo, la terra, gli alberi, gli uccelli, l’erba, i colli…e le figure umane – questo nella pittura ancora non s’era visto. Che pace in questo dipinto quasi bucolico! Se non fosse per l’aureola sulla testa di Francesco, si potrebbe pensare che sia stato eseguito in un periodo notevolmente posteriore. Giotto ha magistralmente organizzato lo spazio, ha subordinato ogni dettaglio all’idea-guida, in cui il posto centrale è occupato dall’uomo.

   Molte scene di Giotto ricordano l’iconografia evangelica, Francesco viene mostrato con un altro Cristo. Un esempio può essere l’affresco che rappresenta il Santo durante i lavori del capitolo ad Arles. Come il Signore nella cena dopo la risurrezione, così anche Francesco entra nella stanza chiusa, dove deliberano i frati. Con le braccia tese a formare la croce benedice il dibattito, non lo interrompe, permette ad Antonio di parlare.

   Similmente nell’affresco del giudizio davanti al vescovo. Il dipinto ricorda il battesimo di Gesù nel Giordano. Francesco spogliato indica il cielo, da cui anziché la voce, emerge la mano che benedice la decisione del giovane. Un altro riferimento al Vangelo può essere la visione di frate Pacifico, in cui un angelo gli mostra il trono accanto a Cristo, preparato in cielo per Francesco. Le immagini dei troni in cielo e degli onori celesti, consentiva al geniale pittore di stendere davanti agli occhi della gente il quadro del cielo come regno simile a quello terrestre. Giotto però vi aggiunge l’interpretazione teologica: Francesco prenderà il posto dell’angelo caduto.

   Anche l’affresco che rappresenta la cacciata dei demoni da Arezzo si ricollega alla vita di Cristo. Gli abitanti di Arezzo in discordia tra loro, di notte si aggredivano a vicenda, uccidendosi l’un l’altro. I demoni seduti sui tetti esultavano per il proprio governo della città. Ma frate Silvestro su esplicito incarico di Francesco li caccia via e in città torna la pace. In Giotto i diavoli come pipistrelli fuggono in preda al panico, volano via a Sodoma e a Gomorra, spaventati dal segno della croce e dal nome di Cristo. Non facevano forse lo stesso gli apostoli, cacciando via gli spiriti maligni su ordine di Cristo?

   Ricorderò ancora l’affresco dell’estasi di Francesco. Esso richiama alla mente la Trasfigurazione. Il Santo conversa con Gesù che si sporge dalle nubi. I frati scossi, come gli apostoli sul Tabor, guardano al miracolo dell’unificazione della Terra col Cielo. Francesco nella prodigiosa illuminazione dello spirito, accoglie a braccia tese la benedizione di Dio e la trasmette oltre, sulla terra distesa sotto i suoi piedi.

   L’ultimo affresco che ricorda molto la liberazione di san Pietro dalla prigione romana, raffigura la miracolosa liberazione di Pietro d’Alife, il cavaliere sospettato di eresia. Francesco, invocato da quest’ultimo accorre in suo aiuto e gli toglie le catene.

   Per Giotto la basilica di Assisi fu anche un magnifico campo per sviluppare il suo genio. Arricchì la basilica al punto che un frate, mentre la visitava, ricordando il Fondatore e il suo invito alla povertà, ebbe a dire maliziosamente: “Però, tranne le mogli qui ai fraticelli ormai non manca proprio nulla”.

Francesco davanti al sultano

Francesco davanti al sultano

Francesco davanti al papa a Roma

Francesco davanti al papa a Roma

Francesco appare al capitolo di Arles

Francesco appare al capitolo di Arles

Francesco predica agli uccelli

Francesco predica agli uccelli

Francesco si spoglia davanti al vescovo

Francesco si spoglia davanti al vescovo

La cacciata dei diavoli da Arezzo

La cacciata dei diavoli da Arezzo

Estasi di Francesco

Estasi di Francesco

Francesco libera Pietro d'Elife

Francesco libera Pietro d’Elife

Assisi: Interno della Basilica superiore

Assisi: Interno della Basilica superiore

                                                                       

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