Stanisław Piętak (1909-1964)

16 Giu
Stanisław Piętak

Stanisław Piętak

 

 

 

Poeta e prosatore polacco, nacque il 3 agosto 1909 a Wielowieś, da genitori contadini. Negli anni 1929-1932 studiò filologia polacca e sociologia presso l’Università Jaghiellonica a Cracovia. Non terminò gli studi a causa di difficoltà materiali e problemi di salute. Fece parte del circolo accademico artistico-letterario Litart e fu uno dei principali poeti della Seconda Avanguardia. Debuttò nel 1930 nella prosa con un articolo sullo scrittore della Giovane Polonia Władysław Orkan, pubblicato dalla rivista della gioventù rurale universitaria Znicz (La fiaccola). Nel 1934 trovò lavoro a Varsavia come correttore nelle riviste giovanili, e negli anni 1936-37 nella segreteria del Sindacato dei Letterati Polacchi.

   La sua creazione in prosa, soprattutto i romanzi, è satura di lirismo. Ricordiamo: il romanzo psicologico autobiografico “Młodość Jasia Kunefała” (La giovinezza di Jaś Kunefała, 1938), premiato dall’Accademia Polacca della Letteratura, “Białowiejskie noce” (Le notti di Białowieś, 1939), “Ucieczka z miejsc ukochanych” (Fuga dai luoghi amati, 1948), “Plama” (La macchia, 1963), “Odmieniec” (Strano tipo, 1964). Da segnalare anche la raccolta di racconti “Matnia” (La trappola, 1962), il volume di ricordi “Portrety i zapiski” (Ritratti e appunti, 1963, e  “Notatnik poetycki” (Agenda poetica, 1966).

   Nella poesia Stanisław Piętak ha ricreato le esperienze e la tradizione della società contadina, ad esempio nelle raccolte: “Alfabet oczu” (L’alfabeto degli occhi, 1935), “Legendy dnia i nocy” (Leggende del giorno e della notte, 1935), “Obloki wiosenne” (Nuvole primaverili, 1938), e nel poema “Ziemia odpływa na zachód” (La terra prende il largo per l’Occidente, 1936).

   Dopo la guerra tornò spesso ai temi dell’occupazione nazista, dell’infanzia e della giovinezza, tra l’altro nelle raccolte “Dom rodzinny” (La casa natale, 1947), “Szczęście i i cierpienie” (Felicità e sofferenza, 1958), “Zaklinania” (Scongiuri, 1963). Le sue opere mettono a nudo la vita interiore dell’uomo, descrivono il paesaggio della terra natale e la vita della campagna. All’inizio del 1945 si trasferì a Cracovia, dove come delegato del Ministero della Cultura e dell’Arte, collaborò alla organizzazione delle locali associazioni artistiche. Dal 1947 fu membro della redazione del settimanale Wieś (La campagna) e nel 1954 membro della redazione della rivista Łódź Letteraria. Ricevette importanti riconoscimenti e premi. Morì suicida a Varsavia il 27 gennaio 1964.

   Su iniziativa dell’Unione della Gioventù Socialista Polacca, della casa editrice Cooperativa Popolare e del Settimanale culturale, nel 1965 fu istituito un prestigioso premio letterario annuale intitolato a Stanisław Piętak. Esso era assegnato di regola ai giovani che debuttavano nelle categorie della prosa, poesia, critica letteraria, pubblicistica radiofonica e teatro. Tale premio durò fino al 1994.

   Stanisław Piętak è considerato dalla critica il creatore della corrente contadina nella letteratura polacca. “La campagna era il suo leitmotiv – scrive suo figlio Piotr – aveva nostalgia di essa, e nella sua impulsiva poesia apparentemente antiintellettuale, era l’opposto di quasi tutti i più noti poeti del ventennio tra le due guerre. Non praticava la poesia ironica o sociale, al contrario descriveva fatti elementari: la fame, le malattie, il duro lavoro dei bambini nei campi. La sua poesia non nobilita il ceto dei contadini, ma ricorda piuttosto brutalmente la loro vita a volte addirittura bestiale, le loro origini che puzzavano di letame…Le poesie della raccolta del debutto – “L’alfabeto degli occhi” – colpiscono per le loro esuberanti metafore, per la rottura con tutti i canoni allora d’obbligo…” Il critico Wiesław Paweł Szymański, analizzando i motivi che ricorrono più spesso nelle poesie, quali: cervello, occhi, sangue, sogno, giunse alla conclusione che essi indicano la psiche lacerata di un uomo i cui sensi operano ormai indipendenti tra loro.

Poesie di Stanisław Piętak tradotte da Paolo Statuti

 

Più distante la luna

I palmi canticchiano, vogliono essere ronzio.

Le ombre pettinano l’acqua che dorme, là il vento

nubi di donne solleva nel bagliore azzurrino.

Della bocca vegetale sono il fiore più silenzioso…

 

Il prato esala il profumo nel respiro della rugiada,

porta veli di nebbia e di bianche betulle.

Non scosterò più i piedi nudi nel gorgo del verde.

In un grigio turbante di fumo il pensiero e gli occhi –

rose di parole forse nell’aldilà la notte spingerà.

 

Chi aspettare – e perché? Di bianche ragazze

e di vetri è piena la lontananza.

Tanto tempo fa mi incantò il crepuscolo

canticchiante oltre il villaggio nello stagno che

                                                              [si assopiva.

Nel soffice specchio d’acqua da allora sono cresciuto

come campana di onde.

Fuggivano le nubi disfatte dall’ombra, le nuvole

                                                                       [di salci

e gli occhi argentei delle rane.

 

Sì, ancora amo come un tempo

il silenzio intrecciato di archetti argentei.

Già vieni da me, o madre,

per coprirmi gli occhi con le mani, ogni notte

                                                        [come piume.

Il sussurro dei fiori non sento.

Nelle trecce degli alberi sognanti

la musica delle ali

nel bagliore azzurro.

Voglio sollevarmi fino a te, nostalgia dei miei anni.

Mamma, sto qui, canticchio,

le nuvole bianche mi portano e il vento.

I palmi sono ronzio.

Sui tuoi capelli non li getterò –

Il sonno vetroso, i fiori e il giardino delle ragazze.

 

Notte d’estate

 

Io sto qui tra i fiori nascosto come un topo,

con una treccia di soporiferi bombi.

Parlate più forte! Le fini orecchie qualcuno

ha mutato in nidi di canore api.

La terra si allontana con me

lungo lo spazio di pascoli azzurri

verso le mucche, che dietro la strada bevono

il crepuscolo disteso dalle stelle.

 

Oh, lasciate il cielo nello stesso posto!

Voglio dormire con la luna negli occhi come

                                                     [il nostro cane.

 

Voi chiedete chi sono.

Il mio nome – non so quale esso sia.

Nell’erba dormo di notte,

mi nutro di latte e di fruscìo dei giorni.

Con me sono: il cielo, la terra tagliata dalla

                                                   [strada bianca

e le mucche sparse a corna nel bosco.

Mi piace guardare la nostra Nerina, che sempre,

                                                     [quando ho freddo,

con la calda lingua mi lecca il pallido viso.

 

 

Portatemela più vicino, più vicino alle tempie.

Vedete: nei suoi umidi occhi il mondo è annegato

tristemente all’orizzonte di stese vetrate.

 

 

Il crepuscolo si avvicinava

 

Le nuvole come bianchi cavalli bevono presso gli alti pini.

Tanto fresco respiro, contro gli scuri tronchi battono

                                                                      [candele dorate.

Giaccio supino. Il vento incalza la nebbia – agnelli scalzi.

Sai forse se io in una bufera di strepito volo?

 

Aspetta! Una ragazza col fazzoletto azzurro è ferma

                                                                         [sul ruscello.

Il suoi capelli biondi suonano nel profondo una nota.

Aspetta! Un gattino scherza sul sentiero col giallo occhio

                                                                                     [del sole.

Questi vetri nell’eden, questi fumi forati dalla musica.

 

O terra pianeggiante, o bosco – su un cavallo baio

è caduta oltre le nubi la luna, una nuvola s’è spenta

                                                       [ai piedi della ragazza.

Qui il bosco nero, e qui bianchi echi, bianchi uccelli si

                                                        [spargono sul pascolo.

Sii riempito, o giorno, fino in fondo, prima di trascorrere.

 

*  *  *

Sposta i salci la luna.

Nel nero specchio d’acqua il mondo è racchiuso, così

                                                    [tracciato da nitide linee.

Vagano gli alberi, tenendo nei capelli vetrosi il cielo

                                                                    [carico di stelle.

Sto qui e so che mi guardi dalla parte dove fruscia

                                                                    [il crepuscolo.

Soffia l’enorme spazio dai tuoi occhi.

Non conta se guardo in alto cercando il mio mondo

                                                       [fragile come sogno.

L’ansia non cesserà troncata da un attimo felice.

Si dondola in alto una nuvola sostenuta in silenzio

                                                                  [dalle betulle.

Sono figlio di questo silenzio e tuo, o madre che vivi

la tristezza delle mie ribelli ispirazioni.

Quando la lampada a mezzanotte spaurita come

                                                         [fruscio si spegne,

di nuovo cerco al buio i campi, dove da giovane con

                             [rigoglio crescevo in fede e speranza.

Mi copre, mi porta al sonno la tua mano.

I lampi tentennano.

 

 

 

Scongiuri

 

Si sono rianimate le mie vecchie cose

e mi compatiscono o mi deridono cupamente.

– Hai scelto – dicono – la solitudine, conta dunque

                                                                       [su di noi.

Quando ti ammalerai di noia o di sconforto,

sempre per un attimo ti mostreremo la tua casa

                                                                 [d’un tempo

e le persone che amavi.

Potrai perfino toccarle

attraverso l’umido tessuto del cielo.

Ammettilo, non molto di più nella vita hai desiderato.

Adesso hai poco spazio, ma basta

per inginocchiarti o cadere

e gridare, maledire, piangere.

Ti abbiamo tolto la penna, tu però sai scrivere

con un dito sulla sabbia o con un gemito nel sonno.

Del resto, quando il crepuscolo si addenserà

e caleranno lentamente le tenebre,

puoi benissimo battere le tue parole sulla pelle

                                                                   [delle nubi.

Appunto, ancora qualcuno riconoscerà il tuo pianto

                                                                       [e il tuo riso

sulla settima riva, sulla settima stella,

ancora li ripeterà?

 

 

(C) by Paolo Statuti

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