El Greco

2 Ago

 

   Dal volume Dalsze gawędy o sztuce VI-XX wiek (Altre chiacchierate sull’arte VI – XX secolo) della scrittrice, pubblicista e poetessa polacca Bożena Fabiani ho tradotto, in forma ridotta, per il mio blog il capitolo dedicato a El Greco.

 

   El Greco era un artista intrepido, un uomo alla ricerca di nuovi mezzi di espressione, e un po’ anche uno sperimentatore. La sua arte è affascinante.

   Si chiamava Domenikos Theotokopoulos ed era nato a Creta nel 1541. Si formò presso i pittori del luogo nella tradizione bizantina e anch’egli all’inizio dipinse icone di santi su fondo d’oro. Ma ciò non gli bastava, l’isola per lui era troppo angusta, e la pittura bizantina troppo limitata.

   Poiché Creta allora apparteneva a Venezia, Domenicos si trasferì proprio in questa città, dove ebbe la fortuna di conoscere e frequentare artisti geniali come Tiziano, Tintoretto, Veronese, Sansovino e i due Bassano. Da Venezia si recò a Roma. Aveva allora circa trent’anni. Grazie a una lettera di presentazione di Giulio Clovio, umanista e pittore di miniature, fu preso a benvolere dalla potente famiglia Farnese. A Roma trascorse 5 anni, ma non riuscì a imporsi e nemmeno a conquistarsi simpatie nell’ambiente artistico della città. Il suo momento ancora non era giunto. Del resto si inimicò la gente, perché in modo sprezzante prese la parola durante una accalorata discussione sulla nudità delle figure nel Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, e ciò avveniva pochi anni dopo la morte del Buonarroti. Propose cioè di eliminare l’intero affresco e di ridipingerlo con “pari abilità”, ma “come si doveva e con decenza”. A dire il vero molte persone a Roma erano scandalizzate dagli uomini tutti nudi che volavano sulla parete dietro l’altare del papa, ma Michelangelo era troppo apprezzato, e quindi El Greco venne giudicato superbo e presuntuoso.

   Verso il 1576 lasciò l’Italia per sempre e si fermò a Toledo, capitale della Castiglia, dove rimase fino alla morte. In nessuna altra parte avrebbe potuto trovare condizioni migliori. Città di tre culture – spagnola, araba ed ebraica, con moltissimi stranieri anche Greci. Inoltre Toledo, in quando sede del primate era un “mercato” ideale per lui: pieno di conventi, di chiese e cappelle che avevano un grande bisogno di quadri sacri. Ed egli incontrò subito il gusto dei religiosi spagnoli – con il fervore che ispiravano, la loro drammaturgia e i colori così particolari, i suoi quadri piacevano molto. Esigeva compensi sempre più alti e ben presto diventò il pittore meglio pagato dell’intera Castiglia. L’artista dell’aldilà e degli asceti amava il lusso: occupava un appartamento di 24 stanze con parco e vista sul fiume. Ospitava l’élite culturale di Toledo. Fece il ritratto a molte personalità, tra cui quello stupendo del grande inquisitore. A partire dal 1608 però, fu costretto a ridimensionare molto il suo tenore di vita, non riusciva a pagare l’affitto, non aveva più la forza di lavorare. Si indebitava, ridusse il numero delle stanze, vendette gli oggetti preziosi. Alla fine si mise a letto, per non alzarsi più. Visse ancora qualche anno, lucido di mente, ma incapace di lavorare.

   Morì il 7 aprile 1614 ed ebbe un magnifico funerale. Vi presero parte molte congregazioni, sacerdoti, fedeli, e il corpo fu sepolto nella chiesa di Santo Domingo el Antiguo, da dove aveva iniziato la sua carriera. Oggi però è inutile cercare là la sua tomba. E’ successa infatti una cosa incredibile: a causa di un disaccordo tra il figlio del pittore e le monache, forse il mancato pagamento della tomba, in quanto il figlio aveva ereditato anche i debiti del padre, qualche anno dopo il funerale le bernardine revocarono l’autorizzazione per la tomba, e il figlio dovette trasferire le ceneri del padre e della moglie nella chiesa di San Torquato. E poiché questa chiesa circa cento anni fa venne demolita, la tomba di El Greco e di tutta la sua famiglia è andata perduta.

   Quando si guarda il volto di El Greco, il pittore fa l’impressione di un uomo freddo, indifferente, del resto ciò trova conferma in certo qual modo nella sua condotta nel corso della vita. Al contrario, i quadri dell’artista infiammano, inteneriscono, commuovono fino alle lacrime. Come pittore religioso, perché oltre ai ritratti dipinse principalmente Cristo e i santi, sapeva suscitare un particolare stato di esaltazione.

   El Greco rinnegò tutto ciò che gli avevano insegnato: i canoni bizantini, le regole rinascimentali e cominciò a creare il proprio mondo, non il mondo che vedeva, ma quello che gli dettava la sua fantasia. Si prefisse il compito ambizioso di dipingere la spiritualità. Se fosse riuscito a cogliere il soprannaturale, avrebbe conquistato la Castiglia. E la conquistò.

   Sceglieva modelli dal volto caratteristico, espressivo, eloquente, li cercava sulla strada tra i mendicanti, ma anche tra i malati di mente nel vicino ospedale…Aspirando a una sempre maggiore espressività, dalla imitazione, dal realismo, passò alla deformazione, diede alle sue figure strane proporzioni e gesti veementi, a volte isterici. La deformazione delle figure avviene in vari modi: o sono eccessivamente allungate e piegate, o sono larghe in basso, più strette in alto e con la testa lontana dai piedi…Tale è l’Annunciazione – il tondo sul soffitto a Illescas (1603, Ospedale della Carità), dove l’Arcangelo Gabriele occupa l’intero bordo del tondo. Nel 1913 un certo oculista giunse alla conclusione che il pittore soffrisse di astigmatismo e con questo spiegò quelle deformazioni. Incredibile! In molte tele le radiografie hanno rivelato forme differenti sotto la pittura; quindi è chiaro che l’artista modificò le forme deliberatamente. Del resto nello stesso periodo dell’ “astigmatismo” egli eseguì i ritratti nel rispetto della tradizione classica e del tutto normali dal punto di vista ottico, come ad esempio il ritratto di suo figlio.

   Per esprimersi con più forza, si allontanava anche dalla bellezza. Tratti inizialmente classici, lasciavano il posto a volti brutti, rozzi, dai nasi simili a becchi di uccelli. Anche i santi cominciavano a essere brutti – come ad esempio san Giovanni e la Vergine sotto la croce nella Crocifissione del Prado. Nella Nascita di Maria (Zurigo), tranne sant’Anna in un letto regale – tutti, a cominciare dalla nutrice, sono caricaturali. Il Battesimo di Cristo per l’ospedale Tavera di Toledo – ugualmente. Lo stesso Cristo qui è brutto, soprattutto la faccia, e il corpo segue una linea ondulata, serpeggiante.

   In questo pittore le braccia e le gambe nude sono sempre un mezzo di espressione, egli predilige in particolare i polpacci arrotondati degli angeli, con l’ampia veste succinta vista dal basso, spesso da dietro. All’inizio li dipingeva in modo realistico e bello, soprattutto le mani, mentre in seguito perfino le braccia e le mani vengono deformate, diventano come di pasta, i muscoli appaiono morbidi e le dita delle mani si trasformano negli artigli di uno sparviero. La forma deve essere “viva, come un serpente, quando striscia” – scrisse il teorico del tempo Paolo Lomazzo. Dunque gli arti nei quadri di El Greco diventano serpenti striscianti.

  All’inizio raffigurava i santi in contemplazione o rapiti da una visione separatamente, voleva rendere lo stato d’animo di una sola persona. In seguito dipingeva scene di gruppo, e nel quadro c’era sempre meno spazio, l’atmosfera diventava sempre più fervente. Nella Pentecoste (1605-10 circa) mostra i dodici apostoli riuniti attorno alla Vergine e a santa Maria Maddalena in uno  stato di estasi collettiva, abbagliati, turbati dall’improvvisa apparizione della colomba, dalla quale emana la luce dorata dello Spirito Santo. Alcune figure viste in primo piano da dietro, sono piegate come in un attacco epilettico, distorte, vibranti. Sale la temperatura religiosa.

   Si serve inoltre di strani colori dalle tonalità fredde, tramite i quali cerca di mostrare un mondo soprannaturale. Introduce violenti contrasti di colore, a volte vistosi, addirittura fosforescenti. Il cielo non è quasi mai azzurro, ma verdastro, beige, giallognolo con le nuvole a forma di foglie grigiastre incurvate. Il suo cielo è sempre affollato. La luce serpeggia inquieta, salta da un oggetto all’altro, come nella Veduta di Toledo. Nella Sepoltura del conte di Orgaz molte persone hanno in mano una torcia, ma non sono le torce a illuminare la scena. La “vera” luce, la fonte della luce è altrove, per poterla scorgere bisogna alzare gli occhi al cielo. Nella Incoronazione della Vergine di Illescas, la luce del cielo ricorda i riflessi di una lastra dorata.

   Molti degli ultimi quadri sono puro espressionismo, quando tratta le figure come abbozzi e le rende irreali. Non si vede neanche il corpo, soltanto gli abiti gonfiati dal vento. Così appare l’abbozzo per la Visitazione, dove si incontrano due forme oblunghe indicate soltanto dal tessuto: inutile cercare santa Elisabetta e Maria, perché entrambe le donne non hanno volto…

   El Greco poneva l’accento principalmente sulle emozioni. I suoi santi sono assorti nell’adorazione, nell’estasi, nel rapimento, in trance, con le mani posate sul petto, con gli occhi velati di lacrime che guardano il crocifisso o alzati al cielo. Mostra perfino san Pietro con le chiavi alla cintura e gli occhi lucidi di lacrime. E le sue scene di gruppo provocano ancora altre emozioni, diventano una festa per gli occhi, come una plastica follia che suscita un brivido. In questi quadri sentiamo la passione religiosa, così tipica della Spagna, ma anche la straordinaria forza della creazione artistica, la poesia dipinta.

   Nel 1588 El Greco terminò il suo quadro più grande, 480 cm x 360 cm – la Sepoltura del conte di Orgaz – una delle sue tele più belle, sempre oggetto di grandissimo interesse. Questo capolavoro su tre piani mostra la scena della sepoltura, cui assiste una folla di hidalgo, religiosi, umanisti della fine del XVI secolo, protettori dell’artista. E la folla rappresenta la sfera terrena…

   Il conte nella bella armatura è sorretto dal vecchio sant’Agostino e dal giovane santo Stefano. Al centro della tela un angelo con ali d’aquila e una veste alquanto corta, che in modo inverecondo – secondo l’inquisitore – mette a nudo i graziosi polpacci, porta in cielo l’anima del defunto. E infine il cielo, dove nelle nuvole, attorno a Cristo e alla Madre sono raccolti numerosi santi e vari illustri personaggi, come ad esempio il re Filippo II che, tra parentesi, già da vivo è finito in cielo, perché ancora non era morto. Qui l’artista ha legato in modo geniale il reale e l’irreale, il mondo e l’aldilà, la materia e lo spirito. Con questo suo quadro ha anticipato il barocco, perché l’elemento fantastico, la luce, la dinamica, la teatralità e la calca sono caratteristiche del barocco.

   El Greco diceva di sé di essere uno dei maggiori geni della pittura spagnola. E i suoi contemporanei l’hanno riconosciuto, piaceva loro, anche se non a tutti e non sempre.

   Penso che il solenne funerale di El Greco e in seguito la scomparsa della sua tomba, mostrino in breve la straordinaria storia del modo di considerarlo – dall’ammirazione quando era in vita fino all’oblio. Forse ciò è accaduto a causa delle “stranezze” del pittore nell’ultimo periodo della sua creazione. Nel XIX secolo, quando i quadri di El Greco finirono all’estero e sul mercato, si scrisse che erano “la forza malata di un folle geniale” (Teofil Gautier), oppure che la parte bassa della Sepoltura del conte di Orgaz la dipinse quando era ancora sano di mente, e la parte alta – quando era già malato”. Nel 1881 uno dei direttori del Prado si lamentava di non poter togliere dalle sale del museo le caricaturas tan absurdas del Greco. Ancora all’inizio del XX secolo Carl Justi, storico dell’arte, scriveva del pittore: “un esempio monumentale di degenerazione artistica, senza pari nella storia dell’arte”. Convulsioni religiose, pittura neuropatica – così era considerata. Ma dopo due secoli di oblio e di scherni, ora sono tutti affascinati. Per primi si sono accorti dello straordinario talento di El Greco i pittori francesi (Delacroix, Degas, Millet, Manet), con gli spagnoli e soltanto dopo l’hanno scoperto i teorici dell’arte.

   Nel 1930 il critico Luigi Bonichi scriveva già con un tono affatto diverso: “Per noi El Greco è un visionario…ha iniziato seguendo le orme di Bassano, Tintoretto, Veronese, Tiziano, e ha realizzato gradualmente una rivoluzione sempre più consapevole in senso artistico, smantellando i canoni della composizione classica e per questo può chiamarsi a ragione il primo artista moderno”.

   Oggi è uno dei pittori più quotati, e ciò che un tempo provocava le più gravi accuse e controversie davanti ai giudici, adesso suscita le più grandi lodi. E aveva ragione, perché un giorno disse: “il mio nome arriverà ai posteri, come il nome di uno dei più grandi geni della pittura spagnola”.

 

(C) by Paolo Statuti

 

I quadri di El Greco citati nell’articolo e l’Apertura del quinto sigillo dell’Apocalisse

El Greco: Veduta di Toledo

El Greco: Veduta di Toledo

El Greco: Visitazione

El Greco: Visitazione

El Greco: Sepoltura del conte di Orgaz

El Greco: Sepoltura del conte di Orgaz

El Greco: Annunciazione

El Greco: Annunciazione

El Greco: CrocifissioneEl Greco: Crocifissione

El Greco: Incoronazione della Vergine

El Greco: Incoronazione della Vergine

El Greco: Battesimo di CristoEl Greco: Battesimo di Cristo

El Greco: l'Apertura  del quinto sigillo dell'Apocalisse

El Greco: l’Apertura
del quinto sigillo dell’Apocalisse

El Greco: Pentecoste

El Greco: Pentecoste

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