Due racconti di Paolo Statuti

18 Feb


 

 

                                          Il bacio

                                                                                                          (A mia figlia)

     Il primo bacio era ancora lì, sospeso sopra le loro teste, nel limpido silenzio del tramonto, tra i riflessi ramati dell’acqua e il dolce tepore dei pensieri. Fra un attimo si sarebbe dileguato, raggiungendo l’immenso Mare dei Baci più belli e più desiderati: i primi. Ma il loro bacio…

     Tacevano, temendo di rompere l’incanto di quella sensazione così unica. Si guardavano, chiedendosi tacitamente conferma di quella loro felicità, poi impugnarono i remi e si accinsero a tornare a riva. Remavano già da qualche minuto, quando la barca ebbe uno scossone e si bloccò. I due giovani si interrogarono con gli occhi e impallidirono. «Forse abbiamo urtato contro qualcosa» – pensarono. Prima che riuscissero a capire cosa fosse successo, videro alla loro destra una mano verdognola con le dita palmate affiorare dall’acqua, seguita da un braccio esile e lungo tutto coperto di alghe. Un istante dopo uscì la testa, simile a una matassa arruffata di fili diversi, i cui colori dominanti erano il verde e il marrone. Sotto lo strato di fili s’intravedevano gli occhi sporgenti e rossi come il fuoco, le labbra sottili e slavate. Sul petto scintillavano le squame. Era un abitatore del fondo lacustre. Sul palmo di una mano era posata una scatolina di metallo.

     – Ho udito la musica del vostro bacio – disse ai due giovani stupefatti, che per la prima volta vedevano e sentivano una cosa del genere. – Mi è sembrata così soave e lieta, che ho deciso di rinchiudere il vostro bacio in questa scatolina d’argento, e di custodirlo assieme agli altri che ho scelto prima del vostro. Con me sarà al sicuro e se un giorno il vostro amore si troverà in pericolo, per un istante mettete da parte i rancori, tornate qui, forse il vostro primo bacio potrà aiutarvi.

     Finiti gli studi, entrambi cominciarono a lavorare e si sposarono. Si volevano un bene matto e quindi non facevano molta fatica ad andare d’accordo. Avevano cominciato bene, con una buona ricetta: tolleranza, comprensione, gentilezza, altruismo – pochi ingredienti, ma assai preziosi ed efficaci. Certo, come accade a tutte le coppie di questo mondo, anche nel loro cielo ogni tanto si affacciava una nuvola a turbare la serenità coniugale, ma era sempre una nuvola passeggera e dopo uno scroscione breve, e a volte anche salutare, essa lasciava nuovamente il posto al sole.

     Questo durò qualche anno, ma i casi della vita sono tanti e quasi mai prevedibili. A poco a poco le nuvole diventarono sempre più frequenti e minacciose e alla fine, purtroppo, anche per loro arrivò il momento della resa dei conti. Un giorno tra i due si svolse questo colloquio:

     Lei: – Non hai dimenticato qualcosa?

     Lui: – Mhm… vediamo un po’… oggi non è il tuo compleanno e nemmeno l’onomastico… non è neanche l’anniversario del matrimonio. A tua madre ho telefonato per farle gli auguri… Ho parlato con la maestra di Enrico… a proposito, sai cosa mi ha detto? Che secondo lei trascuriamo nostro figlio…

     – Su che si basa per dire una cosa simile?

     – Mah, non so, forse perché Enrico vede troppa televisione e perché alla sua età non sa ancora chi era Cenerentola… allora, vediamo, cosa posso aver dimenticato…

     – Hai dimenticato di darmi una risposta. Due ore fa ti ho fatto una domanda, ma tu hai abilmente cambiato discorso.

     – Ah, sì, hai ragione, beh, ci ho pensato e la risposta l’avrei, ma non mi sembra opportuna, lasciamo perdere.

     – Neanche per sogno! Su, coraggio: «mi hai mai tradito o desiderato tradirmi?».

     – Sei troppo intelligente per fare una domanda così banale che prima o poi tutte le donne fanno.

     – E invece non sono intelligente, sono una stupida e voglio una risposta!

     – Va bene, come vuoi, non ti ho tradito ma ho desiderato farlo.

     – Quante volte è successo?

     – Beh, adesso non essere pignola, non le ho mica segnate…

     – Più o meno…

     – Mah, diciamo abbastanza spesso in questi ultimi mesi.

     – Me lo sentivo, ne ero certa.

     – E tu?

     – Beh, se la cosa può farti sentire meno in colpa…

     Il bambino: – Mamma, chi era Cenerentola?

     – Lei: – Sono io!… Sì, insomma, era una ragazza buona e bella ma molto infelice… Guarda la televisione invece di ascoltare i nostri discorsi… No, aspetta, hai finito i compiti?

     – Sì, mamma.

     – Allora va’ a giocare con gli altri bambini.

     Il figlio corse via  e lei restò per un attimo a pensare. Cos’altro poteva voler sapere? Nella testa i pensieri turbinavano come foglie in balia del vento. Il vento del burrascoso presente o del sereno passato? Forse entrambi… Avvertiva una vaga sensazione di pericolo, come la presenza di una belva in agguato, pronta a ghermirla. E lui era lì, seduto in poltrona, fumando una sigaretta, sforzandosi di immaginare le prossime parole della moglie e preparandosi a rispondere, come un giocatore di scacchi. Ma lei ormai aveva esaurito la voglia d’indagare e di proseguire quella schermaglia penosa e, tutto sommato, inutile. Provò un desiderio improvviso di uscire di casa, di fuggire a quel senso di oppressione. Aprì la porta, corse giù per le scale e poco dopo era in strada. Si diresse a passo spedito verso la macchina.

     Dopo un attimo di esitazione lui aprì la finestra e chiamò la moglie, ma quasi controvoglia, meccanicamente. Lei guardò su e di colpo si augurò con tutte le forze che lui la seguisse, che corresse da lei e abbracciandola le sussurrasse come un tempo: «Tu sei la mia vita!».

     Prima di accendere il motore volse di nuovo lo sguardo alla finestra. Attese ancora a mettere in moto, guardò di nuovo, poi scese dalla macchina e si mosse verso la cabina telefonica. Il marito pensò: «Ecco, ora telefona a sua madre», ma sentì squillare il telefono:

     – E’ un momento difficile, lo so, ma cerchiamo di essere ragionevoli… esaminiamo la situazione con calma. Scendi giù… lasceremo Enrico da mia madre. Dobbiamo parlare e decidere una volta per sempre… – s’interruppe e poi concluse: – Ti va?

         Va bene, adesso scendiamo.

 

     Percorsero un buon tratto di strada in silenzio. Erano ammutoliti dal turbamento o dall’orgoglio? Oppure ciascuno dei due cercava le parole più idonee a iniziare il colloquio, per non provocare subito una reazione negativa nell’altro? Continuavano a fissare muti l’asfalto che scivolava via monotono e indifferente sulla scia dei loro pensieri.

     Guidava già da un’ora e finalmente fermò la vettura in un viottolo sulla riva del lago. Fu lei a parlare per prima:

     – Ricordi quando venivamo qui prima di sposarci? Questo lago mi è sempre piaciuto… nelle sue acque c’è come una forza sana e buona… sento che dobbiamo ricominciare da qui, da questo luogo dove ci siamo scambiati il nostro primo bacio… vieni, noleggiamo una barca.

 

     Appena staccatisi dalla riva provarono un senso di sollievo, una liberazione improvvisa e un bisogno di remare sempre più in fretta, come per scaricare nello sforzo fisico tutta la loro inquietudine, tutto il loro rammarico. Tacevano e l’amaro silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso che si confondeva col tonfo cadenzato dei remi. Trascorso circa un quarto d’ora smisero di remare. Ansimando posarono i remi sul bordo della barca e si concessero un po’ di riposo. Si guardarono intorno. In un raggio di almeno cinquecento metri non c’era nessuno.

     – Che pace! – esclamò lei – e com’è bello ricordare… Sai, non te l’ho mai detto… quando eravamo ancora fidanzati ho fatto uno strano sogno. Ascolta… Eravamo in barca, proprio come adesso e forse proprio su questo stesso lago…

     E gli raccontò ciò che aveva sognato.

     – E’ una bella favola e a te le favole piacciono molto, vero? – commentò lui.

     – E’ vero e sono convinta che esse aiutino a vivere.

     – Hai ragione, evviva la poesia, evviva la fantasia!… Ho caldo e farei volentieri una nuotata… e tu, non hai voglia di tuffarti?

     – Ma non abbiamo i costumi e poi siamo venuti qui per parlare…

     – A me il costume non serve, per parlare c’è sempre tempo e adesso ho voglia di nuotare.

     – D’accordo… se proprio non resisti spogliati e tuffati, io ti aspetterò qui.

     In pochi istanti l’uomo era già pronto e con una esclamazione di gioia si gettò e scomparve sott’acqua.

     Era piuttosto irritata. Il comportamento del marito le sembrava superficiale e irresponsabile. Non era così che aveva immaginato quella gita in barca, no, si aspettava da lui un contegno più serio e più adeguato alle circostanze.

     Trascorso qualche istante l’uomo riemerse a pochi metri di distanza. Rideva di cuore e gridò:

     – Guarda cosa ho trovato sul fondo… sembra proprio la scatolina del tuo sogno! E’ un po’ arrugginita… Chissà se contiene ancora il nostro primo bacio… Vediamo un po’… ha il coperchio incastrato… non riesco ad aprirla…

     – Fermo, non farlo! – gridò la donna. – Vieni qui, fammela vedere.

     Con quattro bracciate l’uomo raggiunse la barca e sempre ridendo porse la scatolina alla moglie. Lei l’osservò a lungo, rigirandola sul palmo della mano, poi prese a fissare intensamente lo specchio del lago. Il suo sguardo si posava ora sull’acqua, ora sul piccolo oggetto ripescato dal marito. Non sembrava affatto turbata, anzi col trascorrere dei secondi il suo volto s’illuminava, si rasserenava e il sorriso le brillava negli occhi.

     – Lasciamola chiusa – sussurrò. – Immaginiamo che contenga veramente il nostro primo bacio… se l’aprissimo esso svanirebbe per sempre, teniamola con noi così, come un portafortuna.

     Lui aveva smesso di ridere. Ora guardava la moglie e la vedeva diversa, cambiata come per incanto. La vedeva esattamente come anni prima e per un attimo pensò che quella scatolina avesse davvero un potere magico. Sentì una forza irresistibile che lo attirava verso la donna e la baciò con tutta la tenerezza che poteva.

 

     Da quel giorno il loro amore non corse più alcun serio pericolo, e a poco a poco la scatolina finì nel dimenticatoio, come del resto succede con tutte le cose delle quali alla fine non si ha più bisogno.

 

    

                                     Lultima volta

 

                                                                                         Dio, colma la mia solitudine

                                                                                         con la Tua solitudine. Acco-

                                                                                         gli la mia solitudine nella

                                                                                         Tua solitudine…

                                                                                                       Anna Kamieńska

 

     – Mamma, dammi un po’ di soldi…è l’ultima volta, te lo giuro…dico sul serio, devi credermi, aiutami, non resisto, soffro troppo…

     La donna fissava il volto smunto e gli occhi slavati del figlio che continuava ad implorarla e a giurare che avrebbe smesso di bucarsi. Le tremavano le gambe. Si sedette lentamente, con un movimento quasi meccanico. Il giovane era lì a due passi da lei, eppure la sua voce le giungeva sempre più smorzata e lontana, finché cessò del tutto. In quel momento si sentì sola, come su una spiaggia deserta, e le sembrava di udire il rumore pigro e ovattato della risacca. La solitudine era una pesante pietra che la schiacciava, era una ferita aperta nella quale la nostalgia affondava implacabile i suoi artigli, nella quale batteva senza tregua il passato con tutto il suo bagaglio di dolori, pentimenti, delusioni, speranze, rimpianti: il parto diciotto anni prima, il divorzio, l’infanzia difficile del figlio, l’incapacità di essere più severa quando le circostanze lo imponevano, il suo amore forse esagerato, i tentativi – all’inizio ostinati – di ritrovare la serenità interiore…

     Il figlio la scosse afferrandole un braccio:

     – Ma a che stai pensando?! Insomma, vuoi darmi questi soldi, o preferisci che vada a rubarli?

     La madre si riscosse, lo fissò ancora un attimo con lo sguardo assente, poi con voce fievole e rassegnata disse:

     – Mi hai detto tante volte che volevi smettere…come posso crederti?

     Senza aggiungere altro si alzò, si tolse la chiave dal collo e aprì il cassetto del comò, prese i soldi e li porse al figlio:

     – Tieni e ricordati solo questo: quando ti buchi è come se l’ago della siringa trafiggesse il mio cuore.

     – Mamma, te l’ho detto, è l’ultima volta che ti chiedo i soldi, ho deciso davvero di smettere, domani mi faccio ricoverare…beh, ciao, non lasciare la luce accesa e va’ a letto.

     Appena la porta si richiuse alle spalle del giovane, la donna cominciò a prepararsi per uscire. Aveva assoluto bisogno di un po’ d’aria, di guardare la gente, camminare, entrare un momento in chiesa, aveva bisogno di sentirsi ancora viva. Da due anni, ogni giorno, mentre lavava, cucinava o faceva la spesa si ripeteva: devo salvarlo, devo fare qualcosa per salvarlo. Le aveva tentate tutte, per tirar fuori il figlio e se stessa da quell’inferno. Un giorno, sconvolta dalla disperazione e dall’ira aveva perfino provato l’irresistibile impulso a uccidere uno spacciatore che aveva visto davanti alla scuola del figlio. Con un lungo coltello da cucina nella borsa si era avvicinata furtivamente alle spalle dello spacciatore, ma prima che avesse il tempo di estrarre il coltello, egli si era voltato…aveva ancora i lineamenti di un giovane, ma sembravano come rosi dai tarli, come accade con un bel mobile di noce; tutta la sua persona sapeva di stantio, come se internamente qualcosa si stesse decomponendo…forse la sua anima – pensò la donna. Aveva provato ripugnanza – o forse pietà? – e inoltre che cosa avrebbe ottenuto uccidendolo?

     Vide che la chiesa era ancora aperta e vi si diresse. In ginocchio davanti al Crocifisso piangeva e pregava, confortata dalla tristezza di Cristo: «Signore, Tu che sei drogato d’amore tocca il cuore ai trafficanti e agli spacciatori, anche una pietra si scalda se ci batte il sole, aiuta i drogati – sii Tu la la loro eroina…»

     Uscita dalla chiesa si sedette su una panchina. Vi restò solo qualche minuto, non riusciva a stare ferma, era troppo agitata e decise di tornare a casa per prendere un calmante.

     In un boschetto alla periferia della città. Al tramonto.

     Lui: – Sai, ieri ho conosciuto un assistente sociale, dice che se lo vogliamo veramente può farci uscire dal tunnel. All’inizio sarà molto dura, lo so, ma penso che valga la pena di provare. Punto e basta, fine della dolce illusione.

     Lei: – Sì, hai ragione, lo penso anch’io.

     – Hai una mentina? Ho la bocca amara.

     – Tieni.

     – Questa sera siamo soli…non vedo neanche Franco, ultimamente era proprio conciato male.

     – Già, chissà cosa gli sarà successo…

     – Tu ce l’hai la roba?

     – Sì, l’ho avuta da uno nuovo, non l’ho mai visto prima, speriamo che non sia robaccia.

     – Anch’io l’ho avuta per la prima volta da uno di colore che bazzica dalle parti della stazione. Fammi vedere la tua…beh, sembrerebbe ok, del resto fra un po’ lo sapremo.

     – Sai, i due vecchi diventano sempre più pesanti, ormai non li reggo più, minacciano perfino di denunciarmi. Tu è un bel po’ che ti buchi, ormai tua madre deve averci fatto il callo…

     – Cambia discorso, per favore!

     – Beh, allora sei pronto?

     – Aspetta ancora un momento. Guarda che colore strano ha il cielo, ha una faccia lugubre, non ti pare?

     – A me non sembra.

     – Guarda, un topo! In questo istante mi piacerebbe diventare un gatto per dargli la caccia. Deve essere un sacco divertente. E’ una bestia straordinaria, così agile e furbo e affamato di carezze.

     – Quando parli così mi commuovi, caro il mio bel micione.

     – Ti piacciono i canti zigani?

     – Non li conosco.

     – E’ grave…ho un disco russo, te lo porterò. Devi ascoltarlo aprendo l’anima al sole, al fuoco, al vento, alle stelle…devi sentire l’amore travolgente, la seduzione dei violini, devi vedere le tracce dei carri, il fango sulle ruote…oh, che vita stupenda!…Che ore sono?

     – Le nove.

     – Verrei che questo giorno non finisse mai…beh, penso sia ora, cominciano a tremarmi le mani…vedi? Fammela tu, oggi, dai fa’ presto!

      Trascorso soltanto un minuto lo vide sbarrare gli occhi e illividire…si irrigidiva sempre più…cercava di dire qualcosa ma non riusciva ad articolare una sillaba; con le ultime forze le strinse la mano e si accasciò tra le braccia della ragazza. La giovane urlava, urlava a squarciagola, chiamava aiuto in preda al panico. Finalmente arrivò l’ambulanza e lo trasportarono d’urgenza al pronto soccorso.

     E’ già notte. Nella stanza immersa nel silenzio e rischiarata debolmente dalla luce lasciata accesa nell’ingresso, squilla il telefono.

     – Pronto…

     – Pronto…

     – Qui è il pronto soccorso dell’ospedale Santa Caterina. Lei è la signora Maria? La mamma di Giulio?

     – Sì, mio Dio…cos’è successo?!

     – Signora, sia forte, purtroppo suo figlio…overdose…non ce l’ha fatta…signora…mi sente? Signora, risponda! Signora…(rivolto a un infermiere) Presto, l’ambulanza. Dobbiamo sbrigarci, poveretta…deve essere svenuta…forse il cuore…

(C) by Paolo Statuti

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: