Małgorzata Koehler

7 Gen

 

Małgorzata Gołąbek-Koehler

Małgorzata Gołąbek-Koehler

 

   Poetessa polacca nata a Wrocław e in seguito legata alla città di Kielce, dove debuttò nel 1973 sulla rivista “Przemiany” (Trasformazioni). Dal 1985 risiede in Germania.  Ha pubblicato due raccolte di poesie: “Zimne ognie” (Fuochi freddi, 1978) e “Zjedz ślimaka” (Mangia una lumaca, 1982), il romanzo “Zabieg” (Intervento, 1980) e il volume di racconti “W drodze do szpitala” (Strada facendo per l’ospedale, 1981). Dopo una lunga pausa, causata dalla emigrazione e dalla educazione dei figli, è tornata a scrivere. Successivi romanzi: “Szczęśliwa strona ulicy” (Il lato fortunato della strada) e “Cena plażowego psa” (Il prezzo di un cane da spiaggia). Raccolte di poesie pronte per la stampa: “Na smyczy z hieną” (Con una iena al guinzaglio) e “Tyle miłości” (Così tanto amore). E’ autrice anche di drammi: “Do nieba” (In cielo) e “Wojna” (La guerra), nonché di monodrammi: “Faul” (Fallo) e “Ruda” (La rossa).

   Di se stessa dice: “17 traslochi, 4 mariti, due figli, inguaribilmente felice, grande pacifista. Pubblico in internet nei siti letterari Rynsztok e Liternet, e ciò mi basta. Nella vita ho fatto un milione di cose, ma fin da bambina mi sono sempre sentita poetessa. Le mie poesie sono state tradotte in tedesco (da me stessa, perché sono bilingue), in inglese e adesso anche in italiano. Tratto la poesia con rispetto e non di rado elaboro a lungo i miei versi. Una parte di essi scompare, perché quando voglio perfezionarli, viene meno il fascino primitivo, e allora mi dico che evidentemente non erano importanti. Voglio che abbiano una loro dinamica, melodia, bellezza, che creino un collage di pensieri e immagini, che si compongano nella mente del lettore in qualcosa di rilevante e di nuovo. Cerco la chiave delle emozioni, senza sosta cerco la forma”.

Poesie di Małgorzata Köhler tradotte da Paolo Statuti

 

Armenia

Doveva avere in sé la noncuranza d’un capriolo,

saltellante sui monti – il tuo antenato, o Armeno,

del paese di lunga vita – con ciò mette conto fare,

salvare, esportare, anche se ad estranei.

 

Il mio avo armeno ha portato il ritmo d’un torrente

– la nostalgia della vetta innevata e della discesa –

sono in noi gli emigrati, sono in noi questi profughi

prima del verdetto della montagna.

 

Davanti alla gioielleria un mendicante, non dice niente,

soltanto si toglie il berretto davanti al denaro,

al dito oro russo, la fede. Qualcuno accanto:

“Signore, egli ha due case, una moglie

che indossa pellicce e una banda di fannulloni.

Quello che lei gli dà, subito se ne andrà”.

 

Guardo il suo berretto, sotto le gambe,

in cui hai gettato una moneta

– con l’agnello, di Armenia.

 

Tace sempre, prega – per la moglie,

per gli estranei,

per noi

e per il gioielliere.

Per le fedi, l’anello per la figlia più piccola, che non ce l’ha,

e per il tostapane, la scuola, la corrente e la medicina,

il tabacco, il biglietto,

per il biglietto.

 

E poi ce ne andiamo, in fretta, perché il pudore

del dare è maggiore del prendere.

Sui monti la neve, in macchina fa caldo.

Cominci a cantare e si sta subito meglio.

 

E il sangue in noi suona la stessa cosa: al diavolo i territori,

le finestre sono per rompersi, il muso è per cantare.

 

Siena bruciata

 

Hu! Da fing sie an zu heulen, ganz grauselich; aber Gretel lief fort, und die

gottlose Hexe muϐte elendiglich verbrennen.

 

(Uuu! Allora cominciò a ululare, terribilmente; ma Gretel scappò via e la

malvagia strega bruciò miseramente.)

 

I fratelli Grimm

 

Sulla piazza: giugno, gli abiti appiccicosi,

lungo la diagonale dell’inferno, nelle fontane si riversa il sole,

aspetto l’imbrunire e le parole, una chiavetta magica,

ma tra i denti solo  cantucci.

 

    Eravamo così vicine, afferrai il suo sguardo.

 

Come quando si siede in treno, nella metro, in una stazione,

dove da ambo le parti sembra uguale, ci sono altri treni,

e d’un tratto qualcosa si muove, va lentamente, ma non sai,

se è il tuo treno o di altri, e senti solo un capogiro –

 

un’idea.

 

     Qualcosa in noi s’innalza: fly agli antipodi, via Roma

in piazza del Campo: nostro è il campo, come turiste giapponesi,

dovevamo incontrarci con la guida in mano

ma tutto anche così finisce

 

sulla piazza: giugno, gli abiti appiccicosi,

lungo la diagonale dell’inferno, nelle fontane si riversa il sole,

aspetto l’imbrunire e le parole, una chiavetta magica,

ma tra i denti solo  cantucci.

 

Un’idea.

 

     Qualcosa perdura in noi, sorelle appestate,

che non ha conosciuto la sazietà, si avventura

nei vicoli del medioevo, della gelosia

e cerca nelle ombre calate dei portoni, negli angoli della città,

dove il profumo toscano si posava

(quella primavera, sulla piazza, allorché fu acceso un rogo

per due donne: una per il marito e il tradimento,

l’altra per le erbe,

perché sconviene alle figlie di Eva, nate nel dolore dalle costole,

lenirlo con niente, ecco il castigo per la mela. Strette l’una all’altra

e al palo, bruciavano, unendosi a morte)

 

e si poserà ancora, ogni tarda primavera,

 

sulla piazza: giugno, appiccicoso,

lungo la diagonale dell’inferno, il sole si riversa,

la chiavetta, tra i denti i cantucci.

 

SUPPLEMENTO ***

 

    Abbi pietà, amore,

anche tu, patrona delle lavandaie e dei morenti,

regina d’Europa (con la rosa e la colomba), proteggi

dal mal di testa, dall’epidemia e dal fuoco.

 

No, non poteva andare meglio, la sua valva chiusa

cerca conforto negli affreschi, nelle prove,

olocausti, spasmi storici.

 

Io sono già bruciata, lei fa le foto e piange,

con la cagna lupo.

 

     Abbi pietà, amore,

anche tu, patrona delle lavandaie,

sulla fotografia

metto questa città.

 

Augusta

 

E’ una donna nel pieno degli anni.

I suoi lampi spegnerà soltanto gennaio.

Di questo non vuole sentire nulla,

ride – in dorate matasse, scosse, onde rossicce,

il suo riso – campi di girasole; la rabbia – vento che increspa;

 

                                                                             i grilli – le cicale.

 

Il suo uomo è giovane,

come la luna le gira intorno ammira

le rotondità dell’orbita le vertebre,

e come si fa la treccia, per scoprire la nuca,

la volta dei piedi, la linea dell’impronta,

e quel che di selvaggio ringhia nella gola, strappa il collier dal collo,

e di prima mattina apre le braccia come flusso

 

                                              nelle sue chiare baie l’alba lecca il sole.

 

Insieme formano un ordine mobile, costante;

un richiamo stellare, l’attrazione di due pienezze

da non saziare questo agosto,

da non realizzare in anni

luce –

 

E’ una donna nel pieno degli anni.

Le sue tempeste gelerà soltanto gennaio.

Di ciò non vuole sentire nulla,

ride – in dorate matasse, onde ramate,

il suo riso – olio di girasole; la rabbia – fumo sull’acqua,

 

                                                                                 i grilli – i motori.

 

Il suo uomo è duro come il suolo.

L’ammira, le gira intorno,

dalle loro congiunzioni nascono le eclissi –

allora qualcosa ringhia nella gola di lei,

finché il ventilatore, nero custode delle loro notti, non scuote le ali;

qualcosa spezza la diga,

apre il porto alle navi schiumose, il granaio alle loppe,

provoca il panico degli animali,

l’esodo dei roditori, rovina, rovina!

 

–    la segala cornuta e il cianuro dei nòccioli di albicocca,

                                                              il sale delle bianche ascelle di lei

– santi veleni e tu, dolce scirocco,

proteggeteli dalla follia dell’estate!

Abbiamo fortuna

 

E’ sempre più forte, più scuro, nell’intimo, là,

dove non c’è amore; c’è solo il desiderio

e la velocità superiore alla luce, mio caro, qui qualcosa non c’è

tra di noi

 

non c’è, non divide, né un seme, né un granello;

più vicino, ancora più vicino! Senti questo niente?

 

– esso non c’è, per questo non possono trovarlo,

la ricerca è una perdita; non c’è niente

                                                               per fortuna

                                       non c’è amore

                                                               per questo

 

Il giardino in tempi di crisi

Della nonna sono rimasti i barattoli e il giardino,

infestato così presto, che non ho avuto il tempo di sarchiare;

 

in mezzo ai campi di egopodio, nel pieno sole di maggio,

sentendo il sudore sulle cosce, ho scoperto cos’è

la vera fatica femminile: strappare, raccogliere, seminare,

tacere, tra i denti granelli di sabbia, imprecare –

lui non aiuta, non vuole, è inadatto, è un fannullone,

una scaglia d’amore,

quando si è al verde, malgrado i pronostici,

vorrei sapere cosa servirò a cena,

forse solo candele.

 

E allora ho trovato nel folto di una bianca schiuma

di fieri corimbi qualche decina di germogli,

verdognoli, dinamici, succosi.

 

Gli aborigeni percorrendo il deserto, credono

che tutto è e arriverà loro al momento giusto,

come gli asparagi, di quel tempo portati dal sole,

dall’acqua, scoperti dalla fortuita mano

di una nuova donna, che pettina il giardino.

 

 

(C) by  Paolo Statuti

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: