Aleksander Wat

14 Lug

Aleksander Wat

 

   Aleksander Wat, originariamente Chwat, nacque il 1 maggio 1900 a Varsavia. Discendeva da una antica e famosa famiglia ebrea che annoverava tra i suoi membri anche il famoso kabalista del XVI secolo Isaac Luria. Studiò filosofia, psicologia e logica presso l’Università di Varsavia, dove entrò in contatto con l’avanguardia letteraria. Co-fondatore del futurismo polacco. Negli anni venti fu redattore di importanti riviste letterarie, come ad es. “Nowa Sztuka” e “Miesięcznik Literacki”, attraverso le quali contribuì a far conoscere Majakovskij e il futurismo russo. Prima della guerra fu un convinto comunista.

   Nel 1939 allo scoppio della seconda guerra mondiale si rifugiò a Leopoli, allora occupata dai russi, dove prese parte alla vita culturale locale. Ma, accusato prima di sionismo e poi di trotskismo, nel 1940 fu arrestato e rinchiuso in diverse prigioni sovietiche (egli stesso ne contò 14). Durante la prigionia, unico ebreo fra tanti prigionieri polacchi cattolici, si convertì al cattolicesimo più per un bisogno di comunione spirituale con gli altri prigionieri, che per un abbandono della sua identità ebreo-polacca. Nel 1942 fu costretto all’esilio nel Kazakhistan, dove poté riabbracciare la moglie Paulina e il figlio Andrzej, e dove rimase fino al 1946, anno in cui tornò in Polonia, malgrado avesse ormai preso le distanze dal comunismo stalinista. Fu ignorato dalle case editrici e soltanto dopo il disgelo (1956), poté tornare alla vita pubblica, ricevendo anche un premio dalla rivista”Nowa Kultura” per la sua opera poetica (1957).

   Nel 1959 espatriò con la famiglia in occidente e dal 1961 si stabilì a Parigi. Afflitto già da anni da una incurabile malattia che gli procurava dei fortissimi mal di testa, il 29 luglio 1967 si suicidò ingerendo una forte dose di analgesici. E’ sepolto nel cimitero Les Champeaux a Montmorency.

   Le sue prime opere sono ispirate al futurismo e al surrealismo. Tra esse ricordiamo la raccolta di poesie pubblicata nel 1920 “Ja z jednej strony i Ja z drugiej strony mopsożelaznego piecyka” (Io da un lato e Io dall’altro della mia stufa di ferro) e la raccolta di racconti “Bezrobotny Lucyfer” (Lucifero disoccupato), che gli diede fama e che tratta in modo originale la profonda crisi spirituale della civiltà occidentale postbellica, che andava incontro alla nuova catastrofe della seconda guerra mondiale. Le sue poesie della maturità invece, uscite postume nel 1968 col titolo “Ciemne świecidło” (Lume oscuro) sono profondamente umane e di notevole portata filosofica, e mostrano bene quel dissidio esistenziale di Wat tra ebraismo, ateismo e cattolicesimo, che ha giocato un ruolo essenziale nella creazione dello scrittore. Aleksander Wat fu anche traduttore delle letterature anglosassone, francese, tedesco, russa e sovietica.

   Nel 1964 Wat fu invitato all’Università di Berkeley in California, dove Czesław Miłosz registrò più di 40 colloqui con lui. Queste conversazioni autobiografiche furono pubblicate a Londra nel 1977 dallo stesso Miłosz col titolo “Mój wiek” (Il mio secolo).

   In Italia l’opera di Aleksander Wat è stata fatta conoscere da Luigi Marinelli, professore ordinario di Lingua e letteratura polacca presso l’Università La Sapienza di Roma.

 

Nel compilare questo mio breve profilo di Aleksander Wat mi sono avvalso tra l’altro di Wikipedia, l’enciclopedia libera.

 

 

 

Poesie di Aleksander Wat tradotte da Paolo Statuti

 

Salci ad Alma-Ata

 

I salci sono salci ovunque…

 

Sei bello nella brina e nel bagliore, salcio di Alma-Ata,

Ma se mai ti dimenticherò, o secco salcio di via Rozbrat,

Si dissecchi la mia mano.

 

Le montagne sono montagne ovunque…

 

Davanti a me il Tien Shan naviga nei violetti –

Spuma di luce, roccia di colori, si sbianca e svanisce –

Ma se mai ti dimenticherò, lontana vetta dei Tatra,

Torrente Biały, ove con mio figlio sognavo navigazioni colorate,

Salutati dal quieto sorriso della nostra buona patrona,

Che mi tramuti in pietra del Tien Shan.

 

Se vi dimenticherò…

Se ti dimenticherò,         

Mia città natale…

 

O notte di Varsavia, o pioggia, o temporale, dove si udiva

“sull’uscio il vecchio tende la mano

Il cane gli lacera il pastrano”…

 

Dormi tesorino…

Spargo le mani gemendo, come polacco salcio piangente.

 

Se vi dimenticherò,

Lampade a gas di via Żórawia – stazioni del mio tormento d’amore,

Lucenti cuori immersi nel buio riserbo delle foglie,

E brusìo e sussurro e pioggia, strepito di carrozza nel viale

E oropiumata alba dei colombi…

 

Se ti dimenticherò, pugnante Varsavia,

Schiumosa di sangue Varsavia, bella d’orgoglio per le tue tombe…

 

Se Ti dimenticherò…

Se Vi dimenticherò…

 

Alma-Ata, gennaio 1942

 

 

Paesaggio lunare

 

Dai secondi incalzanti l’adieu gettato

scacciavo soffiando sul pollice

ed ecco il portiere accostando una tromba d’oro alla bocca mi urlò:

dove!

oh prima ah prima era diverso ed ero così felice

nessuno esigeva da me che fossi un chilowatt

i tram tinnivano dolci come allodole

e i palloni rombavano sulla testa come angeli

le famiglie si enfiavano nella gioia e le mosche nel canto

i cavalli avevano il pennacchio della patrona e i sonagli

gli aquiloni volavano nel cielo della domenica e dell’ossigeno –

parola che sempre mi stupiva dietro il vetro della farmacia

                                                                                        all’angolo

non ricordo in quale strada pendeva l’insegna del turco baffuto

il piffero del guardiano fiorendo di fiori e di uccelli

cullava i fianchi delle carrozze assonnate

nessuno mutava il vino del mio sangue nell’acqua della poesia

nessuno mi chiamava col duro nome di aleksander

ed ora non so perché non riesco a spiegarmi

perché tutto ah tutto è cambiato in peggio

e perché ah perché

la mia testa annega nella bava di una bionda cavalla

che non è una cavalla ma è la luna la solita luna

e perché la bocca vuole baciare la bocca d’ogni passante

mendico d’amore eternamente chiedere la carità! –

E quando la sacca del cuore mi si gonfia di baci

li estraggo e li accendo

perché brillino come candeline

sulla triste cieca pietra della strada.

 

 

Visione

 

Il cielo – azzurro immacolato,

il mare – turchese insonnolito,

non vedo il sole, ma tutto qui è sotto il suo sguardo ardente.

Tutto – cioè: il vuoto, le particelle d’aria, e il brulichio delle

                                                                             molecole d’acqua.

Oltre a questo niente.

 

Ed ecco qualunque cosa sia sotto lo zenit,

nel concavo cielo si delinea adagio

– come disegno da sotto la mano –

un mandala: già distinguo

l’enorme madreperla, finemente intagliata.

Su di essa è servita una salma. Uno scheletro. Da un Totentanz.

Lungo. Le ginocchia piegate. Sorridente. Vivo.

 

 

*  *  *

 

Di nuovo questa notte, a mezzanotte passata

è venuto da me P.B..

Questa volta sotto forma di lombrico,

4 metri e 20, così ho misurato

a prima vista. E la mia stanza

ha meno di 3 metri.

Perciò si è contratto

come molla sotto il dito.

Poi si è avvolto a me, senza fretta,

con mosse cadenzate. Sempre più ermeticamente.

Attraverso la sua mordida pelosità sentivo le vertebre

dure come caucciù. Non gridavo, benché dolesse.

Lo so: ciò che fa, lo fa per amore mio.

 

 

Colloquio sul fiume

 

–  „Guarda

la luce si disperde

come profumo dalle anfore.”

 

–  Non occorre la poesia

rinuncia alle metafore.”

 

–  La notte ci ha sorpresi

comprime nelle zampe.

 

Il giorno si è disperso

come profumo

come profumo.”

 

La voce è cessata. Una stella s’è spenta.

Afa soffocante.

–  “Sii fiducioso! Aguzza gli occhi!”

 

Oscurità

Oscurità

 

1952

 

Sogni dal Mar Mediterraneo

                                             Alle mie sorelle, Seda e Cesia

                             4

Dietro la vetrina del Greco il mare – spugne, gamberi –

fino all’inverosimile. In mostra le pastarelle

con le pance a punta, bionde, verdi oliva, coralline.

Dietro la vetrina passano tre mie sorelle, una dietro l’altra.

Dove vanno? – medito. Dietro la vetrina dunque il mare.

Abbiamo fatto un salto dal Greco. Ma il mare, molesto mare,

                                                                          [ fino all’inverosimile,

tutti gli strati è impossibile contare. Per giunta sono così

increspati. Le paste, certo: 1, Ѵ- 7, alef  ̊,: 0.

Sto falsando, lo so. Però il Greco dà il resto giusto: tre copechi

di rame, il suo gusto sento nelle dita: qui manca solo questo,

per riportarmi pei capelli ai primi sogni dell’infanzia!

Dunque sogno. Sogno, ergo dormo. Tanto meglio. Sogno in Eastman-

Color. Come chiamarlo, Askanas? Un altro sistema – ma perché?

                                                                                            [non ricordo.

Chiacchiero, e tre mie sorelle continuano a ferirsi alle gambe.

                                                                                              [La quarta,

delicata e minorenne, aspetta in basso, presso la porta. Che Ola

mi porti via dal mare. Andiamocene. Con la slitta. Nel parco,

                                                                                        [l’Ujazdowski,

mi fermerò sul ponticello di canne,

guarderò i cigni, scoppierò a piangere. I capelli volati via

dal cranio (dove si è inserito un gambero centenario, mio piccolo

                                                                                                  [coetaneo,

striato di zaffiro e di minio), – come medusa

argentata emergeranno, soli, senza di me.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “Aleksander Wat”

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  1. ALEXANDER WAT – IL MIO SECOLO. MEMORIE E DISCORSI CON CZESLAW MILOSZ | NonSoloProust - gennaio 16, 2017

    […] === Biografia ed alcuni testi poetici di Aleksander Wat sul blog di Paolo Statuti >> […]

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