Jarosław Iwaszkiewicz

9 Dic

    

 

Conegliano

Conegliano

Jarosław Iwaszkiewicz

Jarosław Iwaszkiewicz

 Nel mio blog ho già pubblicato un articolo dal titolo: Jarosław Iwaszkiewicz – Il poeta polacco che aveva l’Italia nel cuore. Ho trovato tra le mie carte un bellissimo racconto di questo grande scrittore e poeta, da me tradotto tanti anni fa e tratto dal suo volume “Podróże do Włoch” (Viaggi in Italia). Desidero proporlo alle mie amiche e ai miei amici come piccolo regalo di Natale. Non vi troverete niente della tradizionale iconografia delle festività natalizie, ma – come dice lo stesso Iwaszkiewicz: è un’occasione per riscoprire il fondo, l’antico fondo dell’anima umana. Ma non è proprio questo lo spirito del Natale?

 

Jarosław Iwaszkiewicz

 

Conegliano

   Resto sempre incantato nell’Accademia Veneziana (e in altre gallerie italiane) davanti ai quadri di Cima da Conegliano. Si tratta delle più svariate scene sacre: la Natività, la Visitazione, Il Sermone della Montagna, dipinti quasi sempre sullo sfondo di un unico paesaggio: un castello su di un’alta montagna e un viale di cipressi che conduce ad esso.

   E’ il paesaggio che, rimasto quasi immutato, si può osservare ancora oggi dalla stazione ferroviaria di Conegliano, o dalla strada che da Udine porta a Venezia. Conegliano è la prima cittadina italiana che un viaggiatore incontra andando in Italia, così come è l’ultima quando si congeda da questo paese. Poi non restano che “gli azzurri valichi tedeschi”.

   Quando andai la prima volta in Italia, ritenni mio dovere (e anche Grydzewski, redattore di “Notizie Letterarie”, lo riteneva) scrivere una magnifica “corrispondenza” di viaggio. E quando il treno, con mio sommo rammarico stava per lasciare Conegliano (era una serata afosa e profumavano le acacie), mi è apparso sul marciapiede il capostazione col suo eterno e sempre pittoresco berretto rosso, che con un braccio dava il via al treno e con l’altro reggeva un lanuto cagnolino.

   Scrissi di questo cane nella mia “superlativa” corrispondenza, suscitando per questo l’indignazione di tutti. “Se ne va in Italia (nessun altro allora ci andava) per descrivere i cagnolini, nella bella Italia lui vede solo i cagnolini e i berretti rossi dei capistazione!…”

   Perfino una bella signora, le cui opinioni mi stavano a cuore, si scandalizzò di questa mia ragazzata e mi scrisse in proposito una lettera, meravigliandosi che, invece di “ammirare gli affreschi e i mosaici, io mi occupassi di simili baggianate”. Era tutto così assolutamente poco serio.

   Considerai opportuno rispondere a quella signora con la seguente lettera, che si adatta a meraviglia ad epilogo del mio viaggio in Italia.

   Mia cara – anzi Egregia signora!

   Dunque lei vuol sapere perché mi è piaciuto il cagnolino del capostazione di Conegliano…Perché dopo il ritorno dall’Italia ho scritto su di lui, perché ho parlato di cose tanto comuni, di un cane, di gatti, anziché del mare azzurro, del cielo azzurro, della grotta azzurra, degli occhi azzurri.

   Neanche lei può capire perché ciò sia successo.

   Devo dunque spiegarlo? Ci proverò!

   Avrei forse dovuto ancora una volta parlare di ciò che è già stato detto mille volte? Dovevo parlare della morte di Dante alla vista di Ravenna – quando ho bevuto là un ottimo vino infiascato? Dovevo meditare sulla vanità di tutte le cose davanti alla rotonda di Teodorico – quando il treno mi ha portato vicino ad essa nella sua folle corsa? A malapena ho potuto vedere di sfuggita le sue grigie pietre da dietro le spalle di un corpulento italiano – ho scritto solo una poesiola:

                          Non so quante volte Dante è spirato

                          Nella bottiglia o nel fiasco di vino,

                          Si avventa il treno come un drago alato

                          Sulla tonda tomba di Teodorico.

 

   Cos’altro mai dovevo pensare, dire, scrivere io, figlio del XX secolo, che legge Cocteau, di cui del resto Lei troverà traccia in questa poesiola, e Reverdy, benché non lo capisca affatto? Che là in Ucraina un tempo si pensava e ci si sentiva, si sentiva in altro modo? Ah, è triste. Pian piano si arriva al momento in cui davvero niente, più niente interessa. E proprio allora si scorge un cagnolino , un bianco cagnolino, come una rivelazione. L’improvvisa emozione davanti a un cucciolo è la chiave che mette in moto una macchina, e tutti i sentimenti, tutti gli entusiasmi, tutti gli ideali di colpo ricominciano a muoversi come un ingranaggio, una cinghia di trasmissione – e d’un tratto si riscopre il fondo, l’antico fondo dell’anima umana.

   Fu proprio così. Una notte afosa, un caldo soffocante; era già passata la mezzanotte e attraverso il finestrino, senza sosta, dal cielo di cobalto si riversava nel vagone il profumo delle acacie. Non ho ricordato in quel momento, una canzonetta sulle acacie (la rammenta?) che si cantava da noi tempo fa e che parlava dei cosiddetti bei tempi. Le assicuro che allora non pensavo a quella canzonetta. Il profumo di quelle acacie mi ha intorpidito. Gli alberi carichi di fiori andavano lungo la strada ardente come piccoli italiani alla prima Comunione. Il treno si fermò a Conegliano. Vigneti e viali di castagni cingevano da entrambi i lati la piccola, bianca stazioncina dai muri arroventati, dietro la stazione si vedeva la cittadina, dietro questa la montagna come il Calvario alla luce della luna, come in un quadro, una montagna banale, del tutto banale, con la cresta dei cipressi, con i ruderi del castello…proprio come in una ballata, come in un romanzo romantico. Che noia! Non distante dai ruderi – un castello rinascimentale, gli alberi, i cipressi, la notte, la vampa e il silenzio. Sul marciapiede – cioè un piccolo spazio infocato – alcune dame e un vecchio signore, giunto da Venezia; si salutano, conversano; d’un tratto una delle dame inciampa, lancia un gridolino, da sotto le gambe sguscia via un piccolo, bianco gomitolo, il capostazione con in testa il suo berretto rosso, si china e raccoglie il gomitolo – è un magnifico volpino, un cuccioletto che trotterella a fatica, in quel momento il treno si muove, il capostazione saluta, il cagnolino sul suo braccio guaisce debolmente…E questo sarebbe tutto? E’ tutto. Esternamente è tutto.

   Ma quel cagnolino – un bianco cagnolino, un batuffolo più che un cagnolino, un gomitolo di lana bianca, non un cagnolino – è diventato proprio quella chiave di cui parlavo poc’anzi. Come una rivelazione mi si è affacciato il pensiero che tutto in quel momento fosse solo un prodigio, e che da quel momento avrebbe continuato ad esserlo. Che il mio fratello cane è fratello come un albero, come il cielo, come il mare, che quella notte era la più meravigliosa delle notti, che “siamo soli con il Dio della notte”. E quando in quella buia calura il treno è partito verso un’ignota, nera lontananza, ho capito che non si può scrivere sull’Italia, perché l’Italia è realmente un prodigio. Che non si può rendere a parole né la polvere gialla sui marmi di Roma, né la bianca spumosità dei marmi di Venezia, né l’azzurro dei colli attorno a Firenze, che di sera si tramuta in ametista; al massimo si può scherzare con le parole e scrivere su Venezia:

 

                                Quali sono i più bei colori,

                                Ieri ho domandato.

                                Mi ha detto il guardiano al Luna Park:

                                Il giallo, il bianco, il rosato.

 

   Sarebbe una barbarie descrivere ancora una volta (per cosa? per chi?) e fare giochi di prestigio e tirare di scherma con le parole…a che servirebbe? Descrivere fedelmente quella montagna di rosa, di rosa e di azzurri, quell’insieme di cupole, di colore dell’aurora e della reseda, di torri dai riflessi oro-amaranto, di cariglioni verderamati percossi dai martelletti dei centauri…

   L’Italia non si può descrivere a parole. Il mondo non si può descrivere a parole. E i tre compiti del poeta: conoscere, capire, riprodurre, sono una chimera come una montagna di vetro, come un palazzo di ghiaccio. Non si può recingere il mondo, quella muta di cani scatenati, quella mandria di cavalli gremita di stalloni morelli; non si può rinchiudere l’Italia nella cornice dorata delle parole, l’uccello dalle candide piume farebbe scoppiare la gabbia dei suoni – l’uccello come la terra che si leva in volo sulle acque dell’ombra e dell’universo; la scorza delle tenui paroline cadrebbe come la buccia di verdi mandorle dal contenuto incomparabile; risonerebbe la voce: “Io sono colui che è”, e il mondo ci passerebbe oltre, come noi gli passeremmo oltre. E’ il treno nero e solo, che corre nella notte, portandoci nelle tenebre, e cosa c’è di strano, se a volte in esso ci incanta più di tutto un particolare, come una lente che concentra le linee delle nostre vicende, un particolare tenue, minuto, quasi invisibile – appunto il cagnolino del capostazione di Conegliano.

   Ecco perché ho rinunciato a descrivere i paesaggi italiani e ho descritto cani e gatti, e talvolta anche le persone. Forse questo non piacerà ai lettori e diranno che non sono saggio, perché non ho scritto che Michelangelo fu un buon pittore, e perché non ho lodato Botticelli.

   Penso che Botticelli può fare a meno delle mie lodi, mentre il piccolo, bianco cagnolino, estratto dal nulla, vivrà finché qualcuno vorrà leggere questa lettera scritta forse a Lei, Signora. O forse a nessuno. 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

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