Janusz Łętowski

10 Ago

 

 

Professore di diritto amministrativo, melomane e apprezzato critico musicale. Dalla sua raccolta di feuilleton sui grandi interpreti della musica classica Galeria portretów muzycznych (Galleria di ritratti musicali, 1987) ho scelto e tradotto dal polacco per i miei lettori l’introduzione.

 

Introduzione

   Poco tempo fa ho incontrato un mio buon conoscente, una persona il cui parere tengo in seria considerazione, perché apprezzo i suoi gusti e i suoi giudizi.

   – Ciò che scrivi è troppo personale e soggettivo – mi ha detto. – E inoltre eccedi nell’uso della prima persona. Il giudizio dovrebbe essere piuttosto impersonale, basato su argomenti e non su impressioni. Scrivere ciò che proviene da “se stessi” ha un sapore di presunzione e di civetteria. Dovresti evitarlo.

   Mah, se solo potessi! Capisco bene di che si tratta, ma – onestamente parlando – non credo in generale che sia possibile una obiettività assoluta nei pareri e nelle valutazioni musicali. Si può ancora dimostrare che ad esempio Schnabel suona il pianoforte meglio del proverbiale Sempronio, ma è una incongruenza argomentare su chi esegua “meglio” le sonate di Beethoven: Schnabel, Backhaus o Kempff. Arriviamo infatti al punto in cui decide il gusto personale dell’ascoltatore, al punto in cui se qualcuno afferma: “questa esecuzione mi piace”, non gli si può rispondere con alcun argomento logico, a meno che non si usi la risposta: “ti piace , perché sei un somaro”, ma in effetti anche essa spiegherebbe ben poco.

   Perché allora si leggono le critiche e le recensioni? E’ una cosa che mi fa riflettere, perché anch’io in questo campo cerco di leggere tutto ciò che mi capita sotto mano. In primo luogo dunque, si legge per sapere cosa avviene, chi e dove si è esibito, cosa ha suonato, quali dischi sono usciti, quale libro hanno stampato. L’informazione in questo caso è il punto di partenza per formarsi un ritratto dell’artista: molto su di lui, infatti, dirà il repertorio che sceglie, e il luogo dove si esibisce dirà al lettore qualcosa sulla sua attuale posizione nel mondo della musica. Allo stesso modo, se ad esempio qualcuno ha inciso per una nota casa discografica, oppure è passato da un disco a basso prezzo ad uno molto costoso. Questo modo di ragionare a volte non trova riscontro, tuttavia esso può fornire qualche indicazione.

   In secondo luogo, il rapporto tra il critico e il lettore in materia di cultura è alquanto diverso dal rapporto che si stabilisce nella lettura del giornale. Se prendo in mano un articolo pubblicato sul quotidiano “Tribuna”, posso aspettarmi che, a causa dell’orientamento di questo giornale, il contenuto dell’articolo corrisponderà alla posizione ufficiale in un dato campo, e leggo appunto con questa disposizione d’animo. Una cosa diversa sono i giudizi su una esecuzione artistica, espressi soprattutto con riflessione e senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Qui il rapporto tra chi scrive e il lettore si basa principalmente sulla stima di quest’ultimo nei confronti di un particolare autore, del suo gusto personale, della sua serietà e accuratezza…

   Ma cos’è che dà al critico o al recensore una certa preminenza sul semplice ascoltatore o acquirente di dischi? Secondo me soltanto questo: il primo ascolta molto di più e quindi ha una più ampia possibilità di confronto. E solo dal confronto viene la conoscenza e il distacco che modera la perentorietà dei giudizi e la veemenza della prima valutazione. Ogni persona, e quindi anche chi scrive sulla musica, ha naturalmente i propri gusti. Ci sono cose che ama, e cose che suscitano in lui delle obiezioni. Ha dunque due modi di agire nei confronti dei lettori: il primo è non considerare i propri gusti e cercare argomenti obiettivi per giustificare la sua opinione nel caso specifico; il secondo è rivelare il proprio gusto e parlare a viso aperto. Io cerco di seguire quest’ultimo criterio. La conseguenza principale della mia scelta – ciò che naturalmente può e dovrebbe essere oggetto di critica – è il fatto che io evito quasi del tutto la problematica della musica contemporanea. Non me ne intendo, e la cosa peggiore è che non riesco nemmeno per mio uso personale a farmi un’idea di cosa ci sia in essa di buono e non buono. Non distinguo una esecuzione eccellente da una mediocre, a meno di usare criteri affatto tradizionali, ma essi in questo caso non possono essere applicati! Una volta ho ascoltato la registrazione dei Diavoli di Loudun di Krzysztof Penderecki, e a tratti ho avuto l’impressione che alcuni solisti stonassero. Ma la protesta interiore è subito frenata dalla riflessione: e se il compositore intendeva proprio questo? Hans Hotter una volta eseguiva i canti di Rychard Strauss e si rammaricava terribilmente, che le note alte gli causassero problemi e le cantava sforzandosi. Arrivò il compositore, il quale disse: “E chi le ha detto che ho scritto i miei canti, in modo che risuonassero morbidamente? Volevo proprio questo, che si sentisse lo sforzo!” Di fronte all’ampliamento della libertà del compositore fino a limiti estremi, oggigiorno è difficile per il recensore dare un giudizio univoco. Per questo, rendendomi conto della mia debolezza, preferisco cavarmela con le storielle sul conservatorismo.

   Le difficoltà che trova davanti a sé il critico sono tuttavia niente di fronte alla situazione addirittura tragica di un esecutore sulla scena davanti agli ascoltatori. Ai tempi di Nikisch e di Paderewski, il concerto era ancora l’unica forma di messaggio musicale. Il concertista presentava la sua arte a un pubblico ben disposto ad approvarla. Oggi la radio, la televisione, i nastri e i dischi hanno fatto sì che si accetta volentieri solo l’artista di fama mondiale. Nessuno mi indurrà a uscire di casa davanti alla prospettiva di un semplice concerto con un programma ordinario. Non andrò ad ascoltare una sinfonia di Brahms nell’esecuzione di un’orchestra scadente; potrei forse recarmi a un concerto, dove ad esempio venisse eseguita una sinfonia di Elgar, che del resto da noi è quasi sconosciuto. Però se una sinfonia di Brahms fosse preparata da uno dei migliori direttori polacchi con l’orchestra migliore che egli si possa permettere, andrei al concerto, sapendo che in ogni caso nell’armadio di casa mi aspettano Furtwängler, Walter, Barbirolli, Boult, Szell e qualcun altro niente affatto inferiore. In anticipo sono predisposto al confronto e al giudizio sulla esecuzione in base a ciò che già conosco, a ciò cui sono abituato. Sono dunque un ascoltatore molto diffidente, niente affatto propenso ad arrendersi alle concezioni del direttore d’orchestra, e pronto a un velenoso brontolio in caso di brutta esecuzione: ma qui, fratello, hai strimpellato da questo punto, e da quel punto…L’artista lo sa ed è una cosa che non gli piace affatto. Ma non ci può fare niente. Si trova in una situazione simile a quella di un insegnante dei nostri tempi in una buona scuola elementare, piena di marmocchi sapientoni, che guardano la televisione per alcune ore al giorno. Non lo invidio per questa situazione, ma deve rendersene conto. Abbiamo sempre meno tempo. Siamo stanchi. Per i mediocri non c’è posto. Ma colui che riuscirà a vincere con un avversario così esperto e saggio, come l’odierno ascoltatore, è come se vincesse cento volte.

 

 

(C) by Paolo Statuti

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4 Risposte to “Janusz Łętowski”

  1. Claudio Statuti agosto 11, 2013 a 8:39 am #

    Veramente interessante, ce ne vorrebbero di più di simili traduzioni. Personalmente aborrisco i critici ed i recensori poiché è tutto relativo all’orecchio che ascolta e quello non si né criticare e né recensire. Bravo Paolo…!

    • paolo statuti agosto 11, 2013 a 11:33 am #

      Grazie Claudio, infatti questo mi sembra un critico obiettivo…

  2. Claudio Statuti agosto 11, 2013 a 8:41 am #

    chiedo scusa ma all’ultimo rigo manca la parola…può….

    • paulpoet agosto 13, 2013 a 2:37 pm #

      Grazie Claudio, infatti mi sembra un critico davvero obiettivo…

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