Tadeusz Peiper

5 Ott

Tadeusz Peiper

 

 

   Nacque il 3 maggio 1891 a Podgórze nei pressi di Cracovia e morì il 10 novembre 1969 a Varsavia. Poeta, critico letterario, teorico della poesia, saggista, drammaturgo, traduttore. Studiò filosofia e diritto all’Università Jaghellonica di Cracovia e successivamente a Parigi. Dal 1915 al 1920 soggiornò in Spagna. Nel 1921 fondò a Cracovia la rivista “Zwrotnica” (Lo scambio), che uscì negli anni 1922-1923 e 1926-1927. Tra i suoi principali collaboratori figurava soprattutto l’Avanguardia Cracoviana (Julian Przyboś, Jan Brzękowski, Jalu Kurek). Peiper inserì il suo programma poetico negli schizzi: 1925-Nowe usta (La nuova bocca), 1930-Tędy (Da questa parte). Egli paragonò lo sforzo del poeta alla fatica dell’artigiano, per questo tutto nella poesia deve essere pianificato, come nella produzione. Stabilì che i simboli della modernità sono: la metropoli, la massa, la macchina, e la loro sigla “3xM” diventò il motto dell’Avanguardia. La sua teoria rifiutava la musicalità del verso, il ritmo sillabico, ammetteva il verso libero e soltanto le metafore che possono essere interpretate in modo inequivocabile. Difendeva la lingua difficile della poesia, poiché il poeta non poteva chiamare gli stati d’animo e le emozioni in modo diretto e aperto come fa la prosa; approvava i testi senza “l’ovatta delle parole”, perché la poesia moderna doveva allontanarsi dal suo prototipo, cioè dal canto. Pubblicò tre raccolte poetiche: A (1924), Żywe linie (Linee vive, 1924), Raz (Una volta, 1929). Allo  scoppio della II guerra mondiale si trasferì a Lwów, dove collaborò con Aleksander Wat. Nel 1940 fu arrestato dalla polizia sovietica e condotto nell’URSS. Liberato nel 1943, tornò in Polonia nel 1944. Dopo la guerra si dedicò soprattutto alla critica teatrale e cinematografica. A partire dagli anni ’50 soffrì di una malattia mentale, visse in miseria e nell’isolamento. Nel 1956 smise di pubblicare. Gran parte della sua produzione restò inedita.

 

Testo tratto da Wikipedia, l’enciclopedia libera, e da me tradotto in italiano.

 

Poesie di Tadeusz Peiper nella mia traduzione

 

Appello

 

Costruiamo una nuova casa, sì? una nuova spiga della città.

Le calve bandiere che vi chiamano dalla greppia – attenti,

non date retta a quelle gonfie federe della falsità.

Costruiamo la casa, sì? sotto una nube di domande ghermenti;

sotto giugno dai lauti giorni; sotto il sole cicatrizzato

dalla mano recante nell’ora dei parti dal buio dell’orto

la frutta, che rimargina i feriti dalla soverchia certezza;

sotto una nuova sveglia dell’anima; sotto il ventaglio d’un accordo

in la maggiore; sulla terra; sì; sulle sue poppe stese a palma;

sul calore dei suoi grassi, sul suo magnanimo grano;

una casa di carta velina; di tessuti lucenti di gocce

di panna; di assi; di risposte montuose; sì? la costruiamo?

 

*  *  *

Nuda, nella nube di lenzuoli, iscritta nel silenzio,

nella culla della notte, della notte a forma di bocca,

negli echi delle mie parole, opere di magia nera,

nuda, negli echi, quando tu risplenderai –

catino dorato, e in esso una polvere di perle,

tu, foglio di carta, che riempirò di suoni

e forse lo getterò prima, fascina, nel camino,

nuda, incollata nel silenzio, taci ed emani vapore.

Più delle tue parole apprezzo il bisbiglio del tuo corpo,

l’odore del tuo corpo, l’odore di rose e di mattatoio.

 

Football

 

L’uccello, il quale – l’uccello il quale sarebbe fanale fluttuante

e tenderebbe l’arco ampiamente tracciato dal fianco

della donna più bella o da una dispensa volante

di dolciumi raccolti nel miele più profumato;

l’uccello, il quale sarebbe luce volante su una linea civettuola,

saporita luce volante su una linea zuccherina;

il quale al culmine saprebbe essere una frase di nocciola,

un rosso comando di gioia nell’arena turchina,

e, scendendo, sferzerebbe il cielo come trattino di furia

e scorrerebbe sulle pelli fumanti come pioggia torrenziale,

così volava nell’aria il pallone calciato con bravura,

nutrendo i nostri occhi col suo panino di seta, l’uccello, il quale –

 

Fra i trucioli del giorno

 

La notte intera giravo per la città.

Dal soffitto azzurro ho tolto la luna

e l’ho portata sulla terra come lampione.

Il bastone della sua luce

mi smuoveva i trucioli del giorno

sparsi sulla strada e coperti dal buio.

 

La notte intera giravo per la città.

Leggevo i lastrici stampati con le impronte dei piedi,

posavo le dita sui petti delle strade,

gli echi dei vicoli inseguivo fino ai loro nidi,

e le piazze cittadine mettevo sul palmo

e le accostavo all’orecchio.

 

La mattina

tornavo a casa

pallido.

 

Giardino pubblico

 

Giardino. Domenica. Mezzogiorno.

Messa del cielo. Sole.

Sulle labbra della terra batte i piedi la parola “incanto”.

L’erba si gonfia del vino che le versa il sole.

L’albero sulla sua ombra come bacio si china.

Il vento insegue una farfalla ubriaca

e se l’appunta sui capelli.

Una rosa urla a squarciagola.

Due stagni si abbracciano.

Due panchine.

Una lettera sgualcita immersa in una zolla dimenticata.

L’odore di corpi che sudano = odore d’incenso. Gente.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

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