5 favole di Paolo Statuti

25 Feb

                                      La rosa

 

     Quando Dio creò la rosa, per un po’ rimase a guardarla incantato e poi disse:

     – Per il tuo profumo e per la tua bellezza sarai la regina dei fiori.

     La rosa era senza spine e probabilmente sarebbe rimasta così, se non fosse stato per la rabbia di una cattiva fattucchiera… Dopo aver pronunciato quelle parole, Dio piantò subito molti esemplari del nuovo fiore su tutta la terra, ed uno di essi sbocciò nel giardino di una vecchia decrepita, che si mormorava fosse amica del diavolo, se non addirittura una sua parente stretta. Tutta la vita si era rammaricata di essere venuta al mondo brutta come il peccato e per questo odiava le cose belle. E così, quando scorse il meraviglioso fiore nel suo giardino, per poco non le venne un colpo e fu presa da un attacco isterico. Il primo impulso fu quello di distruggerlo, ma poi pensò che sarebbe capitata una buona occasione per sbarazzarsene, e per il momento lo lasciò lì.

     Come se la vecchia avesse previsto il futuro, qualche giorno dopo un giovane cavaliere di passaggio bussò alla porta della sua casa, chiedendole un po’ d’acqua per sé e per il cavallo. Si chiamava Marco ed era il figlio di un ricco mercante di stoffe. Naturalmente non conosceva la fattucchiera e non ne aveva mai sentito parlare. Stava recandosi dalla sua fidanzata Valeria – la bella figlia di un celebre sarto che vestiva re e regine. Si erano conosciuti circa un anno prima, quando il giovane aveva venduto, per conto di suo padre, una partita di tessuti al sarto, e qualche tempo dopo il loro primo incontro avevano festeggiato il fidanzamento. Ormai tutto era pronto per le nozze.

     La megera sorrise a Marco in modo subdolo e gli porse un secchio per attingere l’acqua dal pozzo domandandogli:

     – Dove sei diretto, bel cavaliere?

     – Vado dalla mia ragazza. Oggi è il suo compleanno e purtroppo non so ancora quale regalo farle. Non è facile trovare qualcosa, perché deve essere un dono adeguato alla sua bellezza, che supera qualsiasi immaginazione – rispose il giovane.

     – Capiti al momento giusto, ho proprio ciò che fa al caso tuo. Guarda laggiù, a destra della quercia, se vuoi potrai portarle quel fiore.  

     Marco si avvicinò alla rosa e, ammutolito dallo stupore, perché era la prima volta che la vedeva, riuscì soltanto a mormorare:

     – Che meraviglia!…

     – Ti piace, eh? Non potevi trovare nulla di meglio e di più adatto, perché esso è il simbolo dell’amore. Bene, bene, mentre tu attingi l’acqua io ti coglierò il fiore.

     E così fece, ma prima di consegnarlo al ragazzo iniettò di nascosto una misteriosa sostanza tossica nel cuore della rosa.

     – Ecco qua, prendi pure, te lo regalo, ma raccomanda alla tua ragazza di tenerlo sempre nella sua camera, perché ora comincia a rinfrescare e questo fiore ama starsene al calduccio.

     Marco ringraziò con l’animo pieno di gratitudine e spronò il cavallo verso la casa della ragazza, ancora molto lontana. La vecchia, dal canto suo, fece appena in tempo a consegnare la rosa al giovane, che si mise a letto e ben presto morì. Fu accompagnata all’inferno da un suo amico diavolo e fu accolta con tutti gli onori, vale a dire a suon di sghignazzate e urla raccapriccianti.

     Quando vide il dono del suo ragazzo, Valeria si sentì venire le lacrime agli occhi dalla commozione. Accarezzò la rosa e promise di conservarla con cura e di baciarla tutte le sere prima di addormentarsi. Povera Valeria! Fin dal giorno dopo il fiore cominciò a produrre il suo effetto malefico, e la giovane si sentì improvvisamente debole e svogliata, quindi fu assalita da forti mal di testa e dai brividi della febbre. Deperiva a vista d’occhio e alla felicità dell’amore si sostituì il  tormento della malattia, una malattia strana e sconosciuta, che nessun dottore riusciva a curare. L’intera casa era in subbuglio, i genitori di Valeria si disperavano e Marco era sul punto d’impazzire.

     Una mattina il giovane, non potendo più vedere la sua amata così pallida e sofferente, era uscito di casa e si era avviato verso il vicino boschetto in cerca di solitudine. Sfinito e addolorato, si sedette sotto un frassino, oppresso da cupi pensieri. All’improvviso da dietro un tronco a qualche metro da lui sbucò un nanetto, si avvicinò a Marco e gli disse:

     – Ho sentito i tuoi lamenti e conosco la causa del tuo dolore, ma posso aiutarti. Devi sapere che per diversi anni sono stato al servizio della vecchia che ti ha regalato il fiore. Era una strega, dico «era» perché ormai è morta ed è finita all’inferno come si meritava. Stando con lei ho imparato anch’io un po’ di magia. Un bel giorno però mi ha cacciato via, per il semplice motivo che ero stanco delle sue malefatte e mi ero rifiutato di obbedirle. La malattia della tua fidanzata deriva dalla sostanza venefica che la strega ha iniettato nel cuore del fiore, ma a nulla servirebbe distruggerlo, anzi così facendo perderesti ogni possibilità di vincere la stregoneria. C’è un solo sistema per riuscire. Se vuoi che la tua ragazza guarisca e sia tua sposa, dovrai patire molto, superando alcune prove assai difficili e dolorose. Bada, però, non dovrai mai pronunciare la parola «basta», altrimenti tutte le tue fatiche saranno inutili e la tua fidanzata morirà.

     – Sono pronto a sopportare qualunque sofferenza, pur di guarirla! – esclamò il giovane con foga.

     – Va bene, allora preparati – replicò il nanetto, e aggiunse ancora: – Non dovrai preoccuparti per il fiore, perché esso appassirà e si seccherà da solo, man mano che la tua ragazza riacquisterà la salute.

     Povero Marco, quante ne dovette passare per amore di Valeria! Patì le pene dell’inferno, conobbe la fame e la sete, fu azzannato da un feroce cane randagio, fu bastonato da tre briganti incontrati in una stradina deserta, restò assiderato e rischiò di annegare nell’acqua gelida di un torrente… Gemeva, gridava, ma stringeva i denti e non pronunciò mai la parola «basta», benché avesse tanta voglia di farlo. La speranza di uscire vittorioso da quelle terribili prove gli dava la forza di resistere e lo confortava.

     A sua insaputa, infatti, la ragazza stava lentamente rifiorendo, mentre la rosa appassiva sempre di più, i suoi petali si erano fatti grinzosi ed erano prossimi a seccarsi. A vederla ridotta in quello stato, Valeria si sentiva stringere il cuore e inoltre era disperata, perché già da due settimane non aveva notizie del suo promesso sposo. Passava ore intere seduta davanti alla finestra, fissando con ansia il vialetto che conduceva alla porta di casa, e intanto pregava, si raccomandava a tutti i santi di farlo tornare sano e salvo.

     Dopo aver tanto sofferto, finalmente un giorno Marco incontrò di nuovo il nano, che sorridendo gli disse:

     – Finora hai dimostrato un grande coraggio, sei stato bravo, complimenti! Pochi altri avrebbero avuto la tua tenacia, ma ora preparati a superare la prova decisiva – l’ultima e la più dura: questa notte sarai travolto dalla tempesta, sarai colpito da un fulmine, la grandine ti sferzerà il viso, i tuoni ti assorderanno, i lampi ti accecheranno, ma se resisterai, domani mattina potrai riabbracciare la tua fidanzata completamente guarita e tra qualche giorno potrete sposarvi.

     Quella notte il buon Dio e i santi, che avevano ascoltato le preghiere di Valeria ed erano rimasti commossi dall’eroismo e dal grande amore di Marco, diedero una mano al giovane, fornendogli l’audacia d’un leone e la resistenza di un toro. La mattina dopo, ormai allo stremo delle forze ma felice, il ragazzo potè rivedere la sua adorata Valeria. Era raggiante di gioia e sana come un pesce. Della rosa non era rimasto che un mucchietto di polvere e il gambo… sul quale erano spuntate delle grosse spine. Era stata la strega, trasformata in diavolessa, a farle crescere in un impeto di rabbia e di vendetta.

     Alle nozze fu invitato anche il nanetto. Al termine della solenne cerimonia, prima di lasciare la chiesa, egli si avvicinò a Valeria reggendo in mano una bellissima rosa. Era identica a quella che aveva causato tanti patimenti ai due giovani, solo che il gambo era pieno di spine. I suoi petali vellutati e lucenti vibravano al suono dell’organo e diffondevano un profumo inebriante. La porse alla sposa sussurrandole:

     – Ecco il mio modesto regalo di nozze. E’ una semplice rosa senza alcun potere magico, ma ha un grande significato!

     Da allora questo fiore nasce sempre così e ricorda agli uomini che:

 

Non c’è rosa senza spine,

né bellezza senza fine,

non c’è il bene senza il male

e sia questa la morale.

 

 

                                       L’orologio della torre

 

     Michelino era un ragazzetto vivace e intelligente. Non era cattivo, ma aveva due brutti difetti: amava troppo i soldi e non voleva studiare. I genitori, che avevano altri tre figli ed erano poveri, mandarono allora Michelino da un orologiaio loro parente, per imparare il mestiere. L’orologiaio era stato molto bravo da giovane, ma adesso che era vecchio non vedeva più tanto bene e, anziché riparare gli orologi, spesso ne peggiorava le condizioni. Inoltre, Michelino ogni tanto gli faceva degli scherzi: gli nascondeva le rotelline o le molle o le lancette, e il vecchio diventava matto a cercarle e a rimettere tutto a posto. Comunque sia, nonostante il suo «allegro» tirocinio, dopo un paio d’anni Michelino aveva imparato così bene il mestiere, che con i risparmi fatti poté mettere su bottega e cominciò subito ad avere molti clienti.

     Era passato appena un anno, ma egli era già così noto, che la sua fama giunse fino al palazzo del re, dove c’era una torre con un grande orologio che, con costernazione di tutti, da un po’ di tempo si rifiutava di funzionare. Prima l’orologio sonava ogni mezz’ora e lo sentivano non solo al palazzo del re, ma anche nei villaggi vicini. Sonava alle cinque e i contadini si alzavano per andare a lavorare. Sonava alle sette e mezza e tutti i bambini si alzavano per andare a scuola. A mezzogiorno sonava per avvertire che era l’ora di tornare a casa per il pranzo, alle sette di sera – per la cena, e alle nove e mezza di sera diceva a tutti che era ora di andare a letto. Insomma, l’orologio era assai importante per la vita del popolo, e da quando si era guastato non si capiva più niente. Era un’enorme baraonda! La gente dormiva fino all’ora di pranzo, i bambini non andavano più a scuola, si cenava a mezzanotte e ci si coricava alle quattro di mattina.

     Il re quindi, dopo aver chiamato una cinquantina di orologiai senza ottenere nulla, fece venire Michelino, che aveva ormai diciotto anni. Il ragazzo arrivò al palazzo con la sua cassettina degli strumenti e si mise subito al lavoro. Mentre trafficava con gli ingranaggi, cominciò a pensare come poter guadagnare molti soldi, facendo qualche imbroglio. Aveva già capito dov’era il guasto e aveva calcolato che ci sarebbero voluti due giorni, massimo tre, per ripararlo, ma al re che gli aveva chiesto quanto occorresse, aveva risposto:

     – Due settimane, Sire – e aveva subito aggiunto:

     – Se tutto va bene!

     Poi aveva preteso dal re una catena d’oro lunga tre metri, tre grossi rubini e cinque diamanti, che gli servivano – così diceva lui – per aggiustare l’orologio. Il re gli fece avere immediatamente quello che voleva, e Michelino nascose tutto sotto una pietra della torre. I giorni passavano e il giovane chiedeva sempre altre cose di valore. Erano già trascorse due settimane, ma lui continuava a ripetere:

     – Ancora un giorno o due, ancora un giorno o due, ormai ci sono quasi.

     Ma alla fine il re si stufò. Chiamò Michelino e gli disse:

     – Ora basta con questa commedia! Se l’orologio non funzionerà entro domani sera, alle otto in punto ti farò tagliare la testa.

     Corpo di Bacco!  Non c’era da scherzare. Michelino assicurò il re che l’orologio avrebbe funzionato e si mise all’opera. Pensava: «Adesso finisco il lavoro e poi scapperò con tutto il tesoro che ho accumulato». Mancavano pochi minuti a mezzogiorno. Michelino, tutto sudato, mise a posto l’ultima ruota dentata e finalmente, con suo grande sollievo, l’orologio cominciò a battere. Tutti udirono il suono e accorsero gridando di gioia e facendo festa.

      Era ora che la vita tornasse normale come un tempo! Il re andò di persona sotto la torre, strinse la mano a Michelino e lo ringraziò calorosamente. Poi gli chiese quanto volesse per il lavoro fatto. Michelino, che era già ricco con tutto quello che aveva sotto la pietra della torre, domandò soltanto un grande sacco e un veloce cavallo, quindi promise di tornare tre anni dopo per sposare la figlia del re, della quale si era innamorato al primo sguardo. Il re non voleva dire di sì, ma non voleva dire neanche di no, dopo quello che Michelino aveva fatto per loro, e perciò si limitò a dire:

     – Vedremo. Torna fra tre anni e vedremo.

     Ma poi cominciò a pensare: «Perché questo ragazzo vuole un grande sacco e un veloce cavallo? Vuole forse rubare qualcosa e scappare?» Chiamò quindi due guardie e ordinò loro di spiare Michelino per vedere cosa avrebbe fatto prima di partire. Le guardie si appostarono e quando era già buio, videro Michelino che andava sotto la torre, si guardava intorno per essere sicuro che non lo scorgesse nessuno, e alzava la pesante pietra. Aveva già cominciato a riempire il sacco, ma le guardie saltarono fuori dal loro nascondiglio e lo arrestarono.

     Povero Michelino! Lo portarono al cospetto del re con tutto quello che aveva rubato, e il re ordinò di metterlo subito in prigione e di tagliargli la testa il giorno dopo, nel cortile del palazzo. Michelino guardava il cielo da dietro le sbarre della prigione. Come poteva scappare? Esaminò la cella in lungo e in largo: niente da fare, i muri erano troppo spessi per poter fare un buco. Tornò a guardare fuori della finestrella e vide un topolino che lo fissava. Lo chiamò:

     – Topolino, bel topolino, hai visto che brutta fine ho fatto per essere stato disonesto!

     – Eh, già, hai fatto molto male! – rispose il topolino.

     – Ma ora sono pentito e non lo farò mai più! – replicò Michelino.

     – Dici sul serio?

     – Sì, sì, te lo giuro, ti prego, se mi aiuterai ad uscire di qui, giuro che sarò sempre bravo. Ho un’idea, ma ho bisogno del tuo aiuto.

     – Va bene, ti aiuterò, dimmi cosa devo fare.

     – Trova un bastoncino di legno duro, sali sulla torre, entra nella stanza dell’orologio e infila il bastoncino tra la prima e la seconda ruota dentata. L’orologio si fermerà e così il re sarà costretto a liberarmi, pensando che si sia guastato di nuovo, e quando io lo avrò rimesso in movimento lui mi perdonerà e mi lascerà tornare al mio paese.

     Il topolino fece quello che Michelino gli aveva chiesto e, infatti, dieci minuti dopo l’orologio era fermo.

     – Maledizione! – urlò il re – l’orologio è di nuovo guasto, ma ora mi sentirà!

     Ordinò alle guardie di portargli immediatamente Michelino, e quando il ragazzo arrivò gli disse:

     – Hai cercato d’imbrogliarmi e di rubare, e non hai fatto neanche un buon lavoro! Domani, prima di tagliarti la testa, ti farò anche frustare!

     Allora Michelino, pallido e tremante, implorò il re:

     – Sire, ti prego, l’orologio ha bisogno solo di un po’ d’olio! Dammi dieci minuti e te lo farò rifunzionare.

     Il re si rifiutò, pensando a un altro imbroglio, ma poi di fronte alle insistenze di Michelino e non vedendo altra via d’uscita, accettò la proposta del giovane. Michelino salì sulla torre, tolse via il bastoncino e l’orologio riprese a camminare.

     Il ragazzo allora esclamò:

     – O re, perdonami! Questa volta l’orologio non si fermerà e funzionerà per almeno cento anni!

     Il re, visto che Michelino sembrava realmente pentito, lo lasciò partire, ma gli ordinò di non farsi mai più vedere da quelle parti.

     Erano passati ormai tre anni e Michelino, che era sempre innamorato della figlia del re, voleva tornare per sposarla, ma come fare? Pensò a lungo e alla fine, travestito da vecchio, si mise in cammino verso il palazzo del re. Quando arrivò, rimase sbalordito. C’era una confusione indescrivibile. Il palazzo e i villaggi vicini erano sottosopra. La gente era irriconoscibile: chi dormiva in piedi, chi correva come impazzito. Michelino capì subito cos’era successo: l’orologio era di nuovo guasto. Quella volta era stato un fulmine a metterlo fuori uso e il re, disperato e non sapendo più cosa fare, aveva promesso la figlia in sposa a chi fosse riuscito a ripararlo. Molti ci avevano provato, ma nessuno ce l’aveva fatta. Michelino, saputo questo, si presentò a palazzo sempre travestito da vecchio, e disse che avrebbe tentato anche lui. Il re pensò: «Non vorrei dare mia figlia a un vecchio, ma cosa possiamo fare? Proviamo anche con lui».

     Michelino si mise al lavoro e dopo una settimana, questa volta senza fare imbrogli, era riuscito ad aggiustare l’orologio. Ormai il re era obbligato a mantenere la promessa e si dovevano celebrare le nozze. Era quindi molto triste e la figlia piangeva come una fontana. Arrivò il giorno della cerimonia. Tutto era pronto e si aspettava solo lo sposo. Perché ancora non si vedeva? Non sapevano che Michelino era indeciso, se presentarsi travestito da vecchio o senza travestimento. Alla fine si decise e pensò:  «Entrerò da vecchio e uscirò da giovane». E così fece.

     A un tratto, durante il banchetto, si tolse la finta barba bianca, la lunga palandrana e tutti lo riconobbero subito. Naturalmente anche il re, il quale restò a bocca aperta e voleva urlare di rabbia, ma vedendo il viso sorridente e raggiante della figlia, andò incontro al giovane dicendogli:

     – Michelino, è vero, hai cercato d’imbrogliarci, ma ci hai anche salvati due volte. In fondo sei un bravo ragazzo e sono certo che d’ora in poi ti comporterai onestamente. Anche mia figlia ti ama molto e aspettava con ansia il tuo ritorno, benché non avesse il coraggio di dirmelo. Sposatevi dunque e vivete felici!

     Tutti applaudirono e diedero subito inizio alla grande mangiata e all’ancor più grande bevuta. Quella notte l’orologio, invece dei soliti tocchi sobri e regolari: don… don… don… don… sonava come impazzito o quanto meno ubriaco: tring… beng… deng…, tring… beng… deng… Ma all’alba, partiti i due sposini in viaggio di nozze, riprese a sonare con la sua solita voce, e ancora oggi suona puntualmente ogni mezz’ora: don… don… don… don…

 

    

                                                                            La scala

 

     Questa è la storia di un contadino che, come tutti i contadini di questo mondo, aveva una scala a pioli. La usava quando doveva cogliere la frutta sugli alberi, quando doveva riparare il tetto o la grondaia, o quando voleva dar da mangiare ai colombi e in molte altre occasioni. Era un contadino povero e abbastanza vecchio e viveva con la moglie, una vecchia brontolona che non lo lasciava mai in pace. Avevano avuto due figli, un maschio e una femmina, ma il maschio era morto in guerra, mentre la femmina si era sposata ed ora viveva lontano, in un altro paese. Quindi i due vecchi erano rimasti soli con un cane e qualche pollo.

     Un giorno il contadino aveva lavorato più del solito e giunta la sera si sentiva stanco morto. Non vedeva l’ora di andare a letto. Rimise tutti gli attrezzi nel fienile e appoggiò la scala al muro del pollaio. Poi si avviò per entrare in casa. Immaginava di essere già sotto le coperte e pregustava il meritato riposo, quando improvvisamente udì un rumore alle sue spalle. Si voltò e… rimase allibito, vedendo che la scala si moveva da sola. «Come può essere?! – pensò – di sicuro è uno scherzo della stanchezza e della vecchiaia!» – e si girò per andarsene finalmente a riposare. Ma fatti pochi passi, sentì di nuovo un rumore, si girò e vide la scala che ondeggiava avanti e indietro. Allora si avvicinò ad essa e chiese timoroso:

     – Perché ti muovi? C’è forse qualche spirito in te? Perché non te ne stai buona e tranquilla e non mi lasci andare a letto, sono sfinito e ho una voglia matta di dormire!

     Appena dette queste parole, apparve seduta su uno dei pioli una minuscola donnina con le alucce e un gran fiocco sui capelli biondi.

     – Chi sei? – chiese il contadino.

     – Sono lo spiritello della scala – rispose la donnina – mi chiamo Concettina e ho una gran fame. Fammi un favore: coglimi la mela più bella e gustosa ed io ti ricompenserò perché sei un bravo vecchio e tutta la vita hai lavorato bene e sei vissuto onestamente.

     Il contadino sgranò gli occhi: una cosa simile non gli era mai capitata. Era stanco e voleva riposarsi, ma lo spiritello insisteva tanto che aveva fame, e inoltre la prospettiva del premio… insomma afferrò la scala, lo spiritello gli volò su una spalla e insieme si diressero verso il melo più grande del frutteto. Giunto ai piedi dell’albero il contadino vi appoggiò la scala e cominciò a salire. Lo spiritello lo guidava e tutto a un tratto egli si sentì meno stanco. Saliva e ogni tanto voleva staccare una mela, perché gli sembrava la più bella, ma Concettina gli diceva:

     – No, non quella, più su, più su, vedi? Proprio quella là in cima.

     Il contadino continuava a salire. Sali e sali, gli pareva di non arrivare mai. Di colpo si accorse che stava succedendo una cosa molto strana: l’albero diventava sempre più grande, la scala – sempre più alta, e la grossa mela gialla e rosa indicata da Concettina sembrava sempre più lontana. Allora il contadino si rivolse allo spiritello che non la smetteva un attimo di saltare dalle sue spalle sui rami e viceversa, dicendogli un po’ seccato:

     – Questa è una stregoneria! Non raggiungerò mai quella mela!

     Ma Concettina gli rispose:

     – Vedrai, vedrai, continua a salire, raggiungerai la mela e avrai il premio che ti ho promesso.

     In quel momento il contadino abbassò per caso lo sguardo e per poco non cadde dalla scala per lo spavento: Era altissimo e la sua casetta sembrava appena un puntino illuminato dalla luna. Si aggrappò con tutte le forze alla scala, guardando terrorizzato lo spiritello, ma quello rideva della sua paura e lo incitava a salire ancora. Il contadino non ce la faceva più, cominciava a pentirsi di aver dato retta a Concettina e alzò gli occhi chiedendo aiuto al cielo. Così facendo, vide che la luna era molto vicina. «Possibile che sia salito così in alto?!» – si domandò, ma non finì di meravigliarsi, perché di punto in bianco lo spiritello gli disse:

     – Ancora due pioli e arriverai a prendere la mela.

     – Uff, finalmente, era ora! – esclamò  il contadino.

     E infatti, un istante dopo egli afferrò la sospirata mela e la porse allo spiritello.

     – Grazie – disse Concettina – ma per il momento tienila tu. Hai faticato tanto per prenderla ed ora è giusto che ce la dividiamo da buoni amici. Qui però è troppo scomodo e c’è anche pericolo di cadere. Vieni, ormai la luna è vicina, voleremo insieme fin lassù. Attaccati ai miei piedi e pronto a spiccare il volo.

     Il contadino seguì il consiglio dello spiritello e arrivò con lui sulla luna. Camminarono un po’. Il vecchio si guardava intorno sorpreso e deluso: che razza di terra era quella, senza nemmeno un cane, né un pollo, né un albero da frutta! Ovunque – lo stesso deserto argentato. Alla fine si accomodarono su di un soffice strato di polvere, come su una comoda poltrona. Quindi il contadino tirò fuori il suo coltello da tasca e cominciò a tagliare la mela. Pensava che si trattasse di una normale mela con la buccia e i semini all’interno, ma con sua grande meraviglia si accorse che era completamente diversa dalle altre. La buccia poteva sembrare la stessa, ma dentro: oh, che splendore! – dentro era piena di pietre preziose che brillavano tanto da accecargli gli occhi.

     – Ecco – disse lo spiritello – questo è il premio che ti avevo promesso. Io prenderò per me soltanto la buccia che è fatta di velluto di luna, e mi ci farò una mantellina per ripararmi dal freddo. Sei contento?

     Il contadino era ammutolito dalla contentezza e non trovava le parole per ringraziare lo spiritello. Concettina lo guardò, gli accarezzò la barba e gli disse:

     – S’è fatto tardi, dobbiamo tornare a casa, altrimenti tua moglie starà in pensiero.

     E così lasciarono la luna come ci erano arrivati e il contadino rimise piede sulla scala. La discesa era più difficile della salita, perché nel frattempo si era levato un forte vento che faceva oscillare paurosamente la scala, ma pian piano e da solo, poiché Concettina era improvvisamente scomparsa, riuscì ad arrivare nel suo orto. Rimise a posto la scala. La moglie lo aspettava sulla porta di casa. Era inviperita e gli urlò:

     – Dove diavolo sei stato tutto questo tempo! Sei andato all’osteria a bere, vero?

     Il povero contadino che non vedeva l’ora di mettersi a letto, dopo quella sovrumana faticata, rispose con un fil di voce:

     – Moglie mia, domattina ti racconterò tutto, ma ora lasciami andare a dormire, buona notte.

     E così dicendo, entrò in camera, si buttò sul letto tutto vestito e si addormentò subito. La mattina dopo fortunatamente il gallo si dimenticò di cantare alla solita ora, permettendogli così di dormire a lungo. Si svegliò quindi fresco e riposato. Era una giornata piena di sole. Gli uccellini cantavano nell’orto e battevano il becco sui vetri, come per dirgli: non è ora di alzarsi, vecchio pigrone? Ma anche quella volta gli dettero il buongiorno. La moglie invece lo rimproverò severamente:

     – Allora, poltrone, ce l’hai fatta a svegliarti! Il lavoro ti aspetta! Devi raccogliere le mele, tra mezz’ora verranno a ritirarle e tu stai ancora a letto!

     Appena sentì la parola «mele», il contadino si ricordò di quello che era successo la sera prima. Si alzò di scatto, si toccò le tasche dei pantaloni – niente, erano vuote!

     – Ma come! – gridò – eppure non è stato un sogno, mi ricordo benissimo: la mela, la luna, le pietre preziose, lo spiritello …

     – Ma cosa stai farneticando! – gli urlò la moglie – sei forse ubriaco?

     Lui non sapeva cosa rispondere, ma di una cosa era certo: non aveva bevuto. Uscì di corsa nell’orto – la scala era lì al suo posto. Il contadino si avvicinò, la toccò e la sollevò, quindi la rimise giù e cominciò a grattarsi la testa. «Forse ho sognato sul serio» – pensò e si rivolse alla moglie:

     – Moglie mia, scusami, è stato tutto un sogno, ora mi metterò al lavoro e quando arriveranno i clienti troveranno almeno cinque ceste di mele fresche e profumate.

     E così fece. In mezz’ora riempì cinque ceste di mele e anche quel giorno riuscirono a venderle tutte. Venne la sera. La luna era già spuntata e il contadino la guardava e pensava alla sera prima. Pensava allo spiritello, alla mela magica e alle pietre preziose. Camminando nel frutteto arrivò sotto l’albero su cui si ricordava di essere salito, e si sedette riflettendo su quello che gli era successo. Mentre era lì che meditava tutto triste, sentì un rumore come di grandine, ma grandine non poteva essere, perché il cielo era sereno e pieno di stelle e la luna brillava più luminosa che mai. Guardò attentamente e vide delle pietruzze che cadevano in terra a poca distanza dall’albero. Brillavano come stelline. Ne raccolse qualcuna e scoprì con gioia che erano le pietre preziose che ormai pensava di aver sognato. Cominciò a raccoglierle, e in quel momento udì una vocina alle sua spalle. Si voltò e riconobbe Concettina, che sorridendo gli si accomodò su una mano e gli disse:

     – Eccole lì le tue pietre. Ho voluto metterti alla prova. Un altro uomo al tuo posto si sarebbe disperato, avrebbe imprecato, oggi non avrebbe lavorato, ubriacandosi per dimenticare. Tu, invece, hai lavorato come al solito, e hai pensato perfino di aver sognato. Ciò significa che sei un uomo saggio e buono che merita di essere felice. Ora va’ a dormire. Domani comprerai una casa più grande e più bella, con un giardino pieno di alberi da frutta, ma non pensare di trovare ancora una mela uguale a quella dell’altra sera. Mele come quella si trovano una sola volta nella vita, e ciò capita assai di rado. Qualche volta, per caso, la trovano anche gli uomini avidi e senza giudizio, ma con i soldi che ne ricavano non vivono felici lo stesso. Mentre tu, che sei saggio e modesto, continuerai ad esserlo anche in futuro.

     E così fu. Il contadino, diventato improvvisamente ricco, continuò a vivere felice e sereno come era sempre vissuto.

 

 

                                               Il pastorello coraggioso

 

     Quando né io né mia nonna eravamo ancora nati, viveva una famiglia di montanari: il papà, la mamma e il figlio Cosimino. Abitavano in una casetta di legno situata ai margini di una grande radura circondata dai boschi. Tutti i loro averi erano un po’ di terra, due mucche, un carro, un cavallo da tiro, qualche gallina e un cane. Il padre e la madre guadagnavano vendendo latte, formaggio, uova e trasportando carichi di legna di qua e di là, a seconda delle richieste che ricevevano, ma non era molto quello che ricavavano e bastava a malapena per sbarcare il lunario.

     Cosimino era un bambino intelligente e tranquillo, ubbidiente e servizievole. Aveva già otto anni, ma purtroppo non poteva andare a scuola, sia perché essa era molto lontana, sia perché a quel tempo nelle famiglie disagiate come la sua, studiare era considerato un lusso – infatti costava caro, e una perdita di tempo – in quanto toglieva mano d’opera al lavoro di tutti i giorni. Cosimino quindi cresceva senza conoscere né la storia, né la geografia, né le quattro operazioni, ma in compenso imparava tante cose stando a contatto con la natura. Sapeva quale uccello in quel momento cantava, quale altro animale del bosco rispondeva al richiamo del compagno, quali alberi crescevano nella zona, quali erano le erbe più utili all’uomo, quali fiori sbocciavano prima e quali dopo, e tante altre cose, che assai spesso molti bambini che vanno a scuola non conoscono…

     Una mattina qualcuno portò al padre la notizia che un suo vecchio lontano parente, agiato montanaro di un’altra regione, morendo si era ricordato di lui e gli aveva lasciato in eredità quindici pecore. Il padre dapprima credette di sognare, poi pensò a un errore e si fece ripetere il messaggio. Quando fu proprio certo che si trattava di lui, ringraziò la Provvidenza, naturalmente dopo averle raccomandato l’anima del parente defunto, attaccò il cavallo al carro e partì subito per ritirare il prezioso, inatteso dono.

     Quando tornò a casa chiamò Cosimino e gli disse:

     – Da domani ti occuperai delle pecore: Sono solo quindici, perciò non ti ammazzerai certo di fatica. Ogni giorni le porterai al pascolo e fa’ attenzione a non perderne neanche una!

     Cosimino guardò le pecore che belavano in coro come per dirgli: – Felici di conoscerti! Ci faremo delle belle passeggiate insieme, vedrai! – e con un timido sorriso rispose:

     – Sta’ tranquillo, papà, non ne perderò nessuna, sono felice di poterti aiutare e ti ringrazio per avermene dato la possibilità. Cosimino cominciò il suo primo importante lavoro e ogni mattina all’alba era già sui prati assieme ai suoi nuovi amici. Come ogni pastorello di questo mondo, si portava dietro il cane, che si chiamava Tizzo perché era nero come il carbone, si era fatto un bel bastone intagliato e uno zufolo, e così fra un belato di qua, un latrato di là e una zufolata ogni tanto, trascorreva serenamente le giornate, allegro e soddisfatto.

     Tra le pecore c’era un agnellino,  al quale il pastorello s’era molto affezionato. Era soffice e bianco come la neve e lo aveva battezzato Fiocco. Spesso se lo prendeva in braccio, lo accarezzava e poggiava la testa sul suo pelo morbido e caldo, provando tenerezza per quella creaturina fragile e delicata come un filo d’erba.

     Un giorno Cosimino aveva portato come al solito le pecore al pascolo. Era già lontano dalla sua casetta, che appariva ormai non più grande di una nocciolina. Tutto sembrava tranquillo come sempre. Il pastorello si era seduto su un masso e sonava lo zufolo senza perdere d’occhio il piccolo gregge che brucava e belava, come accompagnando in coro la dolce melodia che, attraverso il rudimentale strumento, usciva dal cuore del bambino. Anche Tizzo ogni tanto partecipava al concerto, ora con un sonoro do di petto, ora con un sommesso basso continuo.

     A un tratto però il tempo era stranamente cambiato. L’aria era rinfrescata, il cielo s’era fatto grigio e tutto intorno era scesa una fitta nebbia, così fitta che ben presto il pastorello perse di vista le pecorelle e cominciò a muoversi a tentoni, tagliando la nebbia con le braccia. Era sorpreso e turbato, non riusciva a spiegarsi quell’improvviso cambiamento del tempo. Non sapeva cosa fare ed era preoccupato per le pecore. Di punto in bianco Tizzo, che da pochi istanti si era limitato a ringhiare in modo sordo e minaccioso, cominciò ad abbaiare rabbiosamente. Cosimino non lo vedeva, ma lo sentiva fremere e saltare, come per mordere un invisibile nemico. La sua furia tuttavia durò poco, di colpo smise di latrare, come se si fosse addormentato. Passò ancora qualche minuto, poi la nebbia si diradò fino a sparire completamente.

     Quando si fu ripreso dallo stupore, e un po’ anche dallo spavento, Cosimino vide il cane che dormiva come un ghiro e le pecore che guardavano inebetite con gli occhi sbarrati. Istintivamente pensò di contarle: – Una, due, tre… cinque… sette… dieci… dodici… quattordici… – a questo punto si fermò e si sentì gelare il sangue: erano solo quattordici, dunque ne mancava una! Cercò ancora con lo sguardo, andò avanti e indietro, girò a lungo, ma senza risultato – la quindicesima pecora sembrava essersi dissolta nell’aria. Le ricontò ancora una, due, tre volte – no, non si sbagliava – erano proprio quattordici. Cosimino allora si sedette sull’erba tutto triste e si prese la testa tra le mani, pensando che non si meritava quella disgrazia, né gli immancabili rimproveri che avrebbe ricevuto dal padre. Fiocco frattanto, vedendolo così abbattuto gli era andato vicino e gli leccava una mano. Il pastorello si strinse al petto l’agnellino supplicandolo:

     – Fiocco, amico mio, dimmi, come posso ritrovare la pecorella?

     Ma Fiocco, che forse si rendeva conto della situazione e avrebbe voluto consolare Cosimino, non poté fare altro che rispondere «beee… beee… beee…» e poi tacque. Allora in quel silenzio rotto solo dal brucare delle pecore, dal russare di Tizzo e dai battiti del proprio cuore, il bambino udì dietro di sé un lieve scricchiolio e un profondo sospiro; si voltò e con sua grande meraviglia, vide a qualche metro di distanza un vecchio seduto su una bella comoda poltrona, fatta di rami intrecciati e ricoperta di uno spesso strato d’erba. Indossava una veste del colore dei monti al tramonto, la lunga barba bianca gli copriva il petto e sulla testa aveva un colbacco di muschio. Fumava la pipa e il fumo gli usciva dal naso e dalla bocca assieme a un confuso brontolio. Sorrise a Cosimino e movendo la pipa avanti e indietro gli fece cenno di avvicinarsi. Il pastorello lo fissava sbalordito e timoroso, e meccanicamente avanzò di qualche passo… si fermò… riprese a camminare, finché si trovò a un metro dal vecchio, che lo accolse con queste parole:

     – Non temere, Cosimino, sono il Supremo Spirito dei monti e mi trovo qui non per farti del male, ma per aiutarti. Siediti e ascolta cosa ho da dirti… Poco fa gli amici uccelli mi hanno portato la triste notizia della scomparsa della tua pecorella. Essi in quel momento volavano alti sulla tua testa e hanno visto tutto… Prima che tu nascessi, in questi boschi dimorava una ninfa bellissima ma assai cattiva. Ella s’innamorò di tuo padre e voleva sposarlo a tutti i costi. Tuo padre però è un uomo molto diffidente e capì subito che quella donna non era fatta per lui, e così le disse chiaro e tondo di lasciarlo in pace e di non farsi più vedere, dopodiché sposò la donna che ti ha dato la vita. La ninfa, respinta e piena di odio, abbandonò questi luoghi andandosene lontano, lontano, aspettando l’occasione buona per vendicarsi. Oggi dunque è ritornata. Protetta dalla nebbia, fatta scendere da lei stessa con le sue arti magiche, ha addormentato Tizzo spruzzandogli un potente sonnifero sul muso, e ha portato via una delle tue pecorelle. Ma la sua cattiveria non è finita qui, perché ha trasformato la pecora in un terribile lupo che questa notte entrerà nella stalla e sbranerà tutte le pecore. Tu potrai spezzare l’incantesimo, riavere la pecorella e salvare le altre, solo compiendo un grande atto di coraggio… Non posso dirti altro… Ah, ancora un’ultima cosa: non dire niente a nessuno, non cercare aiuto né in tua madre, né in tuo padre. Tanto non ti crederebbero, pensando che ti sei inventato tutta questa storia… Temo quindi che dovrai cavartela da solo. Coraggio dunque e buona fortuna!

     E così dicendo si tolse il colbacco di muschio in segno di saluto, sorrise ancora una volta al pastorello e scomparve.

     Cosimino cominciò a riflettere. Le ultime parole del vecchio lo avevano particolarmente colpito e gli martellavano nel cervello: «Temo quindi che dovrai cavartela da solo. Coraggio dunque e buona fortuna!» I pensieri gli attraversavano la mente come un torrente in piena, cercava una soluzione, una via d’uscita, ma per quanto facesse vedeva solo la terribile figura del lupo, che quella notte avrebbe ucciso tutte le pecore. Pensa e ripensa, alla fine decise: non avrebbe detto niente a nessuno e, anziché andarsene a dormire, si sarebbe nascosto nella stalla assieme agli animali, pronto a dare l’allarme se il lupo avesse tentato di entrare…

     Ormai era sceso il crepuscolo. La terra aveva già indossato la camicia da notte, preparandosi a chiudere gli occhi fino alle prime luci dell’alba. Il pastorello radunò le pecore, lanciò un fischio a Tizzo che nel frattempo si era svegliato e correva su e giù più vispo che mai, e riportò gli animali nella stalla. Sbarrò bene la porta e rientrò in casa.

     Alle dieci Cosimino era in letto, ma non dormiva. Aveva lasciato aperta la porta della sua stanza e fissava impaziente la striscia di luce che filtrava dall’uscio della camera dei genitori. Finalmente la lampada venne spenta e il bambino tirò un sospiro di sollievo. Attese ancora un po’, quindi pian piano, cercando di non fare il minimo rumore, si alzò, si mise addosso una coperta e uscì. Giunto alla stalla entrò, richiuse la porta col catenaccio e andò a sdraiarsi su un mucchio di fieno nell’angolo più buio. Era un buon punto d’osservazione: da lì teneva d’occhio tutti gli animali, cioè le pecore, le mucche e le galline, che già dormivano ignari del pericolo che li sovrastava. La luce della luna fluiva attraverso le fessure tra le tavole di legno, creando qua e là chiazze argentate dalla forma strana e indefinibile… Ogni tanto qualche animale si moveva o sbuffava nel sonno, rompendo bruscamente il silenzio e facendo sussultare il pastorello. Gli occhi gli si chiudevano dalla stanchezza, ma si sforzava di tenerli bene aperti aiutandosi anche con le dita. Ormai era lì da un’ora buona e l’attesa si faceva sempre più snervante e insopportabile… e il tempo passava… «Forse – si diceva Cosimino – il lupo per questa notte non verrà più, forse è andato a caccia di topi o di conigli selvatici… o forse semplicemente ha trovato qualcosa di meglio da fare…» Pensava, trasaliva e tendeva le orecchie… finché all’improvviso gli parve di sentire un passo felpato che si avvicinava alla stalla. Trattenne il fiato e udì distintamente come dei leggeri colpetti alla porta e un respiro affannoso, interrotto a tratti da un sordo mugolio.

     – E’ lui – sussurrò con terrore Cosimino – sta tentando di entrare, ma la porta è robusta ed è chiusa col catenaccio, non ce la farà a buttarla giù…

     Il lupo intanto si era reso conto che da quella parte non sarebbe mai entrato, e girava inferocito attorno alla stalla in cerca di un varco nelle pareti di legno, di qualche tavola sconnessa da poter abbattere, e alla fine credette di aver trovato il punto buono. Indietreggiò di qualche passo, prese la rincorsa e con tutta la forza  che aveva si abbatté come una valanga sulla parete e si ritrovò all’interno.

     Cosimino balzò in piedi, afferrò un bastone con una mano e un secchio con l’altra per suonare l’allarme, ma non riuscì a vibrare neanche un colpo: gli occhi infuocati del lupo lo avevano come impietrito. Era assai più spaventoso di quanto avesse immaginato: i lunghi denti affilati lanciavano lampi accecanti, dalla bocca gli usciva una schiuma verdastra, ed era enorme, con delle zampe che sembravano mazze ferrate.

     Tutti gli animali si erano svegliati, ma nessuno di essi fiatava, erano ammutoliti dal terrore. Tizzo, le mucche, le pecore e perfino le galline, che in una circostanza simile avrebbero dovuto fare un baccano d’inferno, fissavano come ipnotizzate il terribile lupo che, dopo essersi guardato avidamente intorno, a un tratto si gettò impaziente e famelico sulla prima vittima – la più tenera e saporita: Fiocco. Il povero agnellino tremava come un passerotto tra le grinfie di un gatto e con lo sguardo supplicava pietà e aiuto. Cosimino si coprì gli occhi con una mano, per non vedere la misera fine del suo piccolo amato compagno, ma proprio in quell’attimo si ricordò delle parole del vecchio: «…potrai spezzare l’incantesimo, riavere la pecorella e salvare le altre, solo compiendo un grande atto di coraggio…», e capì che era giunto il momento di dimostrare questo coraggio. In un impeto di rabbia e di disperazione si riscosse dal torpore e si avventò contro il lupo, strappandogli l’agnellino dalle zampe, dopodiché svenne sopraffatto dall’emozione.

     Lo risvegliò il belato di Fiocco, che lo fissava come per dirgli:

     – Svegliati, Cosimino, abbiamo fame, devi portarci al pascolo!

     Il pastorello si strofinò gli occhi, accarezzò l’agnellino e si guardò intorno: gli animali stavano tranquilli al loro posto, come se non fosse successo niente. Solo Tizzo e qualche gallina erano usciti all’aperto attraverso il foro praticato dal lupo e già si godevano i primi raggi del sole.

     Il pastorello allora si avvicinò alle pecore e con un forte batticuore le contò: Una, due… quattro… sei… nove… dodici… quindici – sì, erano proprio quindici! Dunque il vecchio aveva ragione e lui col suo coraggio aveva vinto la stregoneria della cattiva ninfa, ritrasformando il lupo in pecora.

     Né il padre né la madre si erano accorti che quella notte Cosimino non aveva dormito nel suo letto. Quando si erano alzati avevano pensato che egli fosse già al pascolo. Il pastorello uscì pian piano dalla stalla e senza farsi notare dai genitori portò le pecore sullo stesso prato, dove il giorno prima era iniziata la brutta avventura. Sperava in cuor suo di rivedere il vecchio e di ringraziarlo per il grande aiuto che gli aveva dato, ma non lo incontrò più – né in quel giorno, né negli altri numerosi giorni che trascorse in quel posto con le sue pecorelle. Forse il buon vecchio pensava giustamente, che Cosimino ormai se la sarebbe cavata in qualsiasi occasione e in qualsiasi pericolo, anche perché la cattiva ninfa, dopo quella seconda sconfitta, aveva pensato bene di abbandonare di nuovo quei luoghi, ma questa volta – giurando pure di non tornarci mai più.

 

  

                                                L’albero di Natale

 

      Era piuttosto basso e tozzo, ed era finito nella casa di un operaio povero e per giunta senza lavoro. Aveva poche palline e nessuna lampadina, ma in compenso era illuminato dagli occhi sgranati di quattro vispi ragazzini. Di tanto in tanto, correndogli intorno, essi lo urtavano facendolo vacillare, ed egli doveva compiere un miracolo di equilibrio per non cadere. Cominciava già a perdere qualche ago e ad ingiallire un po’. Insomma, non era più sano e forte come nei giorni in cui cresceva nel bosco, ma aveva ancora energie sufficienti per svolgere degnamente la sua parte; e poi non era lì per rimpiangere il passato, ma per cercare di abbellire e rallegrare il presente.

      In quella casa aveva già assistito a diverse scene e scenette, taluna lieta, tal’altra meno, testimone sempre attento e sensibile, ma la cosa che più lo aveva colpito era stata una conversazione del giorno prima, tra i genitori dei quattro bambini, dopo che questi ultimi erano andati a letto. Il papà era serio e avvilito e la mamma aveva gli occhi lucidi…

     – Non possiamo permetterci di comprare regali, lo sai che ce la passiamo male – diceva il babbo.

     – Lo so – aveva risposto la mamma – ma proviamo, domani è la Vigilia, in fondo sono stati bravi e si aspettano certamente qualcosa sotto l’albero.

     – Sì, ma dove andiamo a prendere i soldi…

     Il colloquio era proseguito per un po’, quindi i due genitori erano andati a dormire.

     L’alberello era rimasto molto male, sia per i bambini che per se stesso – che albero di Natale sarebbe stato senza regali! Ah, che delusione, che dispiacere per quelle povere creature! Bisognava subito trovare una soluzione.

     Se qualcuno fosse entrato nella stanza in quel momento, avrebbe visto una cosa del tutto insolita: l’alberello che dal punto in cui si trovava, vicino alla finestra, cercava di richiamare l’attenzione degli altri colleghi del palazzo di fronte, che splendevano carichi di palline e di luci colorate. Attraverso il vento gelido e sferzante inviava loro la stessa domanda:

     – Non avrò niente, potete aiutarmi?

     Ma tutti gli rispondevano allo stesso modo:

     – Noi avremo tanti regali la notte di Natale e vorremmo fare qualcosa per te, ma non sappiamo come… se avessimo mani e piedi potremmo venirti in aiuto, ma così… 

     Dopo questo tentativo poco fortunato, l’alberello diventò ancora più triste. Intanto era giunta la notte di Natale, ed egli cominciava già a rassegnarsi all’amaro destino. Gli era rimasto appena un filino di speranza… ed esso non era infondato. A sua insaputa, infatti, qualcosa stava avvenendo. Il vento, amico da sempre di tutti gli alberi, aveva raccolto il suo messaggio e si era messo subito al lavoro. Aveva aumentato la sua velocità, soffiando come non mai, ed era giunto nel bosco dove il nostro alberello era nato, raccontando ciò che aveva visto e sentito.

     In ogni bosco c’è uno spirito buono ed uno cattivo. A Natale però, quest’ultimo per secolare tradizione è impossibilitato a perpetrare le sue malefatte, e così lo spirito buono ha mano libera e può agire incontrastato. Egli dunque ordinò al vento di tacere e di fermarsi, poi alzò gli occhi alla luna e disse:

     – Un nostro fratello sta soffrendo e noi abbiamo il dovere di aiutarlo. O luna, nostra amata regina e fedele compagna, permettimi di impiegare la mia magia in questo triste frangente.

     La luna sorrise e lasciò cadere un bigliettino d’argento con la sua risposta:

 

“Quell’albero e quei bambini

                                                  meritano tanti regalini”

 

     Lo spirito buono ringraziò la regina, e si avviò verso la povera casa. Ormai mancava poco alla mezzanotte. Tutto intorno si udiva il riso e il cicalare dei bambini, tutte le luci erano accese e una dolce musica riempiva l’aria. Lo spirito fece un rapido giro, si rese subito conto della situazione e scelse gli alberi più ricchi. Si avvicinò e diede loro precise istruzioni, poi si rivolse al vento dicendogli cosa doveva fare, e soltanto allora volò a casa dei bambini poveri e si sedette accanto all’alberello per gustarsi la scena.

     Gli alberi prescelti, che non si aspettavano quel compito così inconsueto e delicato, erano molto emozionati e forse anche un po’ titubanti… Ma sapevano che non c’era tempo da perdere. Gli orologi segnavano le 23.50. Avevano soltanto dieci minuti. Attorno a loro erano già raccolti, felici e impazienti, i piccoli destinatari dei pacchetti colorati e così invitanti… Ad un tratto i bambini si fecero seri e attenti… Udivano una voce profonda e accorata che pareva provenire dai propri alberi, e per una segreta ragione – solo essi la sentivano:

     – Nella casa di fronte ci sono quattro bambini poveri che non hanno neanche un dono, scegliete un regalo per loro e mettetelo fuori della finestra. Siate gentili e solidali, donate loro un po’ della vostra gioia…

     Udite quelle parole, essi restarono sorpresi e interdetti, guardarono i genitori e i parenti che, ignari di quanto stava accadendo, ridevano e chiacchieravano animatamente… nessuno in quel momento poteva consigliarli, e poi era una questione strettamente personale, dovevano decidere da soli e rispondere a quell’invito pressante, a quella voce misteriosa che poteva essere la voce dell’albero, ma che a ben pensarci sembrava piuttosto la voce del cuore… Sì, pensarono, doveva essere proprio così. Ciascuno di loro prese un pacchetto e di nascosto lo mise fuori della finestra. Nessuno si accorse di nulla. In quel momento stesso il vento passò allegro e sibilante e raccolse i loro regali, poi cambiò direzione e si precipitò alla finestra dei bambini poveri, con un soffio poderoso la spalancò, entrò e depose i doni ai piedi dell’albero.

     Alla vista di quella meraviglia i nostri quattro piccoli amici presero a gridare:

     – Mamma, papà, correte, correte!

     E’ difficile descrivere la felicità che s’impadronì di tutti, compresi i rametti dell’alberello.

     Ma non erano i soli ad essere contenti. Quella notte i bambini generosi non pensarono di aver perso dei regali, ma di aver scoperto una gioia ancora sconosciuta – la gioia di donare.

 

 

(C) by Paolo Statuti 

                                                              

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