Johann Sebastian Bach (1685-1750)

8 Ago

 

Johann Sebastian Bach (ritratto a carboncino eseguito da Paolo Statuti)

Johann Sebastian Bach (ritratto a carboncino eseguito da Paolo Statuti)

 

   Nel 1961 la casa editrice Claudiana pubblicò un volumetto di appena 45 pagine intitolato Incontri con Bach (Stunden mit Bach, traduz. Erica Minguzzi) dello scrittore e teologo tedesco Albrecht Goes (1908-2000). Sono “incontri” affascinanti e meriterebbero di essere ristampati. Per i miei lettori ho scelto il primo breve capitoletto “Mattutino con Bach”.

 

Mattutino con Bach

 

   Albeggia appena. Nella casa degli ospiti nessuno si muove ancora. Esco sulla terrazza e guardo alti sopra di me gli abeti della Foresta Nera nella luce settembrina dell’alba, nel grandioso incontro fra completa oscurità e piena luce. Giù, nel giardino, fioriscono rose tardive e astri precoci. Ci troviamo a una tale altezza che le nebbie autunnali non hanno più potere su di noi, ma soffia un chiaro vento mattutino e coi suoi giochi alterni domina tutto: ora crea ombre, ora squarci di splendore e fiamme di luce. Alto all’orizzonte, sulle cime degli abeti, il rosso fuoco delle pine.

   Provo un senso di benessere. Chiarore, caldo mite. E’ forse la corrispondenza della natura con il momento particolare della mia vita, che mi circonda di così benefica armonia? Primavera di vita, ascesa, pienezza di forze, felicità del meriggio…tutto questo è passato. Di quando in quando mi punge l’amarezza dell’autunno, ma solo come un alito fugace, solo come un profumo di melecotogne e di noci. Però, un poco del peso della calura estiva mi è stato tolto di dosso, mi sono diventati più nitidi i contorni di tutte le cose, ora, ancora più chiaramente, la vita significa compito verso gli altri, domande su domande mi si fanno incontro, ed esigono un’eco, una risposta, una responsabilità. Desidero che un poco di musica entri in questa mia ora mattutina – anzi una musica – quella di Johann Sebastian Bach. Se fossi a casa mia, potrei sedermi al pianoforte, in un’ora abbastanza opportuna, aprire il Klavierbüchlein di Magdalena e saggiare me stesso, tasteggiando una Suite o una Partita. Ma forse farei ciò che in generale usiamo fare da anni  e che è indice della nostra decadenza: prenderei due o tre dischi, andrei verso la cassetta magica e farei suonare per me al cembalo o al pianoforte Ralph Kirkpatrick oppure Dinu Lipatti, già da tempo scomparso, e forse inviterei anche l’incomparabile Aurèle Nicolet a suonare il suo flauto. E questa sarebbe la musica che chiamiamo assoluta, musica senza programma né titolo, senza parole e senza convinzione, senza astuzia, senza sogno, senza incanto. Ma non sono a casa e non ho sottomano nemmeno una pagina di musica. Eppure è possibile evocare davanti all’animo , davanti agli occhi del cuore, anche senza fogli in mano, la meravigliosa concertazione di queste pagine di Bach: verticali e orrizzontali del quadro musicale e, tra di esse, la più pura corrispondenza melodica. E’ musica che non si conosce a fondo né alla prima né alla seconda audizione, eppure dopo solo cinque battute, comunica già qualcosa di completo: questa musica è, mi sembra, un purissimo mattino.

   Lo so, quella di Bach non è musica da inizi dell’arte del suono. Molte esperienze l’hanno preceduta, molte esperienze erano entrate a far parte della consapevolezza di Bach e vi si erano trasformate: Orlando, Schütz e Buxtehude, la dolce giocondità degli Italiani e i meravigliosi Inglesi, Purcell e Dowland. Esisteva già il canto di Innsbruck di Enrico Isaak e il tono dolce amaro di Sweelinck: («La mia giovane vita finirà»). No, quello che sentiamo in Bach non è l’alba della musica, è il mattino in quanto primo albore della vita, primo giorno della creazione.

   Mi torna alla mente quello che un amico mi raccontava, di un collegio nel quale ogni giorno, all’inizio del lavoro, un allievo dei corsi superiori suonava per tutti un preludio e una fuga di Bach, forse non sempre con molta bravura, ma coscienziosamente e con precisione. «Non ho imparato subito cosa sia un tema, un controsoggetto, un canone – mi diceva l’amico – ma ho imparato cosa sia il raccoglimento. Quando più tardi, negli anni della prigionia non possedevo nemmeno uno spartito, mi nutrivo indicibilmente di quei minuti di musica dell’alba, dalla memoria affioravano sempre note serrate, piene di chiarore e in esse sentivo sempre il mattino. Intendo dire che si sarebbe potuto suonare questa musica anche in un’ora diversa, per esempio alla fine del lavoro, ma non sarebbe stata la stessa cosa…No, dirò meglio che se anche la si fosse suonata in un’ora diversa, anche di sera, sarebbe ugualmente rimasta la musica del mattino, l’alito vitale dell’alba».

   Paragono questa musica a una grande sala luminosa in cui vi siano tre porte. La prima è l’apertura verso la parola, verso la essenziale, fresca chiarezza della parola. Non si bisbiglia, non si sussurra, si parla: fortificati da questa musica , osiamo ancora addentrarci nella Babele della nostra lingua di uomini. Ti sembra scarna, questa musica? Non lo è. E’ semplice, come sono semplici le cose più alte. Quando essa ci accompagna verso la parola, esige la più genuina schiettezza, la parola pacata, il pacato , il coraggioso no.

   La seconda apertura introduce nell’ambito dell’azione. Dinanzi a noi sta il giorno ed esige attività, decisioni coraggiose, lo zelo dell’uomo, la sollecitudine della donna. A tutto questo è intimamente legata questa musica. Altra musica, diversa da questa, ci suggerisce idee di diserzione, di assopimento, di delirio, di oblio e di morte. Un’altra, non la musica di Bach, ci invita a pensare all’ieri, alle cose remote.

   Essa è amica del silenzio – e questa è la terza apertura – del silenzio raccolto in se stesso, che tuttavia rimane accanto alla parola per proteggerla dal degenerare e che, sebbene di lontano, accompagna anche l’azione, sottraendola alla ottusa assuefazione dell’abitudine e al disordine della fretta. La musica per se stessa non è silenzio, come non lo sono né la parola né l’azione, ma essa comunica con il mondo primordiale del nostro essere raccolto in silenzio nel segreto di noi stessi. Non oso dire che essa ci trasformi, che ci renda migliori come ci si augurerebbe. Nella storia recente vi sono nomi di tremendi distruttori che tuttavia sono stati buoni interpreti di Bach e anche l’esperienza personale ci mette in guardia contro le esaltazioni chimeriche. Ma mi sia concesso affermare che la grande, sacra chiarezza di questa musica è collegata a tutto quanto in noi non ha bisogno di sottrarsi alla luce del giorno, anche se si trattasse soltanto delle nostre segrete nostalgie e delle nostre esili speranze.

   Sacra chiarezza: in essa vi è il canto della terra e il diletto della vita, ma fra le battute di senso preciso si aprono sbocchi verso un altro genere di mattino.

   Mi richiamano in casa. In quest’ora nessun suono di musica ha rotto il silenzio, eppure se dovessi dare un nome all’ora trascorsa sulla terrazza, sotto gli abeti, meglio che in qualsiasi altro modo la chiamerei: mattutino con Bach.

                                                             (Albrecht Goes)

 

Ed ecco due mie poesie dedicate a Bach, il compositore che amo di più.

 

 

 

 

 

Ascoltando Bach

 

Mio caro, diletto Bach,

lascia ch’io ti ringrazi

per la tua musica.

Essa è una dolce visione,

dove cherubini e serafini

cantano in coro

la quiete dell’anima

e la gioia di essere.

Nel fluire delle note

il cuore torna sereno,

le pietre che lo schiacciano

diventano piume,

le catene che lo legano –

ghirlande di fiori.

Le note penetrano

sempre più a fondo,

là dove si ha più bisogno

di conforto e di amore.

Il tuo sorriso

è il sorriso che Dio

ti ha rivolto,

quando morendo

gli hai portato in dono

le tue armonie…

le Sue armonie!

 

2008

 

 

Die Kunst der Fuge

 

Bach si siede:

davanti a lui si spalanca il cielo,

dietro – il silenzio

e il respiro dell’umanità.

All’improvviso dodici note esplodono

dalla tastiera: potenti, profonde, maestose…

Bach sorride, è felice,

sa che è la voce di Dio.

Le note irrompono, si ripetono,

si rincorrono

tra le canne dell’organo,

si allontanano e ritornano

come eco di sfere celesti.

Seduto nella mia stanza

ascolto un disco:

Bach è con me,

Dio è con lui.

Le dodici note mi danno pace

e conforto,

di tanto in tanto mi chiedono:

anche tu senti la Mia Voce?

Rispondo come in sogno:

Ti ringrazio, mio Dio.

 

2009

 

 

 

 Concludo questo mio post con un pensiero su Bach del compositore e musicologo russo Borìs Asafiev (1884-1949): «E’ un gigante che non bisogna trattare come individualità, ma piuttosto come un potente laboratorio creativo, in cui tutte le perfezioni, gli stili, le tendenze e i risultati della musica dei suoi tempi si fondono in un tutto unico».

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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