Osip Mandel’stam (1891 Varsavia – 1938…)

19 Ott

 Poesie di Osip Mandel’stam tradotte da Paolo Statuti

Osip Mandel’stam

Leningrado

Sono tornato nella mia città, nota fino alle lacrime versate,

Fino alle vene, fino alle glandole dell’infanzia enfiate.

Sei tornato qui – allora ingoia senza indugi

L’olio di pesce dei notturni fanali,

Il giorno di dicembre hai ravvisato,

Dove alla funesta pece il giallo è mescolato…

Pietroburgo! Io ancora non voglio morire, lo sai:

Tutti i numeri dei miei telefoni tu hai.

Pietroburgo! Io gli indirizzi ho ancora,

Dove le voci dei morti troverò ognora…

Io sulla scala vivo, e nelle tempie come martello

Mi batte estratto con la carne il campanello,

E la notte intera aspetto le care persone

Scotendo i ceppi delle catene sul portone.

Leningrado, dicembre 1930

*  *  *

Oh no, ancora non sono un patriarca,

Ancora un semidistinto mi ritengo,

Ancora mi offendono dietro le spalle

Nella lingua delle liti sui tranvai,

Di cui non si capisce il senso, né un’acca:

“Ma che tipo!” Ebbene, scusate tanto,

Ma io nel mio intimo non cambio.

Quando pensi cosa ti lega al mondo,

Non credi a te stesso: un’inezia!

La chiave di notte della casa non tua,

Una moneta d’argento nella tasca,

E la celluloide di un film di ladri.

Io, come un cucciolo, sul telefono mi getto

Ad ogni isterico squillare:

In esso sento in polacco: “Dziękuję, pani”.

Un mite rimprovero da lontano, pare,

O una promessa non mantenuta.

Sempre pensi a cosa prendere gusto

In mezzo a razzi e petardi di carta,

Ti sfogherai, e là, guarda, resterà

Solo confusione e nonlavoro:

Prego, accendi la sigaretta da loro!

Ora sorrido, ora timido mi ricompongo

E col bastone dal pomo bianco esco, –

Io ascolto le sonate nei vicoli,

Davanti ogni banco mi lecco le labbra,

Sfoglio i libri nei profondi portoni,

E non vivo, eppure vivo,

E in cinque minuti – con la paletta del secchiello –

Riceverò la propria immagine

Sotto il cono lilla del monte Shach.

E a volte mi metto a servizio

Nei soffocanti afosi scantinati,

Dove lindi e onesti cinesi

Prendono con bacchette le palline di pasta,

Giocano con carte strette e tagliate

E bevono vodka, come rondini dello Yangtse.

Amo le corse dei tram sfrigolanti,

E il caviale astracano dell’asfalto,

Coperto di stuoia di paglia,

Che ricorda un cestello di Asti,

E le piume di struzzo di un’armatura

Nella costruzione delle case di Lenin.

Entro nelle stupende tane dei musei,

Dove ti fissano scheletrici Rembrandt,

Raggiunto lo splendore del cuoio di Cordova,

Ammiro le mitre a corno di Tiziano,

E Tintoretto variegato ammiro, –

Per i mille stridenti pappagalli.

Oh quanto vorrei scatenarmi,

Attaccare discorso, pronunciare la verità,

Mandare lo sconforto alla nebbia, al diavolo, all’inferno,

Prendere per mano qualcuno: “Sii gentile, –

Dirgli, – facciamo la strada insieme…”

Maggio-settembre 1931

 *  *  *

Per il tonante eroismo dei secoli futuri,

Per una insigne umana genìa

Ho perso anche la coppa al convito dei padri,

E il mio onore e la mia allegria.

Mi si getta alle spalle il secolo-cane grigio,

Ma non sono un lupo per natura,

Ficcami meglio, come berretto, nella manica

D’una calda pelliccia della siberiana pianura.

Perché non veda né un vile, né la sporcizia,

Né le ruote di sangue lorde,

Perché veda tutta la notte le volpi azzurre

Nella bellezza dei loro primordi.

Portami di notte dove scorre l’Enisej

E il pino una stella ha toccato già,

Perché non sono un lupo per natura

E soltanto un mio pari mi ucciderà.

17-28 marzo 1931

*  *  *

Due sorelle – gravità e tenerezza – sono uguali i vostri indizi.

Api e vespe la greve rosa suggono.

Un uomo muore. Si raffredda la sabbia riscaldata,

E il sole di ieri su una barella nera portano.

Ah, grevi favi e tenere reti,

Più facile alzare una pietra, che ripetere il tuo nome!

Mi resta un solo assillo in questo mondo:

Un assillo d’oro, come togliermi il peso del tempo, come!

Bevo l’acqua intorbidita, simile ad acqua scura.

La rosa era terra e il tempo hanno rotto con l’aratro.

In un lento vortice le grevi tenere rose,

Le rose gravità e tenerezza in un duplice serto hai intrecciato!

1920

 *  *  *

                                            (indirizzata a O. Arbenina)

Prendi per la gioia dai miei palmi

Un po’ di sole e un po’ di miele,

Come ci hanno chiesto le api di Persefone.

Non puoi sciogliere la barca non legata,

Non puoi sentire uno spettro in morbide scarpe,

Non puoi vincere la paura in una vita sperduta.

Ci restano soltanto i baci,

Soffici come piccole api,

Che muoiono, volate via dall’arnia.

Frusciano nella diafana boscaglia della notte,

La loro patria – la selva solitaria del Tajget,

Il loro cibo – tempo, fiori dolci e menta.

Prendi dunque per la gioia il mio selvatico dono,

Modesto monile essiccato

Di morte api, che hanno mutato il miele in sole.

novembre 1920

NOTRE-DAME

Dove il giudice di Roma giudicava gente straniera, –

Si erge un duomo, e gioioso e primo,

Come un tempo Adamo, tendendo i nervi,

Gioca con i muscoli la volta a crociera.

Ma si tradisce all’esterno il segreto piano:

Qui la forza si prende cura degli archi,

Perché non si frantumi la massiccia parete,

E della proterva volta resta inattivo l’ariete.

Labirinto irruente, bosco impenetrabile,

Dell’anima gotica ragionevole abisso,

Potenza egizia e cristiana timidezza,

Un giunco e una quercia, e ovunque il re e il piombino.

Ma quanto più attento, rocca di Notre-Dame,

Io studiavo le tue costole mostruose, –

Tanto più spesso pensavo: da una cattiva gravezza

Anch’io un giorno creerò belle cose.

1912

*  *  *

 

Nella dissonanza di un coro di fanciulle

Le chiese cantano con voce alata,

E negli archi di pietra della cattedrale di Uspenskij

I sopraccigli mi sembrano alti, come un’arcata.

E dal baluardo rafforzato dagli arcangeli

Io la città guardavo a una stupenda altezza.

Sulle pareti dell’Acropoli la mestizia mi opprimeva

Per un nome russo e una russa bellezza…

Non è meraviglioso che sogniamo un giardino,

Dove planano i colombi nell’azzurro ardente,

Che i neumi ortodossi una monaca intoni:

La dolce morte – a Mosca Firenze.

E le chiese moscovite con cinque cupolette

Con la loro anima italiana e russa

Mi rammentano la comparsa dell’Aurora,

Ma con un nome russo e un bolero di pelliccia.

1916

Tristia

1

Ho studiato la scienza degli addii

Nei lamenti notturni a testa nuda.

Masticano i buoi, e l’attesa dura,

L’ultima ora della veglia cittadina,

E onoro il rito della notte del gallo,

Quando, tolto del viaggio il peso del dolore,

Guardavano lontano gli occhi lacrimanti,

E col pianto d’una donna – delle muse i canti.

2

Chi può conoscere nella parola “addio”,

Quale separazione ci attende,

Cosa ci predice del gallo il grido,

Quando il fuoco nell’Acropoli si stende,

E all’alba di una nuova vita,

Quando il bue rumina pigro il mangime,

Perché il gallo, araldo di nuova vita,

Batte le ali sulle mura cittadine?

3

Io amo la pratica del filare:

La spola va e viene, il fuso ronza.

Guarda, incontro, come piuma di cigno,

Delia scalza sta già correndo.

Oh, della vita misero fondamento,

Com’è povera la lingua della gioia!

Tutto era un tempo, tutto ritornerà,

Ma solo riconoscersi è dolce momento.

4

E così sarà: una figura trasparente

Giace su un piatto di argilla pura,

Come pelle di scoiattolo appiattita,

China sulla cera la fanciulla scruta.

Non sta a noi sul greco Erebo predire,

Per le donne la cera, per gli uomini il rame.

A noi solo in battaglia la sorte è data,

E a loro divinando è dato morire.

1918

Silentium

 

Ella ancora non è nata,

Ella è musica e parola,

E di tutto ciò che è vivo

Inviolabile legame.

 

Quieti respirano i mari del petto,

Ma, come folle, è chiaro il giorno.

E di spuma un pallido lillà

In un vaso nero-azzurro.

 

Ritroveranno le mie labbra

La primordiale mutezza,

Come nota cristallina,

Che dalla nascita è pura!

 

Rimani spuma, Afrodite,

E torna alla musica, o parola,

Con le basi della vita fuso,

O cuore, vergognati del cuore!

 

1910, 1935

 

* * *

Leggere soltanto libri per l’infanzia,

Soltanto pensieri infantili amare,

Ciò che è grande distante lasciare,

Uscire da una profonda tristezza.

 

Della vita sono stanco a morte,

Niente da essa accetterò,

Ma la mia povera terra amerò

Perché un’altra non l’ho scorta.

 

Oscillavo in un lontano giardino

Sopra una rozza altalena,

E degli alti abeti mi balena

Il ricordo in un nebbioso delirio.

 

1908

 

* * *

Ho un corpo – che fare con esso,

Così unico e così mio?

Per la gioia di respirare e vivere

Ditemi, chi devo ringraziare?

Io sono il giardiniere, io il fiore,

Nella cella del mondo non sono solo.

Sul vetro dell’eternità s’è già posato

Il mio respiro, il mio calore.

S’imprime su di esso un rabesco,

Indistinto da un po’ di tempo,

Finché dell’attimo il limo scorre,

Il caro rabesco non puoi cancellare.

 

1909

 

 

 La conchiglia

Forse io non ti servo affatto,

O notte; dall’abisso del creato,

Come conchiglia senza perle,

Io sulla tua riva gettato.

 

Tu incurante l’onde fai schiumare

E canti con caparbietà,

Ma t’innamorerai e apprezzerai

Di una vana conchiglia la falsità.

 

Ti poserai sulla sabbia con essa,

La tua pianeta indosserai,

Delle onde la grande campana

Ad essa per sempre legherai.

 

E della fragile conchiglia le pareti,

Come la casa di un cuore deserto,

Colmerai di sussurri di spuma,

Di nebbia, di pioggia e di vento…

 

1911 

 

 Strofe pietroburghesi

                                                         A N. Gumiljov

Sul giallore degli edifici governativi

Turbinava a lungo una torbida bufera,

E il giurista con un gesto solenne,

S’infila il cappotto e risale sulla slitta.

 

Svernano i piroscafi. Dove batte il sole

Si è acceso il vetro spesso della cabina.

Mostruosa, come corazzata nel dock, –

La Russia gravemente riposa.

 

E sulla Nevà – delegati di mezzo mondo,

L’ammiragliato, sole, silenzio!

E dello stato la severa porpora,

Come il cilicio rozza, misera.

 

Il greve fardello di uno snob del nord –

Di Oneghin l’antica tristezza;

Sulla piazza del Senato – un cumulo di neve,

Il fumo di un falò e il freddo della baionetta…

 

Facevano acqua le iole, e i gabbiani

Marini visitavano il deposito della canapa,

Dove, vendendo miele caldo e panini,

Girano soltanto i mugìc da opera.

 

Vola nella nebbia il corteo dei motori;

Un semplice, dignitoso pedone –

Il bizzarro Evghienij – si vergogna della povertà,

La benzina aspira e maledice la sorte!

1913

 

Achmatova

 

Semivoltata, o tristezza,

Guardò gli indifferenti.

Cadendo dalle spalle s’impietrì

Lo scialle pseudoclassico.

 

Lugubre voce – luppolo amaro –

Sferra le viscere dell’anima:

Così – la sdegnata Fedra –

Fu un tempo Rachel.

1914

 

Si lavava di notte all’aperto

 

Si lavava di notte all’aperto.

La volta di rozze stelle splendeva.

Un raggio stellare – come sale sull’ascia.

Si fredda la tinozza strapiena.

 

Il portone è chiuso a chiave,

E la terra in coscienza è così grezza.

Più puro della verità della tela fresca

Chissà dove si troverà il telaio.

 

Si scioglie nella tinozza, come sale, la stella,

E l’acqua gelata è più nera.

Più pura è la morte, più salata la sventura,

E la terra più terribile e più vera.

1921

 

Ode a Beethoven

A volte il cuore è così austero,

Che pur amando non si smuove!

Anche nella stanza buia del sordo

Beethoven è acceso il fuoco.

E io non potevo, aguzzino,

La tua gioia sfrenata capire.

Già l’esecutore abbandona

Il quaderno incenerito.

 

Quando la terra romba di tuoni

E il fiume ruggisce agitato

Nel temporale e negli schianti,

Chi è questo stupendo passante?

Egli così impetuoso cammina.

Il cappello verde nella mano,

E il vento rigonfia le falde

Della trasandata finanziera, –

 

Con chi è possibile più a fondo

Bere il calice della dolcezza,

Chi può più lucente fiammeggiando

Lo sforzo di volontà consacrare?

Chi contadino, figlio di un fiammingo,

Invitò il mondo a un ritornello

E non smise di danzare,

Finché non fu ebbro furente?

 

O Dionisio, come uomo ingenuo

E grato come un bambino!

Tu hai sopportato la tua sorte

Ora sdegnato, ora celiando!

Con quale sordo risentimento

Prendevi il tributo dei principi

O con distratta solerzia

A lezione di pianoforte andavi!

 

A te le celle monacali –

Rifugio di gioia universale,

A te in profetica allegria

Gli adoratori del fuoco cantano;

Il fuoco arde nell’uomo,

Nessuno poteva placarlo.

Nominarti non osavano i greci,

Ma ti adoravano, o dio ignoto!

 

O fiamma di eccelso sacrificio!

Il fuoco ha inondato il cielo –

Del santo tabernacolo su di noi

E’ lacerata la serica tenda.

E nello spazio infiammato,

Dove noi non vediamo niente, –

Tu hai mostrato nella sala del trono

Il trionfo della fama bianca!

 

6 dicembre 1914

 

* *  *

Sullo smalto blu-pallido,

Quale è possibile in aprile,

Le betulle sollevano i rami

E furtive sereggiano.

 

Un ricamo levigato e minuto,

S’è irrigidita l’esile rete,

Come su un piatto di porcellana

Un disegno ben tracciato, –

 

Quando l’artista gentile

Lo posa sul firmamento di vetro,

Nella coscienza d’una forza effimera,

Nell’oblio di una triste morte.

 

1909

 

* *  *

La natura – è Roma e si riflette in essa.

Noi vediamo le immagini della sua potenza civile

Nell’aria diafana, come in un circo azzurro,

In un foro di campi e nelle colonne d’un boschetto.

 

La natura – è Roma e, sembra, di nuovo

Inutile per noi turbare invano gli dei –

Ci sono le viscere sacrificali per predire la guerra,

Gli schiavi per tacere, e le pietre per costruire!

 

1914

 

* *  *

Una tristezza inesprimibile

Aprì due grandi occhi,

Un vaso da fiori si destò

E sparse il suo cristallo.

 

La stanza fu intrisa

Di languore – dolce rimedio!

Un così piccolo regno

Tanto sonno ha inghiottito.

 

Un po’ di vino rosso,

Un po’ di maggio assolato –

E, un’esile porcellana spezzando,

Dita più esili e bianche.

 1909

 

La rondine

Non ricordo la parola che volevo dire.

Una rondine cieca nel palazzo delle ombre tornerà,

Sulle ali tagliate, con i diafani a giocare.

Nel deliquio un canto notturno si leva.

 

Non si odono gli uccelli. L’elicriso non fiorisce,

Sono diafane le criniere della mandria notturna.

Sul fiume prosciugato una barca vuota scorre,

Tra i grilli si smemorizza la parola.

 

E lentamente si alza come tenda o tempio,

Ora a un tratto si scaglia come folle Antigone,

Ora come morta rondine si getta ai piedi

Con stigia tenerezza e con un verde ramo.

 

Oh far tornare anche il pudore delle veggenti dita,

E la prominente gioia dell’apprendimento.

Come io temo i singhiozzi delle Aonidi,

La nebbia, lo scampanio e la voragine!

 

Ma il potere è dato ai mortali di amare e conoscere,

Per loro anche il suono nelle dita si verserà,

Ma io non ricordo la parola che volevo dire,

E tornerà il pensiero incorporeo nel palazzo delle ombre.

 

Eppure la diafana non questo ripete

Sempre rondine, amica, Antigone…

E sulle labbra, come nero ghiaccio, arde

Il ricordo della stigia campana.

 

Novembre 1920

* * *

Insonnia. Omero. Le vele spiegate.

L’elenco della navi io lessi fino a metà:

Quella lunga nidiata, quella fila di gru,

Che sopra l’Ellade un giorno si alzò.

 

Come un cuneo di gru verso altrui frontiere –

Sulle teste dei re la spuma divina –

Dove navigate voi? Senza Elena

Che sarebbe Troia per voi, uomini Achei?

 

E il mare, e Omero – tutto è mosso dall’amore.

Che dovrei ascoltare io? Adesso Omero tace,

E il Mar Nero, con eloquenza, rumoreggia,

E con greve fracasso si accosta al capezzale.

 

Agosto 1915

 

* *  *

Nella diafana Petropolis noi moriremo,

Dove Proserpina regna su di noi.

L’aria della morte in ogni alito beviamo,

E ogni ora è per noi il tempo della morte.

O terribile Atena, o dea del mare,

Togli il possente elmo di pietra. 

Nella diafana Petropolis noi moriremo, –

Qui non sei tu, ma è Proserpina a regnare.

 

1916

 

*  *  *

Viveva Aleksandr Gherzevič

Musicante ebreo, –

Egli Schubert perforava,

Come un puro brillante.

 

E a sazietà, dalla mattina alla sera,

Un’eterna sonata,

Imparata a pappagallo,

A memoria sonava…

 

Ebbene, Aleksandr Gherzevič,

Nella strada è buio?

Lascia stare, Aleksandr Serdzevič, –

Che c’è? Non importa!

 

Lascia che la piccola italiana,

Finché la neve scricchiola,

Sullo stretto slittino

Voli dietro a Schubert:

 

A noi con la musica turchina

Non fa paura morire,

Là anche come corvina pelliccia

Pendere da un attaccapanni…

 

Tutto, Aleksandr Gherzevič,

S’è intricato da tempo.

Lascia stare, Aleksandr Skerzevič.

Non fa niente! Non importa!

 

27 marzo 1931

 

 *  *  *

                               Ma voix aigre et fausse…

                                                        P. Verlaine

 

Io ti dirò con sincerità

Estrema:

Tutto è solo stoltezza – cherry-brandy, –

Angelo mio.

 

Là, ove degli Elleni splendeva

La bellezza,

A me da neri buchi si apriva

La vergogna.

 

I Greci rapirono Elena

Sulle onde,

Ebbene, a me – con la spuma salata

Sulle labbra.

 

Le labbra mi ungerà

La frivolezza,

La miseria mi farà

Un’austera boccaccia.

 

Oh sì, se soffi o sventoli,

Fa lo stesso;

Angelo Mary, bevi cocktail,

Tracanna vino.

 

Io ti dirò con sincerità

Estrema:

Tutto è solo stoltezza – cherry-brandy, –

Angelo mio.

 

2 marzo 1931

Proteggi sempre la mia lingua

Ad A.A. Achmatova

 

Proteggi  sempre la mia lingua per il sapore di sventura e di fumo,

Per la resina della pazienza collettiva e la coscienziosa pece del lavoro.

Come l’acqua nei pozzi di Novgorod dev’essere nera e dolciastra,

Perché a Natale la stella a sette pinne si rifletta in loro.

 

E per questo, padre mio, amico mio e mio ruvido aiuto,

Io – ignorato fratello, nella famiglia del popolo rinnegato, –

Prometto di creare tali compatte ossature,

perché in esse dai tartari ogni principe sia calato.

 

Purché vogliano amarmi i gelidi ceppi!

Come in giardino giacciono i birilli colpiti a morte,

Io per questo passerò la mia vita in una camicia di ferro

E per la scure del boia di Pietro troverò nei boschi un legno forte.

 

3 maggio 1931

 

*  *  *

Là, dove ci sono terme e filatoi

E spaziosi giardini verdi,

Sulla Moscova c’è un parlatoio di luce

Con pettini di riposo, di acqua e di cultura.

 

Questa fluviale lungaggine debole di petto,

Tediose e non-tediose, come khalvà, colline,

Queste navigabili cartoline e francobolli,

Sui quali noi corriamo e voliamo.

 

Il fiume Oka ha una palpebra rivoltata,

Per questo anche sulla Moscova c’è la brezza.

La sorellina Kljaz’ma ha un ciglio ripiegato,

Per questo sulla Jauza c’è un’anitra che nuota.

 

Sulla Moscova c’è odore di colla postale,

Là suonano Schubert con imbuti di megafoni,

L’acqua è sugli spilli, e l’aria è più morbida

Della pelle di rana degli aerostati.

 

Maggio 1932

*  *  *

Io supplico, come alla pietà e alla grazia,

O Francia, alla tua terra e al tuo caprifoglio,

 

La verità delle tue tortore e le menzogne dei vignaioli

Nani nei loro recinti di garza.

 

Nel lieve dicembre la tua aria falciata

Si brina – pecuniaria, offesa…

 

Ma una viola c’è anche in prigione: impazzire all’infinito!

Fischia una canzone – beffarda, sprezzante, –

 

Dove ribolliva, spazzando via i re,

La strada storta di luglio…

 

Ma ora a Parigi, a Chartres, ad Arles,

Regna il buon Charlie Chaplin –

 

Nell’oceanica bombetta con puntualità smarrita

Sulle cerniere fa il galletto con la fioraia…

 

Là, dove – una rosa sul petto, nel sudore delle due torri

Si impietrisce lo scialle della ragnatela,

Peccato che la giostra aero-riconoscente

Giri, respirando la città, –

 

Piega il tuo collo, o senza Dio

Dagli occhi dorati di capra,

E con forbici storte e blese

Irrita gli arbusti di avare rose.

 

3 marzo 1937

 *  *  *

Io brindo agli aster militari, a tutto ciò che m’hanno rimproverato:

Alla pelliccia signorile, all’asma, al fiele del giorno pietroburghese.

Alla musica dei pini di Savoia, alla benzina dei Campi elisi,

Alle rose dentro la Rolls-Royce, all’olio dei quadri parigini.

Io brindo alle onde di Biscaglia, a una brocca di panna alpestre,

Alla fulva boria delle inglesi e al chinino delle lontane colonie,

Io brindo, ma ancora non ho escogitato, di due scegliendo uno solo:

L’aromatico Asti spumante o il rosso vino Castel del Papa…

 

Aprile 1931

 Bach

 

Qui parrocchiani – figli della polvere,

E tavole anziché quadri,

Dove col gesso di Sebastian Bach

Si segnano solo le cifre dei salmi.

 

Quale dissonanza

Nelle taverne chiassose e nelle chiese,

E tu esulti, come Isaia,

O Bach – il più assennato!

 

O nobile disputante, sul serio,

Sonando ai nipoti il tuo corale,

Un sostegno allo spirito davvero

Nelle prove logiche cercavi?

 

Che suono è mai? Semicrome,

Il grido polisillabo dell’organo –

Soltanto il tuo brontolio, niente più,

O inflessibile vegliardo!

 

 

E il predicatore luterano

Sul suo nero pulpito

Con il tuo, o sdegnato interlocutore,

Fonde il suono della sua orazione.

 

(1913)

 

*  *  *

 

Parliamo di Roma, città – sorpresa!

Essa la vittoria alle cupole deve.

Ascoltiamo l’apostolico credo:

Si alza la polvere, e l’iride è sospesa.

 

L’Aventino aspetta sempre l’imperatore –

Le vigilie delle dodici feste annuali, –

E le lune rigorosamente canoniche –

Del calendario di lui i dodici servitori.

 

Sul Foro la luna enorme guarda

La valle del mondo di nuvole scura,

E la mia testa è umilmente nuda –

Oh, freddo della cattolica tonsura!      

 

 (1914)

Impressionismo

 

Il pittore ricreò per noi

Il profondo deliquio del lillà

E sulla tela, come croste, stese

I sonori gradini dei colori.

 

Egli capì la densità oleosa, –

La sua estate screpolata

Ricca di midollo lilla,

Gonfiata dall’aria afosa.

 

E l’ombra più lilla ancora – archetto

O frustino, come fiammella si spegne, –

Tu dirai: nella cucina del cuoco

Arrostiscono un grasso capretto.

Un’altalena puoi indovinare,

Veli non dipinti del tutto,

E in questa solare confusione

Il calabrone si dà già da fare.

 

23 maggio 1932

 

 

 

Ho smarrito un delicato cammeo…

Ho smarrito un delicato cammeo,

Non so dove, sulla riva della Nevà.

Rimpiango l’incantevole romana, –

Quasi in lacrime voi mi diceste.

 

Per cosa, o leggiadra georgiana,

Turbare le ceneri dei divini sepolcri?

Di nuovo un soffice fiocco di neve

Si è sciolto sul ventaglio delle ciglia.

 

E piegaste il docile collo.

Non c’è né il cammeo né la romana, ahimè.

Io rimpiango la bruna Tinotina –

Verginea Roma sulla riva della Nevà.

 

Autunno 1916

 

*  *  *

Io odio la luce

Delle monotone stelle.

Salve, mio delirio d’un tempo,

Altezza delle torri snelle!

 

O pietra, diventa merletto,

Sii pure un ragnatelo,

Con ago sottile ferisci

Il petto nudo del cielo.

 

Verrà anche il mio turno –

Già l’ala sento frullare.

Sì – ma dove andrà a cadere

La freccia del vivo pensare?

 

Concluso il cammino e il mio tempo

Io un giorno ritornerò:

Là – amare io non potevo,

Qui – amare non oserò…

 

1912

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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