Jerzy Ficowski

20 Feb

La difesa dei valori umani

Jerzy Ficowski

   Jerzy Ficowski appartiene alla schiera dei maggiori poeti polacchi del secondo dopoguerra, e soprattutto di quelli più attentamente letti e seguiti dai lettori. Nato il 4 settembre 1924 a Varsavia, ancora giovanissimo prese parte attiva alla lotta contro l’occupante nazista. Combatté nei ranghi dell’Armia Krajowa, l’armata clandestina fedele al governo polacco in esilio a Londra, e sulle barricate durante l’insurrezione di Varsavia (agosto e settembre 1944).

   Studiò filosofia e sociologia all’Università di Varsavia. Debuttò come poeta nell’anno 1946. Già il suo primo volume di poesie Soldatini di piombo (1948) gli attirò l’attenzione della critica letteraria. Divenne però famoso per le sue ricerche sulla vita degli zingari: Gli zingari polacchi, un volume di studi storici e sociologici che uscì presso la casa editrice statale PIW nel 1953, frutto del suo errare per molti mesi con un gruppo di zingari girovaghi. Conoscendo alla perfezione la loro lingua, egli riuscì a scoprire Papuša, una poetessa zingara analfabeta, e a tradurre e pubblicare le sue poesie in una edizione bilingue. Lottò per anni per i diritti di questo popolo e pubblicò in seguito vari libri dedicati al loro folklore, alla loro mitologia e ai costumi, diventando membro della Gipsy Lore Society d’Inghilterra. A tale proposito va ricordato che Ficowski è anche autore di una bella raccolta di fiabe zigane, tradotte in italiano da Paolo Statuti e stampate dalla casa editrice e/o nel 1985 con il titolo Il rametto dell’albero del sole.

   Ottimo conoscitore della pittura moderna, pubblicò tra l’altro le Fiabe macovschiane, illustrate con disegni di Thaddée Makowski, noto pittore polacco-francese, e Lettera a Marc Chagall, libro tradotto in molte lingue e illustrato dallo stesso Chagall.

   Alternando l’attività poetica con seri studi storico-letterari, Ficowski si è occupato anche dell’opera di Bruno Schulz, uno dei maggiori prosatori polacchi (Le botteghe color cannella, Il sanatorio all’insegna della clessidra), assassinato dai nazisti in una strada della natia Drohobycz durante la guerra. Fu Ficowski a divulgare le sue lettere e a scrivere la più acuta monografia di questo autore: Le regioni della grande eresia, 1967.

   Con tutto ciò, Ficowski non ha disdegnato la cosiddetta poesia di largo consumo: fu infatti l’autore dei testi delle canzoni di maggior successo, fu anzi uno dei rinnovatori di questo genere letterario; cosa del resto non tanto rara nella Polonia contemporanea, dove i compositori e i cantanti più celebrati raggiungono la fama proprio cantando testi dei più grandi poeti classici e di quelli più recenti. Va ricordato a tale proposito, che neppure i poeti della generazione precedente (Tuwim, Hemar, Słonimski, Gałczyński) si rifiutarono di scrivere anche per la piazza o perfino per il cabaret. Ficowski ha però aggiunto una nota nuova al lavoro del paroliere: ha portato in questa materia tradizionale le conquiste della post-avanguardia poetica. Così, insieme con Agnieszka Osiecka, egli ha creato un diverso metro con cui valutare la canzone; dopo di loro è difficile in Polonia essere banali anche in questo campo.

   Ficowski è sempre stato in prima fila tra gli scrittori impegnati nel senso più vero di questa parola, come tenace difensore degli oppressi e dei perseguitati. Negli anni della reazione gomulkiana e del regime di Gierek, prese parte al movimento della contestazione e, in consonanza con le migliori tradizioni della poesia polacca, intervenne spesso come poeta a difesa dei diritti umani e soprattutto del diritto alla libertà di parola. Di conseguenza, negli anni Settanta dovette pubblicare le proprie poesie presso case editrici “fuori censura”, cioè nel samizdat polacco, come noto assai attivo e diffuso. Così fu pubblicato anche il suo poema ormai famoso La lettura delle ceneri, dedicato alla memoria dei tre milioni di ebrei polacchi sterminati dai nazisti.

   Ficowski con la sua inventiva e perseveranza, con la profonda conoscenza sia delle tradizioni letterarie, sia del vivo folklore, contribuì in modo straordinario ad uno dei più tipici fenomeni polacchi: far parte di coloro che fanno della poesia una cosa indispensabile ai Polacchi, al pari del loro pane quotidiano.

   Jerzy Ficowski è morto a Varsavia il 9 maggio 2006.

                                                                        Jerzy Pomianowski

Jerzy Ficowski tradotto da Paolo Statuti

Sette parole

                                                      “Mammina! Però sono stato buono!

                                                       E’ buio!”

                                                        (parole di un bambino rinchiuso

                                                        nella camera a gas a Bełżec nel 1942 –

                                                        Testimonianza di Rudolf Reder,

                                                        unico prigioniero scampato –

                                                        Bełżec 1946)

Tutto è stato sfruttato

tutti sono morti ma tutto rimane

un mucchio di capelli caduti dalle teste

per la fabbrica di materassi di Amburgo

denti d’oro strappati

sotto l’anestesia della morte

Tutto è stato sfruttato

è servita anche quella voce

contrabbandata fin qui sul fondo di qualche memoria

come calce non spenta con le lacrime

e a volte il lager si apre nel profondo

e scoppia da esso il buio perpetuo

come fermarlo

anche il lamento del bambino che fu che fu

benché la memoria impallidisca

non di orrore

ma perché impallidisce da trent’anni

E tacciono milioni di silenzi

trasformati in un numero di sette cifre

e grida grida un posto vuoto

Voi che non mi temete

perché sono piccolo e non ci sono più

non rinnegatemi

lasciatemi il ricordo di me

quelle parole post-ebraiche

quelle parole post-umane

solo quelle sette parole

 

Come guastare la festa ai cannibali

da lungo tempo medito

come guastare la festa

ai cannibali

attendere

che si arrostiscano

sotto l’aureo coperchio del sole

macché sono troppo immuni

dal proprio arrosto

 

non lasciarsi

mangiare

è un piano troppo magro

e poco realistico

dal momento

che sei già

sulle loro bocche

mangiarli

sarebbe

insipido

allora forse cominciare

a render loro gli uomini disgustosi

ma come sarebbe possibile

quindi restano

nelle loro comode giungle

con le fauci

piene di umanità

 

L’ora è maturata

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

se per caso qualcosa è rimasta

la ridurremo al niente

se è rimasto un osso

non lo riconosceremo

se sono ascesi al cielo

manderemo alti uccelli

per ucciderli a beccate

se una loro parola un loro gesto

albergarono tra noi

azioneremo

i cattivi conduttori della memoria

se è rimasto di loro un segno

ne faremo il marchio di fabbrica

p es di un topicida

se hanno lasciato orfani

preverremo la separazione

in nome del vincolo familiare

perché i morti sono contagiosi

perché i morti sono troppo loquaci

perché i morti non hanno niente

a nostra discolpa

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

non si possono lasciare

in preda all’eternità

 

Exodus 1947

C’era una volta una nave fiabesca,

l’ubriaco vascello di Rimbaud,

contrade di acque multicolori,

di cieli-pavoni, di lune succose

e il verde fluttuante delle maree,

soavi come una parola – atollo.

Piangevano i bambini un gabbiano

gettato con le conchiglie nella sabbia.

Oggi il fondo del mare non illumina

sotto i tremuli passi degli erranti –

con la forra gialla come ambra,

che si stende fra rupi scoscese

di acqua frusciante come cedro.

Alla Terra Promessa

lungo il fondo non ti condurrà Geova.

Chiazzato di spuma delle maree

attraverso le ciglia grevi di gocce

saluta da diciassette miglia

la terra strappata ai tuoi occhi

dai colpi dei vittoriosi fucili.

L’Exodus vaga per i mari,

il vascello che cerca la casa,

che alla notte li ha strappati

e fatti uscire dalla casa di schiavitù,

riconsegna i corpi dei morti

ai delfini, e lo sguardo ramingo

dei vivi – rimanda agli alcioni.

I gabbiani tornano ai nidi.

Lo sguardo di chi ha fame – greve per i torti.

Ed essi crescono. C’è la marea.

E percuote con l’onda cieca

i placidi sonni costieri

delle città satolle.

 

Ti narrerò una storia

ti narrerò una storia

prima che emerga purgata di noi

cioè della sabbia

discretamente conservata

come carcassa di plesiosauro

sotto il deserto del gobi

narrerò ancora una calda

dai forni di auschwitz

narrerò ancora una gelida

dalle nevi di kolyma

storia di sporche mani

storia di mani amputate

essa manca nei manuali

per non sporcare

le bianche macchie

sulla mappa del tempo e dei tempi

ti narrerò questa storia

mai scritta

che giunge di rado

alla esumazione dei sogni

come prova ho il silenzio

sforacchiato così a fondo

per questo parlo sottovoce

narrerò una storia

ma non ripeterla

 

La base della divisione

Aveva solo le parole

gli hanno piegato le parole

sul dorso

sparolato partecipò

alla divisione

equa come la mannaia

il manico per il boia

la lama per il condannato

Voleva chiedere

in base a che cosa

ma la base era

il ceppo per il collo

ormai avvezzo

già una volta

gli hanno troncato l’albero

 “Vanno i carri colorati” (“Jadą wozy kolorowe” – parole di Jerzy Ficowski e musica di Stefan Rembowski) è una canzone di grande successo, interpretata dalla nota cantante Maryla Rodowicz e premiata nel 1970 dalla TV polacca al Festival della Canzone di Opole. Ho modificato leggermente il testo originale per adattarlo alla musica.

 

Vanno i carri colorati

Van di carri colorati lunghe schiere

vanno i carri colorati nelle sere

forse il vento predirà la loro sorte

dalle foglie che si posano contorte

prima che la vostra impronta sia sparita

raccontatemi gitani come da voi è

molto e poco abbiamo è la verità

rosso e verde lampi e l’oscurità

da noi è blu da noi è violetto

da noi è bello da noi è brutto

ma colori sempre in grande quantità

van di carri colorati lunghe schiere

oh! Potessi coi gitani rimanere

me ne andrei presso la musica sognando

quelle vecchie viole in estasi ascoltando

con il vento caldo cucirò le tele

che mi date per guarir la mia infelicità

molto e poco noi daremo in verità

rosso e verde lampi e oscurità

blu daremo col violetto

vi daremo bello e brutto

ma colori sempre in grande quantità

 

son partita allora al limite del mondo

con le trecce i venti fanno un girotondo

e del bosco picche e fiori raccoglievo

dove nascono le musiche correvo

con gli zingari in regioni nuvolose

e colori alla gente gratis oggi do

molto e poco prenderete in verità

rosso e verde lampi e oscurità

chi il blu vuole chi il violetto

chi le impronte del carretto

a colui che coi gitani partirà

a lui il blu od il violetto

a lui l’eco del carretto

a colui che coi gitani partirà

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

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Una Risposta to “Jerzy Ficowski”

  1. Dario Lodi aprile 24, 2014 a 9:32 pm #

    Straziante, inconcepibile. Ottima iniziativa. Le poesie sono strardinariamente incisive. Questo Ficowski meriterebbe di essere conosciuto di più. Brvissimo Statuti d’averlo proposto, ricordato!

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