Małgorzata Hillar: la poetessa uccisa dall’amore

21 Nov

 

 

Małgorzata Hillar

   Nacque a Piesienica il 19 agosto 1926. Quando debuttò sulla rivista “Nuova cultura” richiamò su di sé l’attenzione di molti critici, che all’inizio l’accusarono di superficialità, mediocrità dei mezzi espressivi e immaturità. Il volume “La brocca di argilla” tuttavia fu acclamato dalla Associazione dei Librai Polacchi come il miglior debutto dell’anno 1957. Le successive due raccolte poetiche “Preghiera al timo. Poesie erotiche” (1959) e “Gocce di sole” (1961) dimostrarono però che Małgorzata Hillar era una vera poetessa. La definirono la “nipote di Różewicz” (v. Articolo e poesie in questo stesso blog) e “principessa della fantasia”. Creò un suo proprio stile. Diceva: “Per scrivere una poesia a volte bisogna salire su un’alta scala appoggiata al sole…”. Scriveva con grande spirito di osservazione. Amava il finale a sorpresa e come sfondo delle sue confessioni liriche aveva scelto la natura. L’amore è il leitmotiv dei suoi testi.

   Dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di diritto e filosofia dell’Università di Varsavia, ma dovette interrompere gli studi per motivi di salute. Nel frattempo traduceva poeti cubani e russi. Tra gli ammiratori del suo talento c’era anche il critico e poeta Zbigniew Bieńkowski. Scrisse di lei in modo lusinghiero. Nacque l’amore. Nel 1960 la poetessa lo sposò, diventando la sua compagna nel bene e nel male. Seguì un altro successo letterario – “Aspettando Dawid”, dove emerge il suo femminismo maturo e il suo istinto materno, con la descrizione dei sentimenti che accompagnano la donna durante la gravidanza e il parto. Con l’andare del tempo però la temperatura dell’unione andò scemando. Andarono entrambi negli USA con una borsa di studio ottenuta dal marito, ma dopo il ritorno accadde ciò che la Hillar temeva più di tutto: la separazione, avvenuta nel 1970. Il marito aveva trovato la felicità al fianco di un’altra poetessa. Małgorzata è distrutta. Il suo ultimo respiro poetico è la raccolta “Poesie”, dove donne abbandonate, smarrite, ferite come soggetto lirico, vagano nel silenzio, pronte a tutto, perfino al suicidio. Come lei stessa. La depressione si aggrava. La sua vita non ha più senso. Vuole dimenticare l’intera biografia, lo sconforto e il mancato amore da parte delle persone più care. Sprofonda nell’alcolismo. Non si cura di niente, neanche di se stessa.  Non scrive. Si sta distruggendo. Nel 1985 entra a far parte di un gruppo di Alcolisti Anonimi. Ricomincia a scrivere, sollecitata dagli amici di questa comunità. La prima poesia del periodo di astinenza appare sulla rivista “Integrazione”. Sogna di pubblicare una raccolta dedicata al figlio, dal titolo “Poesie per Dawid”. Scrive l’introduzione al volume “Pronta a risuscitare”, che uscirà dopo la sua morte avvenuta a Varsavia il 30 maggio 1995.

   Małgorzata Hillar amò e soffrì molto. Dietro il velo della poesia celava la paura della solitudine e il bisogno di sicurezza emotiva. Dopo la separazione viveva come lontano dal mondo. Qualcuno l’ha definita “poetessa in fuga”. Viveva immersa nel suo dolore e nel caos spirituale, che voleva esprimere gridando, o distruggere completamente nell’ebbrezza dell’alcol.

   “Poetessa-icona, leggenda della seconda metà degli anni ’50 e inizio ’60. La sua poesia “Noi della seconda metà del XX secolo”, diventò il manifesto della sua generazione e uno dei testi più popolari tra la gioventù. “Immergersi nella gioia spontanea, arrendersi ai tremiti del cuore, desiderare ardentemente e attendere la felicità – ecco gli elementi salienti della sua poesia. Amore, emozioni erotiche, maternità, spontaneità – tutto ciò costituisce il linguaggio di una poetessa che protesta contro le false barriere della cultura e della civiltà” – scrive il poeta e critico Aleksander Nawrocki.

 

 

 

Poesie di Małgorzata Hillar tradotte da Paolo Statuti

 

Io creatura selvatica

 

Io creatura selvatica

temo le parole

fredde dure indifferenti

 

Temo

i sorrisi acidi

le occhiate frivole

le alzate di spalle

 

Quando ero bambina

scrivevo le poesie in soffitta

perché non ridessero

 

Per ore e ore pensavo

come poter guarire

la zampetta malata di una rana

che sedeva nel fosso

 

Oggi come allora

chiedo mani che accarezzano

Parole calde e morbide

come lana di pecora

 

 

 

 

 

Lui non sapeva

 

Lo salutava

dal balcone

con la mano ardente

 

Correva

alla porta

 

Gli porgeva

il suo petto

 

Si addormentava

sulla sua spalla

 

Quando usciva

anche lei usciva

 

Quando tornava

anche lei tornava

 

Lui si stupiva

Si rallegrava

 

Non sapeva

che lei aveva paura

degli alberi uccisi

trasformati in mobili

e del pavimento

che la guardava

ironicamente con le fenditure

socchiuse

 

Noi della seconda metà del XX secolo

 

Noi della seconda metà del XX secolo

che disintegriamo l’atomo

che conquistiamo la luna

ci vergognamo

dei teneri gesti

degli sguardi amorevoli

dei caldi sorrisi

 

Quando soffriamo

storciamo

noncuranti la bocca

 

Quando arriva l’amore

alziamo sprezzanti

le spalle

 

Forti cinici

con gli occhi ironicamente

socchiusi

 

Soltanto a tarda notte

con le tende

ermeticamente tirate

ci mordiamo le labbra dal dolore

moriamo d’amore

 

 

 

 

 

Fragola di bosco

 

Se tu fossi vicino

ti darei

questa prima fragolina

 

Direi

prendi mio caro

questa è una goccia di sole

 

Tu sei lontano

e la fragolina ha la forma

di una lacrima

 

L’amore

 

E’ l’attesa

del crepuscolo del cielo

del verde dell’erba

di una carezza delle ciglia

 

L’attesa

dei passi

dei fruscii

delle lettere

del bussare alla porta

 

L’attesa

di un esaudimento

di una durata

di una comprensione

 

L’attesa

di una conferma

di un grido di protesta

 

L’attesa

del sonno

dell’alba

della fine del mondo

 

Il nido

 

Ogni notte

lei si addormentava

nel sicuro nido

delle sue braccia

che impediva l’accesso

ai rapaci uccelli

della solitudine

 

Lui la ritrovava

tra i neri rami

del sonno

per dire

che era

per lei

 

Nella notte

più nera

lei abbandonò

il nido sicuro

delle sue braccia

e si smarrì

nell’oscurità

 

Adesso

tra gli alberi notturni

alle taccole che dormono

i caldi nidi

invidia

 

Il gufo

 

Intirizziti

sotto la nicchia sulla strada

di notte

quando le viole tremano

dal freddo

si avvolgevano strettamente

nel calore delle proprie braccia

 

Il vento faceva cadere

dalle loro teste le stelle

che si erano posate

sui capelli come brina

 

Invidiavano la Madre di Dio

guardava ascoltava

uscì dalla nicchia

chiedeva loro di seguirla

 

andarono per fossi

pieni di gialle calte

attraverso recinti

di filo lunare

lungo il verde stagno

 

Fino al fienile

caldo e dorato

come paglia

 

La Madre di Dio

un gufo urlante

tolse dal tetto

 

Se ne andò sorridente

con il gufo indignato

sotto il braccio

 

Innamorata

 

Percorre la strada

come ballando

a un saggio di danza

 

Sorride

al bambino nella carrozzina

al passero

che ha perso la coda

 

Quei pallini sul vestito

pensa

hanno il colore dei suoi occhi

 

Dalla mattina ripete

il nome più caro

ed esce di casa

con una calza sola

 

 

Posso?

 

Dici

le parole non esprimono

 

Ti guardo

tristemente

 

Io conosco parole

che come l’atropina

dilatano le pupille

e cambiano il colore del mondo

 

Dopo di esse

non si può più andar via

Posso darti me stessa

se non sai

dire

cosa provi

quando ti dono la bocca?

 

Preghiera al timo

 

I giorni sono lenti

come formiche rosse

che portano sul dorso

l’afoso peso dell’estate

 

In basso sul terreno

arde

con una fiamma viola

il timo

 

Con la fronte premuta su di esso

prego

 

Non sfiorire ancora

 

Tra poco

egli tornerà

e fra i tuoi ardenti fiori

mi porgerà con le labbra

un mondo ondeggiante

 

Preghiera

 

Madre di Dio con la corona di carta

inquilina della fredda chiesa

Regina del silenzio d’argento

Fuga dagli sguardi curiosi

Protettrice di parole morbide come narcisi

Patrona dei nostri baci

Testimone dei giuramenti più belli

 

Ogni giorno vengo da te

benché sappia

che la nostalgia non attenuerai

la separazione non accorcerai

 

Che sai tu dell’amore

tu celeste e di gesso

che perfino tuo figlio

hai concepito in modo irreale

 

Pompea

 

Pensava

di sicuro farò in tempo a fuggire

 

Correva in via dell’Abbondanza

coi sandali ricamati

con un mazzo di chiavi

con un vaso d’argento

panciuto come il suo ventre

Così la sorprese

l’ardente diluvio

vestendola interamente

per molti secoli

con un abito di pietra infocata

 

Nessuna scultura renderebbe

con tale fedeltà

il tormento

del suo volto

lo spavento delle mani

che proteggono il ventre

 

Sua sorella

col bambino in grembo

nella città di Hiroshima

morì rapida

come la civiltà

del XX secolo

 

Di lei

nemmeno una traccia nell’aria

è rimasta

 

Nella città di Varsavia

contro l’insensato vulcano

contro il cieco atomo

porto avani

il pesante ventre

 

La torre della pazienza

 

Lei si trasformava

in torre della pazienza

nella cui ombra

lui riposava

in porta della saggezza

varcandola entrava

in un giardino di luce

 

Lei si mutava

in soffice pecora

per le mani di lui

in un grillo

che suona le ciglia

in una mela

per le labbra di lui

 

Lei era

il torrido vento

che attizza la fiamma

in cui lui si tuffava

il fiume impetuoso

che trascina cielo e terra

 

Lei si tramutava

in albero del silenzio

che genera il sonno

in dalia

che rischiara le tenebre

in uccello

che porta il giorno

 

Diventava uno specchio

perché lui vedesse

come era perfetto

un cestino

dove lui celava la solitudine

diventava la terra

per la quale lui andava

sulla luna

 

Quando lui partiva

lei si mutava

in se stessa

interamente coperta

con la pesante ombra di lui

 

Come il sole

 

Vivi in me

come in una cesta chiusa

nella quale non posso guardare

eppure io stessa

ti ho permesso di starci

 

Sei diventato indipendente

e intollerante

 

Per favore

trasloca

ho poco spazio con te

Rimani

contro la mia volontà

 

Mi spingi

coi piccoli talloni

coi piccoli gomiti

 

Mi trasformi

senza il mio permesso

senza la mia partecipazione

in un boccia panciuta

 

Di notte con timore

mi tocco il ventre

Dico

no

Grido

no

Sei come un’alluvione

inevitabile

Come un fuoco

indomabile

Come un terremoto

Come il sole

 

 

 

 

Grazie, o Signore

 

che mi hai dato

nella vecchiaia

il dono di stupirmi

che quando tocco l’albero

piantato sotto la mia finestra

non dico

non è che un comune castagno

ma sussurro incantata

è un miracolo

 

e quando si avvicina a me

una piccola creatura

non affermo

non è che una semplice bambina

la mia nipotina

ma penso stupita

è un miracolo

 

Vorrei

che guardandomi allo specchio

donna che invecchia

che così spesso non amo

potessi dire con gioia

è un miracolo che sono qui

 

 

 

 

Dici

 

Dici

Se stessimo insieme

la mattina ti porterei

i panini e il latte

Avremmo

in comune la porta

la luce

la notte

 

Ma ci dividono

le chiavi

le scale

le abitazioni

gli occhi di un uomo

gli occhi di una donna

perfino il salice piangente nel cortile

sotto il quale non possiamo baciarci

 

Dici

Sei per me

come il sole che sorge

 

per vederlo

volto le spalle alla gente

 

 

 

 

Girasoli

 

In un vaso nero

sul pavimento

sono come piccoli soli

 

Vengono per rischiarare

i cupi giorni della tristezza

 

quando se ne vanno

attraverso la bianca soglia

della brina

li desidero

sull’orlo

del vaso vuoto

 

Allora arriva

il rosso van Gogh

 

Se vivessi

dice

te li presterei

ogni inverno

 

 

 

 

 

 

 

Il ricordo delle tue mani

 

Quando ricordo

la carezza delle tue mani

non sono più una bambina

che si pettina tranquilla

sistema le pentole di coccio

sul ripiano di pino

 

Impotente sento

le fiamme delle tue dita

che accendono la nuca le spalle

 

Resto così a volte

a metà giornata

sulla bianca strada

e copro la bocca con la mano

 

Non posso mica urlare

 

Euridice

 

Risvegliava per lei la segala notturna

perché sfiorasse i suoi fianchi

 

La vestiva

di nero odore

di trifoglio

 

Mutava i suoi capelli

in fiamme

 

Quando la fecero sprofondare

nell’Ade

non le andò dietro

 

Fuggì

chiudendosi le orecchie

alla sua invocazione

di aiuto

 

Quando tornò

toccò i suoi capelli

 

Non si erano mutati in fiamme

 

Erano come erba morta

 

Disse

Non sei Orfeo

Sei un prestigiatore

che tira fuori i conigli

da un orecchio

 

 

Il sacco della vita

 

In esso

allega

il frutto del seno

 

Una grande prugna livida

umana

impigliata

in steli violacei

 

Elastico

si allunga

si allarga

si tende

come un arco semicircolare

come la volta

dei santuari romanici

 

S’ingrossa

di giorno

in giorno

 

Unica vera

fonte dell’infinito

 

Il sacco della vita

 

Attraverso epidemie

fame

guerre

porta in sé l’inizio del mondo

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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