Stanislaw Baranczak, Ryszard Krynicki, Adam Zagajewski

7 Lug

poeti della nouvelle vague polacca („Nowa Fala”)  tradotti da Paolo Statuti

 

Stanisław Barańczak (1946)

 

Perché restate lì

Stanislaw Baranczak

Donne mature,

vecchiette, pensionati:

perché vi siete eretti

a muro di quel palazzo,

nel cui anello di mattoni

è montato il brillante

della vetrina: “LA CARNE”?

Perché quel muro,

quel coro di tragedia,

per quale senso comune,

generale e necessario,

legato alla fila

di lontana memoria?

Perché insistete

un giorno dopo l’altro,

a chi date l’esempio

con quei vostri occhi spenti?

Quale legge difendete

col vostro muro

di volti ottusi?

Per quale nebbia,

per quale stolta pena,

dalle quattro di mattina,

come condannati al muro,

pensate che dalla nebbia

arrivi in tempo la grazia?

 

Perché restate,

non so cosa c’è dietro

a tutta questa storia,

o donne stremate e scialbe,

o miei pensionati ingobbiti,

là contro il muro

spinti da una speranza

invisibile,

là contro un senso oscuro –

oscuro, eppure anche mio,

e anch’io sto lì per esso,

a costo di lacerarmi,

spezzarmi, fuggire via,

 

sì, anch’io, nel coro

silenzioso e stanco.

 

 

Guardiamo la verità negli occhi

 

guardiamo la verità negli occhi: negli assenti

occhi di qualcuno urtato per caso

che passa col bavero alzato; nei rappresi

occhi rivolti all’orario delle partenze

dei treni a lungo raggio; nei miopi

occhi accostati alle righe dei giornali;

negli occhi lavati in fretta la mattina

da un sogno indocile, in fretta liberati

di giorno da lacrime indocili, in fretta

coperti con monete, perché anche la morte

è indocile, troppo incalza nei vicoli ciechi

delle orbite; quindi tutto cediamo

di noi a questi sguardi, restiamo all’altezza

degli occhi, come una scritta sul muro, osiamo guardare

la verità negli occhi grigi, così insistenti,

che sono dovunque, inchiodati alla strada sotto i piedi,

incollati a un manifesto e fissi alle nubi;

e benché sotto di noi mai si pieghino

le gambe, questo solo riuscirà a metterci

in ginocchio.

 

1970

 

 

Se proprio devi urlare, fallo sottovoce

 

Se proprio devi urlare, fallo sottovoce (le pareti

hanno

le orecchie), se proprio devi fare all’amore,

spegni la luce (il vicino

ha

il binocolo), se proprio devi

alloggiare, non sbarrare la porta (il potere

ha un mandato),

se proprio

devi soffrire, fallo a casa tua (la vita

ha

i suoi diritti), se

proprio devi vivere, limitati in tutto (tutto

ha

i suoi limiti)

 

N.N. comincia a porsi domande

 

Parlare una lingua, in cui la parola “sicurezza”

desta il brivido dell’orrore, e la parola “verità” è

il titolo d’un giornale, le parole “libertà” e

“democrazia” sono soggette per motivi di servizio

a un generale di polizia;

com’è accaduto, che abbiamo cominciato

a scherzare con questo. Con questi giochi di parole. Calembour,

papere, capovolgimenti di significato,

con questa poesia linguistica.

Vivere in tempi pieni d’incessante ammiccamento,

d’occhiatine eloquenti, di moniti col dito

alzato (non posso farci niente,

lei capisce), di pacche sul ginocchio

sotto il tavolo presidenziale (in privato la compatisco,

compagno), di cordiali abbracci

dei delatori di ieri;

che cosa insomma ci succede, che continuiamo

a scherzare con questo. Con questi gesti di rito, segni

d’intesa. Svaghi movimentati all’aria più aperta,

con questa ginnastica artistica.

Vivere su un territorio “detto giustamente il nostro campo”,

dove un piatto di carne alla luce di recentissime

ricerche risulterebbe nocivo,

dove ogni aumento dei prezzi significa

benessere che aumenta, dove di tutto hanno colpa gli Ebrei,

che non ci sono (il grosso l’ha sistemato il gas, il resto un

                                                                    quarto di secolo dopo

i giornali), dove come ad Atene fioriscono le accademie

poliziesche e dove la scheda nell’urna getta,

senza nemmeno guardarla, quasi il 100% del popolo,

inclusi gli infermi negli ospedali, i detenuti

e qualche defunto;

che cosa insomma ci costringe a scherzare

continuamente con questo? Con questi logici enigmi?

                                                                     Con tutti questi

brillanti paradossi? Con questi cruciverba intellettuali?

Eh?

 

13.11.79: Elegia seconda, genetliaca

 

                       Dal compleanno mi tengo

                       lontano e sulle dita

              conto i miei trentatré anni, compiuti

                       alla svelta e a tirar via

   come un lavoro urgente che non mi è mai piaciuto

                        perché mi metto la mano

                        sul cuore e riconosco: non

               mi aspettavo affatto proprio questa vita,

                        proprio questa e nessun’altra,

   quando a suo tempo venni al mondo. A dirla schietta,

                          se si tratta della vita,

                          non ho un’opinione

                foggiata dall’uso corrente, né un cassetto

                          che scorra liscio su e giù,

   con il quale poter chiudere ermeticamente

                           la bocca ai dubbi; alle mie

                           opinioni – secondo me –

                 manca la destrezza, manca l’urbanità,

                           che agevolano la vita

   nei suoi momenti seri, ad esempio nel momento

                            della morte. La parola

                            estrema è di chi n’è certo,

                 di chi risoluto afferma: “il più importante

                            è sopravvivere”, oppure

   “la vita ha i suoi diritti”, oppure (meglio ancora)

                            “la vita è la vita”; nelle

                            mie opinioni non c’è traccia

                  alcuna della certezza, che realmente

                             la vita (propria) è importante

   e che ha  i   s  u  o  i   diritti, e che inoltre è 

                             la vita e non qualcos’altro;

                             non sono certo della mia

                   vita, non sono certo di me stesso, non so

                             neppure se sento la fossa 

   certa sotto i piedi, già, incerto è perfino

                             il paternoster (mai sono

                             riuscito a impararlo bene

                     né a dirlo difilato come un robot,

                              senza sosta mi ha schiacciato

   questo globo di ghisa , è così arduo sollevarlo

                                fino ai certi bordi del cielo,

                                vola e porta coccinella

                      di pane certo una mollichella, no, tuttora

                                 non so come dire questo

   con voce certa e piena, dove troverei una tale

                                  voce, se la gola ancora

                                  duole dopo il primo grido,

                        quello di trentatré anni fa) ; no, non sto

                                   sopra un terreno certo, sto

   sulla mobile sabbia, che misura il mio, il nostro tempo

Ryszard Krynicki

 

Ryszard  Krynicki  (1943)

 

 

La nostra vita cresce

 

La nostra vita cresce come lo sgomento e la paura,

la nostra vita cresce come la fila per il pane;

 

la nostra vita cresce come erba, come polvere e muschio

come ragnatela, come brina e coltura di muffa,

la nostra vita cresce implacabile come la tosse e la risata;

a prescindere da guerre, tregue dei negoziati,

distensione, variazioni di clima, ONU,

sfruttamento segreto e palese tirannia,

spocchia di nere limousine e di gelidi giudici,

servitori dell’infamia, sudditi della nullità,

oggetti smarriti e sogni plastici,

giornali velenosi e trapianti di cuore,

trattati segreti e palese menzogna,

dileggio delle nostre reliquie,

inquinamento dell’atmosfera e terremoto;

 

la nostra vita cresce irresistibile, nelle macerie

e attraverso il sonno più profondo,

al di sopra di noi, intorno a noi e attraverso di noi, che siamo

i suoi prodighi figli,

la nostra vita cresce come il celato aumento dei prezzi, la

science fiction,

come la pressione sanguigna, gli imperi della finzione,

la paura di far tardi al lavoro o di guardare negli occhi;

 

la nostra vita cresce come il feto e come la fame,

la nostra vita cresce come la flora e la fauna

ma la nostra vita non cresce come l’odio, la brama di ritorsione

o la sete di vendetta

e anche quando non sa cosa vuole,

la nostra vita vuole vivere

 

da uomo

 

1978

 

 

 

Dicendo

 

Dicendo: – Come posso lottare

per i diritti umani

se ho moglie e figlio

tu stesso li condanni a una pena,

la cui misura non conoscono

 

neppure i carnefici.

 

1981

 

Cosa vai sognando

 

Poveretta, cosa vai sognando,

quale forza?

Sono forse la sua prova le prigioni:

nella più grande di esse non sfuggirai

al più piccolo pericolo.

Possono forse dartela la polizia e le forze armate:

contro chi le manderai,

 

se non contro te stessa?

 

1978

 

Anche

 

Le nuvole liberamente varcano i confini

e violano lo spazio aereo del paese limitrofo,

le onde marine scorrono

in acque territoriali altrui,

la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

si piega alle costituzioni,

le costituzioni sono meno pratiche

dei codici penali:

 

da quando negli stati polizieschi

si è decretata la tutela dell’ambiente naturale,

anche il destino della natura

sembra essere pregiudicato

 

1978

 

 

La lingua, questa escrescenza carnosa

 

Al Signor Zbigniew Herbert                                                   

                                                            e al Signor Cogito

 

la lingua, questa escrescenza carnosa che cresce nella ferita,

nell’aperta ferita della bocca, che si ciba di falsa verità,

la lingua, questo cuore scoperto, nuda lama

indifesa, questo bavaglio che soffoca

la nascita delle parole, questa bestia addomesticata

coi denti umani, questo elemento disumano che cresce in noi

e ci sovrasta, questa bandiera rossa che sputiamo

col sangue, questo bìfido che accerchia, questa

vera menzogna che abbaglia,

 

questo fanciullo, che imparando il vero, veracemente mentisce

 

1975

 

Libri, quadri

 

Libri, quadri, una collana di ambra,

l’alloggio, se vivremo abbastanza,

lo sguardo del cielo e una goccia di rugiada,

una conchiglia tigrata, il passaporto, la memoria,

una patria umana senza esercito e frontiere,

gli anelli nuziali, le fotografie, i manoscritti,

cinque litri di sangue (in tutto: dieci), la fame,

le aurore serali e il dono del mattino,

 

tutto possiamo perdere,

tutto è possibile toglierci

 

tranne le indipendenti,

anonime parole,

anche se ci hanno solo attraversato,

tranne la santa parola, che benché

annotata nel ghiaccio delle lingue morte

 

riuscirà un giorno a risuscitare.

 

1978

 

 

Non serve

 

Non serve cercare,

da soli si ritrovano, gli schiavi,

inclini a esercitare quel potere

che su di noi

 

può avere soltanto l’amore

e una malattia mortale.

 

1978

 

Quasi come

 

No, non come in un sogno: quasi come

sulla strada di una città sconosciuta,

dove non ti troverai mai più,

rammenti parole e indirizzi,

ne sono rimasti così pochi:

muto telefono, muta neve,

tracce di piè di porco sulla porta –

cosa si riuscirà a salvare?

Due frasi, il numero di casa,

non sprecarli, conservali

per i momenti difficili.

Va’, non guardarti intorno.

 

Guarda attentamente avanti.

 

1985

 

 

Rue de Poitiers

 

Tardo pomeriggio, nevicchia.

Non lontano dal Musée d’Orsay in sciopero

si vede un grigio fagotto sul marciapiede:

un barbone raggomitolato (o un migrante

da un paese dove infuria la guerra civile)

disteso sulla grata, imbacuccato nella coperta,

sacco a pelo di fortuna e diritto alla vita.

Ieri aveva ancora il transistor acceso.

Oggi le monete che infreddiscono formano sul giornale

costellazioni di pianeti e lune inesistenti.

 

(Novembre 1995)

 

 

Tornando da Assisi

 

Giotto storpiato. Un chiassoso: Silenzio!

Da un veicolo per il trasporto di animali

sorpassato sulla strada

mi accompagna lo sguardo

smarrito di un vitello

condotto al mattatoio.

 

Aiutalo, san Francesco.

Appari davanti alla porta del macello.

E se ora sei occupato,

manda

fra Silvestro

 

o il lupo di Gubbio.

 

(1 agosto 2003)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adam Zagajewski  (1945)

 

Il fuoco

 

Sono forse un comunissimo borghese

che difende i diritti d’ognuno, la parola libertà

intendo senza straordinarie restrizioni

di classe, ingenuo politicamente, di media

istruzione (brevi attimi di chiarezza

sono il principale alimento), ricordo

l’ardente appello di quel fuoco, che secca

le avide labbra della folla e poi brucia

i libri, carbonizza la pelle delle città, cantavo

anche quelle canzoni, so come è stupendo

correre assieme agli altri, più tardi resterò solo,

in bocca ho il sapore della cenere e sento

della menzogna l’ironica voce, urla il coro

e io mi tocco la testa là sotto le dita

il cranio ricurvo – della mia patria il duro lembo.

 

I filosofi

 

Finitela d’ingannarci o filosofi

il lavoro non è la gioia l’uomo non è il fine ultimo

il lavoro è sudore mortale Dio quando torno a casa

vorrei dormire ma il sonno non è che la cinghia di trasmissione

che mi porge al giorno che segue e il sole è una falsa

moneta al mattino squarcia le mie palpebre saldate come prima

della nascita le mie mani sono due sfruttati e neanche

le lacrime mi appartengono prendono parte alla vita pubblica

come oratori con le labbra screpolate e il cuore che

si è risaldato al cervello

il lavoro non è gioia ma dolore incurabile

come malattia della coscienza aperta come nuove borgate

per le quali con alti stivali di pelle

passa il cittadino vento

 

*  *  *

 

ma non vedi

ma non ti accorgi

quale rabbia regna nelle nostre case

nelle nostre strette case zeppe di mobili

e di figurine di ceramica

le figlie troppo a lungo vivono con le madri

i figli troppo a lungo restano in casa

non hai notato che così non possono levarsi i canti

i canti esigono la libertà il passo lieve

del vento e occorre che qualcuno scherzi quando gli altri cantano

non hai notato come stona l’Internazionale nei saloni

forniti di soffici ovattate poltrone

com’è sordo il suo suono

e come echeggiava una volta nelle piazze

e nelle gole dei grandi cortei

quando sbriciolava i muri dei palazzi borghesi

ma le città si risveglieranno

di nuovo echeggeranno i canti

 

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

 

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

Lascia che immobile duri l’istante fulgente

anche se finirà il foglio e la fiamma lampeggiante

Ancora non riusciamo a coglierci

lento come il dente del giudizio cresce il sapere

Ancora troppo in alto sulle bianche porte

è segnata la statura dell’uomo

Da lontano giunge l’allegra voce d’una tromba

e rannicchiata come gatto che dorme una canzone

Ciò che passa non si tramuta in vuoto

Di continuo nuovo carbone nel fuoco getta il fochista

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

In un asciutto resistente tessuto

la verità devi fissare

 

 

 

Silenzio

 

Anche in una grande città cala

a volte il silenzio e lungo il marciapiede

si sentono, spinte dal vento,

avanzare le foglie dell’anno scorso,

nel loro interminabile cammino

verso la distruzione.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

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Una Risposta to “Stanislaw Baranczak, Ryszard Krynicki, Adam Zagajewski”

  1. Jeana maggio 17, 2017 a 3:51 am #

    I was blown away by Lustig when I first saw his preenstation last year. I forwarded it to anyone that I cared about. Makes so much sense. Thanks for the other links and content.

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