Stanisław Grochowiak

12 Gen

 

 

Stanisław Grochowiak

Stanisław Grochowiak

   Poeta, drammaturgo, prosatore, saggista polacco. Nacque a Leszno, nella Polonia occidentale, il 24 gennaio 1934. Dopo la guerra, intraprese gli studi di filologia polacca presso l’Università di Poznań. Collaborò con diverse riviste letterarie, tra cui Il settimanale dei cattolici di Poznań, Cultura, Lo schermo e con la casa editrice PAX. Nel 1958 entrò nella redazione del settimanale Współczesność (Tempo presente) di Varsavia. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra cui quello del ministro della cultura e dell’arte nel 1973. Morì a Varsavia il 2 settembre 1976, tormentato dall’alcoolismo.

   Debuttò nel 1951 con le poesie Ave Maria e Considero la pioggia, pubblicate sulla rivista Agli occhi dei giovani, supplemento del quotidiano cattolico Słowo Powszechne (La parola universale).

   Il tratto più tipico del primo Grochowiak è il suo programma antiestetico, definito dal poeta, saggista e teorico dell’arte Julian Przyboś (1901-1970) – turpismo (dal latino turpis). Grochowiak introduce nella poesia temi, oggetti e fenomeni fino a quel momento considerati non poetici, antiestetici, ripugnanti: bruttezza, morte, sangue, carne, bara, topo, decomposizione, muffa…Per il poeta, infatti, il mondo offre due generi di bellezza: uno convenzionale, limato, idealizzato, perciò non autentico, e uno legato alla reale esistenza dell’uomo, alla sua imperfezione, alla sua caducità e debolezza.

   Una delle sue poesie più note e considerata il suo manifesto programmatico è Czyści (I puliti). In essa il poeta ci dice che la bruttezza è più vicina all’uomo e all’arte, che solo essa incolla (crea) le forme più ricche, che senza di essa le pareti (bianche) dell’obitorio sono fredde, infatti la fuliggine le ravviva, così come le morte statue sono rianimate dall’odore di topo. Se le persone sono prive della bruttezza, quando passano nemmeno un cane ringhierà, perché sono irreali, non autentiche.

   Un’altra bella poesia programmatica è Płonąca żyrafa (La Giraffa in fiamme), ispirata dall’omonimo quadro surrealista di Salvador Dalì, dipinto nel 1937. Qui la giraffa simboleggia la vita umana che brucia. Il poeta si chiede quale sia il senso dell’esistenza dell’uomo, e paragona la vita alla carne, come organismo umano, di cui prende le difese. Ciò che a molti sembra brutto e indegno dell’attenzione dell’artista, per Grochowiak è bello. Egli vuole dire che non si può sempre parlare di cose belle, perché sono rare e quasi irreali. Bisogna accettare la bruttezza. Le parole: Ecco/Questo è qualcosa!, ripetute ben sette volte, indicano che vale la pena scrivere e parlare di essa.

   In Rozmowa o poezji (Dialogo sulla poesia) lottano tra loro due concetti opposti: estetismo e antiestetismo, personificati rispettivamente dalla Fanciulla e dal Poeta. Le belle frasi della giovane si scontrano con le risposte ironiche del Poeta. Infine la sua speranza di scoprire in lui il suo stesso modo stereotipato di intendere la poesia, è distrutta dalla sarcastica domanda del Poeta, con cui termina la poesia:

                              Perché lei è una tale peonia,

                              che vuole essere una bottiglia di colonia?…

   Nel secondo decennio della sua creazione, Grochowiak elimina sempre più spesso dal suo mondo poetico gli “attrezzi” del turpismo. Egli ora prova tutte le forme e tutti gli stili, si cimenta con l’epica, scrive un ciclo di sonetti smaglianti sotto il profilo formale. Il poeta si volge sempre più al classicismo, il cui punto culminante è rappresentato dalla raccolta Nie było lata (L’estate non ci fu). Questa svolta è particolarmente percepibile nel tono più sereno della sua poesia. Importanti elementi della sua creazione sono il grottesco e l’ironia, che scaturiscono dalla disarmonia del mondo, dalla coesistenza in esso di fattori contrastanti, dal richiamo alla tradizione letteraria barocca e romantica. Nella prefazione al volume di poesie da lui stesso scelte, uscito nel 1968, Grochowiak scrive: “Volevo essere forte, e dunque aperto a tutto ciò che offre la realtà, sincero verso gli altri e soprattutto verso me stesso. L’impronta che volevo lasciare di me, doveva essere un’impronta incisa nella terra, non nelle nuvole […] Concordo in pieno con quei critici che fanno derivare il carattere e lo spirito delle mie opere dalla grande tradizione della poesia polacca. Neanche una delle mie poesie importanti è nata senza l’eredità (e la consapevolezza di ciò) dei poeti barocchi e romantici polacchi. Qui mi trovo in un campo completamente diverso da quello dei rappresentanti della cosiddetta avanguardia, i quali nei cortili della tradizione nazionale si muovono con la fredda compuntezza delle persone che visitano i cimiteri […] Il verso non solo può, ma deve essere frutto di una piena abnegazione al lavoro, una forma di coraggio virile, il meno possibile una dimostrazione di virtuosismo, ma soprattutto una forma di espressione”.

Principali opere di Stanisław Grochowiak

Poesia: Ballada rycerska (Ballata cavalleresca, 1956); Menuet z pogrzebaczem (Minuetto con attizzatoio, 1958); Rozbieranie do snu (Spogliarsi per il sonno, 1959); Agresty (Uva spina, 1963); Kanon (Canone, 1965); Nie było lata (L’estate non ci fu, 1969); Polowanie na cietrzewie (Caccia al fagiano, 1972); Bilard (Il biliardo, 1975); Haiku-images (postumo, 1978).

Romanzi: Plebania z magnoliami (La canonica con le magnolie, 1956); Trismus, 1963; Karabiny (Carabine, 1965).

Racconti: Lamentnice (Lamentazioni, 1958).

Drammi: Szachy (Scacchi, 1961); Partita na instrument drewniany (Partita per legni, 1962); Chłopcy (Ragazzi, 1966); Król IV (Re IV, 1963); Lęki poranne (Paure mattutine, 1972); Okapi (Grondaie, 1974); Dulle Griet, 1976.

Numerosi articoli  pubblicistici.

                                                                                       Paolo Statuti

Poesie di Stanisław Grochowiak tradotte da Paolo Statuti

 

I puliti

Meglio la bruttezza

E’ più vicina al sangue

Delle parole quando radiografate

E tormentate

 

Essa incolla le forme più ricche

Salva con la fuliggine

Le pareti dell’obitorio

Nella gelità delle statue

Immette odore di topo

 

Perché ci sono persone così lavate

Che quando passano

Nemmeno un cane ringhierà

Benché non siano sante

E nemmeno quiete

 

1959

 

 

 

 

La giraffa in fiamme

 

Ecco

Questo è qualcosa!

La povera costruzione del timore umano

La giraffa che brucia pian piano

Ecco

Questo è qualcosa!

 

Qualcosa di quella parete di aspirina e sudore

Quel musetto simile a un mitra fracassato

Ecco

Questo è qualcosa!

 

Perché vi tarlate dal mento alla fronte

Quale dentino vi suona nel cranio vuoto

Ecco

Questo è qualcosa!

 

Qualcosa che ci aspetta

Utile e truce

Come una gamba

Come il cuore

Come il ventre e l’attizzatoio

 

La scura tomba del cielo umano

Ecco

Questo è qualcosa!

 

Oh questo verso scrivo

Per me e per due somari

Reumatizzati

Uno ha il mal di denti

Essi lo capiscono

Ecco

Questo è qualcosa!

 

Perché la vita

Significa:

 

Comprare carne Squartare carne

Uccidere la carne Ammirare la carne

Insegnare la carne e seppellire la carne

 

E fare della carne E pensare con la carne

E in nome della carne A dispetto della carne

Per il domani della carne Per la rovina della carne

Più di tutto più di tutto in difesa della carne

 

ED ESSA BRUCIA!

 

Non dura

Non si raffredda

Non durerà nemmeno nel sale

Cade

E marcisce

Si stacca

E duole

 

Ecco

Questo è qualcosa!

 

1958

 

 

 

 

 

Dialogo sulla poesia

 

Da – a Liebert…

 

La fanciulla:

Lei la vede? Oppure si sogna?

Oppure giunge fulminea come da un poggiolo?

 

Il poeta:

Essa nasce dalle verruche di un cetriolo…

 

La fanciulla:

Lei scherza.

Per lei è seta, è un amante

In dorati e tondi boschetti…

Come con Dafne in un dolce istante…

 

Il poeta:

Certo. Come mannaia

rudemente baciata.

 

La fanciulla:

Io la capisco. Fuori questa ironia,

ma sotto tenero è il cuore…

 

Il poeta:

Perché lei è una tale peonia,

che vuole essere una bottiglia di colonia?…

 

 

 

 

 

 

 

Bacio – paesaggio

 

Erravo nel bosco dei tuoi capelli – erbe

E il pianto scoprivo. E scendevo più in basso

Sulle bianche nevi della fronte invernale,

Dove il pianto era cessato, e c’era l’ombra dei candelieri.

 

Poi visitavo i ricordi del tuo volto,

Sempre più vicino – e sempre più vicino

La tua buona bocca di borgo addormentato;

In esso ciò che accade – solo una volta accade.

 

Ed entrai nel borgo. Ed era bel tempo

Sotto l’intero cielo del tuo palato.

Da qualche parte in un quieto angolo moriva il giovane

Pudore agreste nel profumo del timo.

 

D’un tratto tornai – e stavo nella loggia.

Guardando intorno il paesaggio che cambiava,

Il primo rametto di sambuco nato nei giardini,

E le ciglia che si rincorrevano nella rugiada del mattino.

 

Ebbrezza

 

C’è un vento che le narici d’un uomo schiude;

C’è un tale vento.

C’è un gelo che le mascelle d’un uomo marmorizza;

C’è un tale gelo.

Non sei per me né timo né rosa,

Nemmeno “tenero attimo sotto la luna” –

Ma scuro vento,

Ma bianco gelo.

C’è una pioggia, che le labbra di una donna cambia;

C’è una tale pioggia.

 

C’è un lampo che le cosce di una donna scopre;

C’è un tale lampo.

Non cerchi in me un forte braccio,

Nemmeno pensi a un “gioiello di fiducia”,

Ma pioggia salata,

Ma lampo dorato.

 

C’è un’afa che i corpi degli amanti incenerisce;

C’è una tale afa.

C’è una morte che gli occhi degli amanti dilata;

C’è una tale morte.

Ecco sulle roride radure delle Nozze

Una torre d’avorio si erge

Pura come l’afa

Liscia come la morte.

 

Canone

 

Respiro della poesia – è la neve o la fuliggine

Quando la neve è respiro – i cespugli sono neri

E se è fuliggine – copre le mani

Degli amanti o dei boia

Parimenti impallidite

 

Testa della poesia – è il cespuglio che arde nella notte

Accanto gli unicorni con le teste snelle

I corvi – i becchi ferrati in guaine d’oro

Nei ginocchi delle ragazze

Si disegnano anelli

 

Padre della poesia – suo dio – suo taglialegna

Un uomo malato con la spina dorsale tremante

Con la faccia rigida come se una sferza l’avesse tagliata

O l’ombra

Di un diavolo guizzante nelle nubi

Al buio

 

– Racconta l’uccello…

Bene. Racconto:

Il dardo aveva la punta dorata,

l’orefice lo fece a fini malvagi…

portandolo dal cielo, leggero si spegne.

 

– Racconta il pesce…

Bene. Racconto:

Questa matassa tenera e quanto sostanziale

qualcuno bello forse sul volto posava,

perché il volto è liscio come un pesce.

 

– Racconta il cavallo…

Bene. Racconto:

Con affetto impastoiare con la seta. E poi

la carezza d’un coltello sulla groppa lucente…

Un cavallo anche morto ricambierà la carezza.

 

– Racconta il mattatoio…

Bene. Racconto:

Ci sono unicorni dalle palpebre pesanti

vagano nei giardini di ciliegi,

le loro chiome piangono sui pigri fiumi…

 

La discesa

 

Purché fino a primavera

Ma la primavera?

Dov’è?

Dunque scendono in se stessi le scale di pietra

Con un ghiacciolo in mano come spada o lume

Che non spegneranno

I soffi di questi vuoti

 

Chi di noi non scende nella cava dell’infanzia?

Chi di noi non erra con la luce su questi muri

Dove nei neri rilievi di carbon fossile

E’ pieno d’impronte

Di felce

E di animali

 

Qui un uccello di primavera – di quale? – s’è irrigidito

Qui un bacio – timido o passionale?

Qui la propria figura

Tesa in un balzo

Verso una nera visciola su un albero angolare

 

Purché fino a primavera

Dunque avanti nei giacimenti

Sul fondo dell’infanzia dove a un tratto – dietro l’angolo

C’è soltanto l’eco

E il fruscio dei pipistrelli

Come se qualcuno lanciasse palle di lana nera

 

Sukumi

Svetlov chiedeva di vedermi Era già molto pallido

Specie nella gamba sinistra e nel letto d’ospedale

Che qui

Ai tropici

Era l’isola del sale

 

Le palme dietro la finestra

Sfilavano come le guardie di Amleto

Ma con indosso

Corazze di polvere

 

Svetlov sentiva quelle guardie

Le mostrava col dito

Dritto nel fuoco che roteava

Nel vano della finestra

E rideva piano

Ma ancora con forza

 

“Stanisław questo è il gong prima dell’Epilogo

E tu – impaziente – già lasci il teatro

Sbatti il sedile

Urti

La maschera passando

E tra un istante

Scenderai di corsa le scale in preda al panico”

 

Era stanco Svetlov e accanto a lui – un Negro

Dai forti denti e con un limone in mano –

E sbucciava il limone

E disse “Chvatit

No chvatit Svetlov

No dalše nie budiet”

 

Scendevo dal piano coperto di sudore

Come pioggia dirotta che stava aumentando

Nelle viscere dell’orizzonte

E nella luminaria d’un naviglio

Bianca come l’ostia

 

No dalše nie budiet

 

 

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “Stanisław Grochowiak”

  1. Valerio Gaio Pedini febbraio 25, 2015 a 4:35 pm #

    ringrazio Paolo per la presentazione di questo ottimo poeta ESPRESSIONISTA.

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