Tre fiori del verso polacco recisi dalla falce della guerra

9 Ott

 

 

Krzysztof Kamil Baczynski

 

Krzysztof Kamil Baczyński

   Nacque a Varsavia il 22 gennaio 1921. Poeta. Nel 1943 iniziò gli studi di filologia polacca all’Università clandestina di Varsavia, e nello stesso anno si arruolò nell’Armia Krajowa (Armata Nazionale). Terminata la Scuola per Allievi Ufficiali fu destinato al battaglione “Zośka” e successivamente al “Parasol”. Collaborò con le riviste clandestine “Płomienie” (Fiamme) e „Droga” (La strada). Nella sua breve vita pubblicò le seguenti raccolte di poesie: Zamknięty echem (Chiuso come l’eco, 1940), Dwie miłości (Due amori, 1940), Modlitwa. Matce (Preghiera. A mia madre, 1942), Wiersze wybrane (Poesie scelte. 1942), Arkusz poetycki n. 1 (Foglio di poesia n.1, 1944). Dopo la guerra uscirono tra l’altro: Śpiew z pożogi (Canto dell’incendio, 1947) e Utwory zebrane (Raccolta di opere, 1961).

   La sua poesia, malgrado i forti legami col tempo di guerra, ha un respiro universale. Temi frequenti sono l’anima e la psiche dell’uomo, la riflessione sulla giovinezza e sulla maturità, la ricerca dei valori fondamentali della vita adulta. Krzysztof Baczyński spesso nei suoi versi usa il plurale, parlando a nome suo e della sua generazione. Mostrò la guerra piena di immagini oniriche e simboliche, nella sua furia distruttrice dei valori morali finora esistenti. Il tono della sua poesia è differenziato: accanto a poesie riguardanti le esperienze belliche, troviamo anche quelle indipendenti da esse, ricche di speranza e di bellezza.

   Fu ucciso il 4 agosto 1944, a 23 anni, in una piazza di Varsavia, durante l’Insurrezione. Stanisław Pigoń, storico della letteratura polacca, dopo aver appreso la notizia della morte di Baczyński, disse: “E’ una nostra peculiarità combattere il nemico coi brillanti…”

Due poesie di Krzysztof Kamil Baczyński tradotte da Paolo Statuti

 

Aprirò per te il cielo aurato…

Aprirò per te il cielo aurato

ov’è il filo quieto del candor,

e il cielo come guscio smisurato

di suoni, scoppierà per ancor

vivere nelle foglie di raso,

nel canto dei laghi e dell’occaso,

finché l’alba uccellinea scoprirà

il suo latteo cuore.

Muterò per te la terra dura

nel volo leggero del pappo,

estrarrò l’ombra dalla natura,

l’ombra che s’arcua come un gatto,

col pelo lucente tutto avvolgerà

nelle tinte del turbine, e porrà

nell’ordito d’un piovasco.

E dell’aria i ruscelli frementi

come fumo da un casolare

muterò per te in viali fiorenti,

nel fluido canoro delle chiare

betulle che intoneranno il canto –

come viole prese dal rimpianto –

d’un fervido alveare.

Soltanto, questo mio sguardo svuota

del vetro penoso – figura

dei giorni, che i bianchi teschi ruota

per l’accesa dal sangue radura.

Soltanto, il tempo storpiato trasforma,

i sepolcri con il fiume adorna,

della lotta la polvere togli,

di questi anni folli

polvere scura.           (1943)

 

Elegia

 

Nuvole volatili, vele di slanci, degli alberi amiche

nelle volte celesti.

La testa si china sulle mani ruvide, testa dolente,

bramano le braccia.

L’uccello che vola sotto di voi è il mio cuore,

scuro, alto.

Come posso fuggire verso i boschi dorati all’angoscia,

uccelli-nuvole?

Come posso tornare pieno di tristezza, non ultimato,

nel vostro volo e fluidità?

I palmi forati, la croce mi segue,

della morte il dovere.

Così questa argilla non plasmata si accumula, le pietre,

le città bruciano.

Son io forse la propria tomba sulla terra,

la propria speranza?

Silenziose nuvole! di nuovo mi superate, luci scorrenti,

ombre lontane.

Vi chiamerò fede. Voi mi chiamerete carcassa di tristezza,

bara, uomo.

 

(Settembre 1942)

 

 

 

 

 

 

Jozef Czechowicz

 

Józef Czechowicz

 

   Nacque il 15 marzo 1903 a Lublino. Poeta, prosatore, drammaturgo, critico, traduttore. Nel 1920 prese parte alla guerra polacco-bolscevica. Studiò all’Istituto di Pedagogia Sociale a Varsavia e lavorò presso l’Istituto per Ciechi e Sordi. Fu uno dei creatori e redattori della rivista letteraria d’avanguardia di Lublino – “Reflektor”, dove debuttò come prosatore con Opowieść o papierowej koronie (Racconto di una corona di carta, 1923). Nel 1930 si recò a Parigi con una borsa di studio del governo polacco, ma dovette tornare a Lublino a causa di una malattia agli occhi. Negli anni ’30 fu uno dei principali poeti e animatori della seconda Avanguardia. Nelle sue opere espresse le inquietudini catastrofiche e metafisiche degli anni tra le due guerre. Subì l’influenza del surrealismo e del simbolismo, ma restò fedele alla tradizione della poesia romantica polacca (Norwid, Słowacki) e popolare. Nel 1939 iniziò la sua collaborazione con la sezione letteraria della radio polacca, scrivendo diversi radiodrammi. Fu il primo traduttore polacco di T. S. Eliot. Morì il 9 settembre 1939, nono giorno di guerra, a Lublino, durante un bombardamento. Aveva 36 anni.

Tra le raccolte di poesia ricordiamo: Dzień jak co dzień (Un giorno come ogni giorno, 1930), Ballada z tamtej strony (Ballata di quelle parti, 1932), Stare kamienie (Vecchie pietre, 1934), W błyskawicy  (Nel lampo, 1934), Nic więcej (Niente di più, 1936), Nuta człowiecza (Nota umana, 1939).

 

Tre poesie di Józef Czechowicz tradotte da Paolo Statuti

 

Nei pressi della stazione centrale di Varsavia

 

dalle finestre bagliori

nel nichel il buffet regnava

la fontanina dei fiori

verso il soffitto sprizzava

 

ondeggian là le tendine

sfondo all’ombra dei grassoni

nell’alba avvolta di brine

e nell’ora dei lampioni

 

alcolica sinfonia

fughe di verdure e pane

sonate nell’agonia

serpeggia una viva fame

una fame latra sputa

un’altra spezza le dita

una terza cosa fiuta

nell’androne intimorita

 

facce della fame irsute

dai molti occhi diversi

son le lune decadute

di abbandonati universi

 

tossiscono sopra il pelo

di una sciarpa logorata

 

per esse io vi rivelo

Gerico sarà annientata

 

(1939)

 

 

Rimpianto

 

la testa che imbianca e splende come doppiere

quando trasvolano i nastri argentei dei venti

porto nelle profondità

delle stradine capinere

trillano è poco va’

 

andare guardando sogni festini scene

di sinagoghe i vetri in frantumi

fiamme fameliche grosse gomene

fiamme d’amore

nudi

 

udir dei popoli affamati la furia

che dal pianto d’ogni affamato è diversa

annotta sul mondo si sente

vicina la rossa mungitura

dopo il diluvio ardente

chi sei sarà la nostra richiesta

 

mirabilmente per tutti noi moltiplicato

sparerò a me stesso e morirò più volte

io dentro il solco con l’aratro

io tra i codici giurista

dal grido gas soffocato

io assopita nel timo

e bambino torcia umana

e colpito nei portici

e incendiario impiccato

io nera croce nella lista

 

o mietitura di rombi e di lampi

 

potrà il fiume togliersi la ruggine del sangue dei fratelli

prima che i pilastri delle città si risolleveranno

giungerà allora un turbine di uccelli

un’ala frullerà la testa sfiorando

va’ va’ oltre

 

(1939)

 

Nel paesaggio

 

il fruscio dei castagni in basso il canto marino

si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore

la strada nel bosco in faccia al sole s’indora doppiamente

di fruscio e di sera scuriscono i recessi

dondolandosi come erba rigogliosa

le ragazze snelle sui cavalli

 

 

un colle all’incrocio dei viottoli

là una cappellina fresca come corallo

nella penombra una croce là un angelo

gli ex voto abbandonati dei pescatori

una stagione dimenticata da tempo

in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri

 

il mare mormora i castagni

i cavalli con gli zoccoli intorbidano l’oro sull’acqua

di quelle che vanno una ha alzato la mano

e dà il segnale movendolo in aria come remo

perché è rimasto presso la cappella un puledro smarrito

ha guardato dentro ha toccato col morbido labbro la porta

ha nitrito puerilmente in alto non si sa che cosa

 

 

 

 

 

Tadeusz Gajcy

 

Tadeusz Gajcy

 

   Nacque a Varsavia l’8 febbraio 1922. Poeta, prosatore, drammaturgo, critico letterario. Dal 1941 studente di filologia polacca all’Università clandestina di Varsavia. Fu co-fondatore e redattore del mensile letterario “Sztuka i Naród” (Arte e Popolo), dove publicò molti suoi articoli. Raccolte poetiche: Widma (Spettri, 1943). Grom powszedni (Fulmine quotidiano, 1944). Nel 1952 uscì una raccolta di sue opere. Cominciò a scrivere già sedicenne, ma in seguito distrusse i suoi versi giovanili. Negli anni 1938-1939 comincia a trattare seriamente la sua poetica. E’ evidente in essa il desiderio di capire il mondo in senso filosofico, il destino e la vita dell’uomo. Prevale un tono riflessivo, pessimistico, a tratti ribelle, ma non mancano accenti positivi. Ciò che soprattutto distingue la poesia di Gajcy da quella di altri poeti di quel periodo è il modo diverso, unico di descrivere la brutale realtà della guerra. Le sue opere abbondano di insolite metafore, di ardite associazioni con la lingua corrente. Morì a 22 anni il 16 agosto 1944  nell’Insurrezione di Varsavia durante un bombardamento, assieme al suo amico poeta Zdzisław Stroiński. 

 

 

Due poesie di Tadeusz Gajcy tradotte da Paolo Statuti

 

La notte

 

Forse in un vano sonno, nel ricordo

giaccio alla luce, che come corallo

ruota giù veloce? Ecco l’istante

in cui le ombre dei fiori nell’onda

lesta nuotano gravi come carpe

sotto la luna d’argento. Un insetto

è un uomo, un uccello ogni animale,

quando il cielo col suo tocco ci desta

come corde o ci acquieta e si nasconde

scuro sotto la palpebra pesante.

 

Che io rammenti: sono uguale al chiarore

rosato, che trasforma lo spazio

in un albero d’improvvisi colori.

Che io comprenda: uguale a una raffica,

quando nell’aria leggera procede

come campana dalla fredda quiete.

Che io dica: sono uguale a me stesso

giacendo come un’isola nel sonno,

quando il cielo è bianco come un foglio,

e la terra continuamente irreale

 

e il tenue abbozzo dei fiori sul fondo

si rassoda in pietra, in cereo osso;

ed io nel mio inutile ricordo

al chiaro volto dell’infanzia mi accosto:

la luna sopra una massa di nubi

e il vento dei colombi sopra il bosco,

l’acqua gioiosa, il fremito d’un pesce

tra le bianche ninfee. Eppure lo so:

inutile è il ruscello del cuore,

non sarò uguale ai sogni che ha percorso.

 

Ma la notte mi aspetta ancora, simile

alle notti in cui il corallo della luce

si attenuava. E l’ombra sulle nubi

è la mia ombra come d’un gigante,

eppure la mia mano è umile

ed è disteso il fragile corpo.

Che io rammenti: in un rametto

di fumo è la patria, in una fiammata,

e dalla neve d’una nube coperto

io sono uguale a questa terra avara.

 (1944)

 

Stigma

Da quando la mia lingua come lucherino

cinguetta avaramente, e da quando

la mano carica di scrittura giace

come spiga in una zolla – una nuvola rapida

si sporge con l’orlo splendente

e il cielo duttile dando agli occhi

dice:

          ogni giorno le campane nel chiarore cantano

trema nella terra il nastro dei semi,

perché la mano dell’uomo nello spavento

è come la notte o il marmo pesante.

E tu simile ai destini delle piante

vanamente guardi, i colori peschi

perché soltanto a noi, non all’uomo

è dato l’eterno, libero inseguimento.

 

Da quando la tavola davanti a me morta

s’è innalzata minacciosa, il cielo ha coperto

e nel vetro splendente dorme l’inchiostro

come goccia di mare o l’ombra d’un labbro,

da quando la penna come sonno trascurato

ha toccato la mano con la lingua melodiosa

svolgiamo con noi stessi un dialogo oscuro:

il mortale io e l’eterna nuvola.

 

         

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

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