Jan Kochanowski

15 Feb

Il padre della poesia polacca

 

 

                                 Ho scalato la rupe della bella Calliope,

Jan Kochanowski

                                 Ove ancora non v’era orma di piede polacco.

   Questi due versi di Jan Kochanowski esprimono a meraviglia l’importanza dell’opera del primo grande lirico polacco e slavo. Legato alla cultura antica e al rinascimento italiano, egli ebbe il merito di elevare la poesia polacca ad altissimo livello, tanto da poter giustamente esserne considerato il creatore. Nacque nel 1530 a Sycyna, in provincia di Radom, da una famiglia di nobili di campagna. A quattordici anni entrò all’Università di Cracovia, che frequentò fino al 1547. Di fondamentale importanza per la sua formazione furono gli anni tra il 1547 e il 1559, passati all’estero. Soggiornò a lungo anche in Italia e studiò per tre anni all’Università di Padova, dove seguì i corsi del celebre umanista Robortello, e partecipò alle dispute sull’uso della lingua nazionale in poesia. Conobbe la vita e la gente italiana, le abitudini locali, le cerimonie, le feste e i canti popolari.

   Kochanowski conosceva diversi sistemi filosofici, ma non erano essi ad interessarlo, bensì le questioni concernenti la natura dell’uomo, il suo destino, le ragioni e lo scopo della sua esistenza. Egli fu ben lontano da ogni misticismo e non divinizzò mai l’uomo. Come Cicerone, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Girolamo Cardano, Kochanowki riteneva che l’uomo ha molto in comune con gli animali, da cui lo distinguono soltanto l’intelletto e la volontà, che esso non è né coerente né perfetto e, come sosteneva Cardano, non rappresenta il centro dell’universo, ciò che del resto aveva dimostrato anche Lucrezio.

   Nel 1569, quando aveva 39 anni, abbandonò la vita pubblica e si consacrò interamente alla poesia, ritirandosi nella “terra avita” di Czarnolas, dove passò i suoi giorni fino alla morte, avvenuta il 22 agosto del 1584.

   La sua migliore opera giovanile è il poemetto “Gli scacchi”, pervaso di un’atmosfera scherzosa e sorridente, dove i giocatori sono giovani cavalieri polacchi che su una scacchiera si contendono la mano di una bella principessa. Al periodo cortigiano risalgono invece i tre poemetti: “La concordia” – un appello alla pace politica e religiosa, come fattore fondamentale per la difesa dello stato polacco; “Il satiro” – di analoga ispirazione, e “Lo stendardo” – una visione epica dei secolari rapporti tra la Polonia e l’Ordine Teutonico, simbolicamente raffigurata sullo stendardo donato dal principe di Prussia al re Sigismondo Augusto.

   Tra le opere più riuscite e che meglio rivelano il talento di Kochanowski, vanno annoverate le “Fraszki” (cioè “Bagatelle”), pubblicate nel 1584. Sono trecento epigrammi di rara perfezione stilistica e bellezza espressiva. Scrive Marina Bersano Begey nel suo volume “La letteratura polacca”: “Nelle Fraszki la lingua poetica polacca , ancora dura e pesante, per la prima volta si piegò con una leggerezza quasi di danza, con una concisione mai incontrata fino a quel momento, in motti di spirito talvolta assai audaci, in complimenti per le dame, rievocazioni di viaggi, amicizie, sentimenti del poeta, descrizioni di tipi di cortigiani, prelati dai liberi costumi rinascimentali, beffe, scene bacchiche, amori”.

   Colpisce in queste composizioni la grande diversità degli stati d’animo. Appaiono in esse toni propri ai cantici, alle odi, alle elegie. A una rumorosa allegria, a un’atmosfera di serenità e di svago, si aggiungono note di meditazione, di profonda commozione, di dolore e rimpianto.

   Nelle “Piesni” (cioè “Canti”), pubblicate postume nel 1586, e costituenti in una certa misura un equivalente dei “Carmina” oraziani, Kochanowski ha inserito liriche patriottiche, filosofiche, amorose, conviviali. Esse sono espressione della gioia di vivere rinascimentale, del senso di armonia del mondo. Aleggia in esse una serenità cui sembrano sconosciute angoscia e turbamento.

   Quando Kochanowski aveva già raggiunto la piena consapevolezza di essere un grande poeta, e aveva conosciuto l’equilibrio interiore e la felicità famigliare, un’immane disgrazia si abbatté su di lui, strappandolo bruscamente a quelle vette spirituali, e uguagliandolo nel dolore a tutti gli uomini sofferenti. Nel 1579 il poeta aveva perso l’amatissima Orszula – la figlioletta di due anni e mezzo. Questa grande sciagura portò alla nascita di un ciclo di diciannove stupende liriche di varia forma metrica, intitolate “Treny” (cioè “Lamenti”). In essi si avverte la lotta disperata dell’amore con la morte e l’altra, non disperata ma immensamente difficile, per sfuggire allo sconforto. Al poeta, dopo aver perso la bambina, sembra di aver perso tutto. Sentendo l’impotenza della ragione contro la sofferenza, il poeta maledice la saggezza epicurea, in cui credeva. Solo nell’ultimo “Lamento”, intitolato “Il sogno”, la sua disperazione e sfiducia sembrano riscattate da un’alta affermazione di fede: egli sente che la bambina ha lasciato un mondo di dolore  per un mondo sereno, dov’ella stessa risplende come la stella del mattino, e dove ha mutato le lacrime nella gioia eterna:

                                        O mia leggiadra Orszula, dove sei sparita?

                                        Da quale parte, in qual paese sei finita?

                                        Forse ora sei lassù nei cieli sublimi,

                                        E t’hanno accolta tra i piccoli cherubini?

   Kochanowski per dieci anni lavorò alla versione del Libro dei Salmi, pubblicandola nel 1579. Più che una traduzione fu una parafrasi di alto valore artistico, un’occasione per rivolgersi a Dio, esaltandone la potenza e l’amore. Per la prima volta la poesia polacca giunse ad esprimere ogni sfumatura del sentimento e della vita interiore. Per la varietà dei metri impiegati da Kochanowski, quest’opera rappresenta anche il primo codice di metrica polacca.

   Nel 1578, in occasione del matrimonio dell’etmano Zamoyski, Kochanowski scrisse la tragedia “Il rinvio degli ambasciatori greci”, che fu rappresentata alla presenza del re. La genesi artistica dell’opera va ricercata nel culto che il poeta ebbe per Omero, del quale tradusse in limpidi versi proprio il III libro dell’Iliade, in cui la vicenda degli ambasciatori è narrata. E’ una tragedia di classica purezza, nella quale l’eleganza dello stile si unisce alla elevatezza del pensiero di Kochanowski. Vi troviamo le sue meditazioni sulle sorti della Polonia, e in essa il poeta si identifica con Antenore, modello di giustizia, prudenza e patriottismo.

   Kochanowski aveva il dono di saper ricavare dalle esperienze della vita una saggezza pratica, adatta a diverse situazioni – sia quelle in cui bisogna avvalersi della ragione, sia quelle in cui la ragione si rivela inerme. Aveva il senso del paradosso, ricercava incontri non comuni con i fatti e con le parole. La riservatezza nell’esprimere gli stati emotivi, la riflessione che accompagna le sue scene di vita, il distacco verso il mondo e verso se stesso – furono i tratti che in gran parte spiegano la familiarità di Kochanowski con Orazio, e la sua sincera ammirazione per Pierre de Ronsard.

   Si rivelò autentico signore della parola poetica, in cui espresse gli slanci e le cadute umane, gli aneliti e le delusioni, i sogni e le esperienze non solo vissute dall’uomo della sua epoca, ma che parlano all’immaginazione e al sentimento di persone formate in diversi momenti storici. Tutto ciò ha contribuito a porre l’autore dei “Lamenti” nel novero dei classici letterari, cioè di quegli scrittori la cui influenza non si limita soltanto al loro tempo, ma che sono letti dalle generazioni successive, e non solo nei propri paesi, ma in tutto il mondo, dove le loro opere vengono tradotte.

   Una prova eloquente di questa classicità di Kochanowski è il fatto che il poeta, uscito dall’ambiente nobiliare e dall’ambito della cultura specifica di questo ambiente, nel corso dei secoli è diventato il poeta di tutta la nazione, ammirato e amato da tutte le classi sociali.

   Del resto egli stesso era profondamente conscio della grande importanza dell’opera compiuta e della sua appartenenza al mondo dei classici della letteratura. Aveva previsto che la sua fama avrebbe infranto le barriere del tempo e dello spazio, quando scrisse:

                                      Di me sia Mosca che i Tartari sapranno,

                                      Ed anche gli Inglesi mi conosceranno:

                                      E i Tedeschi e gli Spagnoli valenti,

                                      Che del Tevere bevono le correnti.    

 

Ecco cinque poesie di Jan Kochanowski nella versione di Paolo Statuti.

Della vita umana

Fraszka è ogni cosa che pensiamo,

Fraszka è ogni cosa che facciamo;

Non c’è al mondo alcuna cosa certa,

Invano l’uomo brama e si tormenta.

Onore, beltà, potere, denaro,

Tutto passa come il fiore più raro;

Si burleranno dei nostri concetti,

Ci riporranno come marionette.

La casa di Czarnolas

Signore, mio è il lavoro, ma Tu sei l’autore;

Fino all’ultimo concedimi il Tuo favore!

Che altri abbian pure palazzi affrescati

E mettano alle pareti arazzi dorati,

Ch’io abiti, o Signore, nella terra avita,

Dammi la salute e la coscienza pulita,

L’umana benevolenza, il cibo occorrente,

Costumi innocui e una vecchiaia indulgente.

Il dottore spagnolo

“Caro dottore, te ne vai a dormire,

E la cena con noi non vuoi gradire”.

“Che vada! Lo troveremo assopito,

Noi invece – allegri e buon appetito!”

Dopo cena andiamo dallo spagnolo.

“Portiamoci un otre di quello buono!”

“Facci entrare” – preghiamo gentilmente.

Lui non vuole, ma la porta acconsente.

“Uno non nuoce, sia con te il Signore!”

“Fosse uno solo” – risponde il dottore.

Da uno infatti ne contammo otto,

E il cervello del dottore è gia cotto.

“Con voi – ci dice – sono disperato:

Mi corico sobrio, e mi risveglio ubriaco”.

Canto IX

     Non smarrire la speme

     Qualunque cosa avviene:

L’ultimo sole non tramonta ancora,

E dopo la notte torna l’aurora.

      Guarda i boschi e i prati

      Dall’inverno spogliati,

Tutta la beltà gli alberi hanno perso,

E la neve alta i campi ha sommerso.

     

     Poi tornano le foglie,

     La neve si discioglie,

E la terra, appena il sole la investe,

Di mille colori ancor si riveste.

 

     Nulla al mondo è immortale:

     Il bene è insieme al male,

E quando l’uno sembra prevalere,

Il caso inverso devi prevedere.

 

     Ma l’uomo insuperbisce,

     Se tutto gli sorride;

Così, se la Fortuna lo raggira,

abbassa la testa e perde il suo ardire.

 

     Qualunque sorte avrai ,

     Il tuo cuor non cambi mai;

Perché la Fortuna si burla di noi ,

Ora dà, ora prende, e opporti non puoi.

 

     E non abbandonare

     Ciò che può ritornare:

Dio può abbattere tutto ciò che ha dato,

Ma chi crede in Lui, sarà risparmiato.

 

Lamento IX

 

Poterti comprare, o Saggezza, a peso d’oro!

Tu che tutte le brame, se dicono il vero,

Tutte le angosce umane sai estirpare,

E solo l’uomo non sai in un angelo cambiare,

Che non sa cos’è l’angoscia, né il dolore,

Non soggiace alle avversità e alle paure.

Queste cose umane per te non sono niente,

Sia nella gioia che nel lutto la tua mente

Pensa in modo uguale. Tu la morte non temi,

Sicura, immutabile, indistruttibile sei.

Tu la ricchezza non con tesori immani

Misuri, ma con i giusti bisogni umani.

Tu distendendo il tuo sguardo ineluttabile

Sotto un tetto d’oro vedi un miserabile,

E ai poveri non invidi gli scarsi averi,

Ma chi ascolterebbe i tuoi moniti severi.

Io uomo infelice, che i suoi anni ha trascorso

Cercando ogni istante di scorgere il tuo volto!

Or dal gradino più alto precipitato,

Tra gli altri, uno dei tanti, sono contato.

 

Il tiglio

O viandante, sotto il mio fogliame riposa alquanto!

Qui il sole non ti raggiungerà, nemmeno quando

Il suo apice toccherà e i raggi saranno più ardenti,

All’ombra dei miei rami le tue membra distendi.

Qui sempre un fresco vento dal campo sentirai,

Qui degli usignoli e degli storni il dolce canto udrai.

Le api prendono il miele dai miei fragranti fiori,

Il miele che poi adornerà le mense dei signori.

Io col mio sommesso sussurro come un afflato,

A chiunque è con me arreco un sonno beato.

Da me non nascono le mele, questo non l’ignoro,

Ma prendimi come innesto nel Giardino dei pomi d’oro.

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata.

 

        

    

 

 

 

 

 

 

     

                                        

 

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: