Velemir Chlebnikov

13 Feb

 

 

IL GENIO DEL FUTURISMO RUSSO

Velemir Chlebnikov

 

   Velemir Chlebnikov, universalmente considerato uno dei più geniali creatori d’avanguardia del XX secolo e il più grande futurista russo, accanto a Majakovskij, nacque il 28 ottobre 1885 nel governatorato di Astrachan. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali a Kazan, nel 1903 si iscrisse alla Facoltà di matematica della stessa città. Il 5 novembre di quell’anno prese parte a una manifestazione studentesca e fu arrestato. Nel 1908 riprese gli studi all’Università di Pietroburgo, questa volta nella Facoltà di scienze naturali. Nel 1909 si trasferì prima alla Facoltà di lingue orientali e quindi a quella di filologia slava, dalla quale verrà espulso per non aver pagato le tasse universitarie. Nel 1910 aderì al cubofuturismo russo e scrisse Il vivaio dei giudici, manifesto del movimento. Coniò per i cubofuturisti il termine “budetljane”, ossia banditori del “Budu”, del “Sarò”. I ricordi di molti scrittori di quegli anni sostanzialmente concordano: Chlebnikov è inerme come un bambino, si trascura, è incapace di difendersi. Dominato dalla passione creativa, trascorre intere giornate in biblioteca, immerso in elucubrazioni matematiche. Lavora all’opera Le tavole della Sorte, un trattatello di equazioni di storia, attendendo alla ricerca dei rapporti numerici che reggono le ”secolari altalene dei popoli”, e ingegnandosi a scoprire la periodicità degli avvenimenti cruciali.

   Scrive versi su ritagli di carta, con una calligrafia minuta, apportando numerosi ritocchi. E’ in balia del demone della creazione e lo sarà per sempre. Lavorando dimentica anche di mangiare. Conserva le poesie in una federa. Ne smarrisce molte. Ma ciò non conta: la cosa principale per lui è il fatto stesso di creare. Nel 1916 fonda l’Associazione dei “317”, detti anche Presidenti del Globo Terrestre, ed è eletto a capo della stessa. Tale associazione comprendeva tra gli altri Majakovskij, Malevič, Burljuk, in una pittoresca congrega di artisti, poeti, aviatori, politici.

   Nel 1919, durante la guerra civile, fu arrestato a Charkov dai bianchi, perché scambiato per una spia e finì poi in un ospedale psichiatrico. Patisce la fame e contrae due volte il tifo. Fa l’impressione di un uomo estremamente trascurato. Gira come uno straccione, malaticcio, affamato e pieno di insetti. Eppure scrive molto. Nel 1921 partecipa come soldato dell’Armata Rossa alla campagna di Persia. Descriverà questa sua esperienza nel diario poetico La tromba del Gul mullà. Nello stesso anno lavora a Pjatigorsk come guardiano notturno, comincia a curarsi, poi interrompe le cure e si reca a Mosca, dove prende alloggio presso il pittore Pёtr Miturič. Nella primavera del 1922, assieme a Miturič che vuole salvarlo, si reca nel governatorato di Novgorod. E’ sempre più debole, ma si trascina dietro ostinatamente il sacco dei manoscritti. Il 28 giugno 1922, completamente disfatto, muore tra atroci sofferenze. Aveva 37 anni. Sulla sua tomba Miturič scrisse: “Primo presidente del Globo Terrestre Velemir I”.

   Chlebnikov: sciamano, santone dei cubofuturisti, epico e lirico, drammaturgo, pensatore e teorico, disseminava letteralmente i suoi manoscritti nelle città, nei campi e nei boschi. La sua produzione pubblicata dopo la morte occupa sette grossi volumi. Ciò che si è salvato, grazie ai suoi amici, è tuttavia soltanto una minima parte di ciè che scrisse. Tra le opere più importanti, apparse quando il poeta era in vita, ricordiamo La creazione e L’eletto, del 1914, oltre alle Tavole della Sorte e al poema Zangesi, pubblicati nel 1921.

   Chlebnikov ebbe un sentimento profondo e immediato della natura della lingua russa. Tutto servì al poeta come materiale per costruire un nuovo universo di parole. Questo universo è certamente la creazione di un genio, ma non è fatto per il vasto pubblico. Molti suoi componimenti, infatti, sono intraducibili. 

 

                                                                          

 

La perquisizione notturna è uno dei principali poemi di Chlebnikov. Nei giorni del terrore rosso un drappello di marinai irrompe in una casa, dove viene fucilato un giovane nemico di classe. Il Capo che lo ha ucciso è sconvolto da come quello rideva «incurante davanti al caricatore della morte». Sul luogo dell’omicidio si organizza una gozzoviglia. Sbalordisce la dovizia di termini usati da Chlebnikov. Il poeta si serve degli strati più diversi della lingua russa, tra cui il gergo dei marinai e quello della strada. La costruzione del poema si basa sulle continue ripetizioni del crudele racconto del capo. «Una pallottola in testa, eh?» – dice al marinaio il giovane condannato a morte, e poi aggiunge: «Addio, minchione! Grazie per il tuo sparo». Ubriacandosi, il Capo ripete cinque volte il suo racconto sull’uccisione. Il critico letterario M. Poljakov scrive: «…Il Cristo che guida la marcia dei soldati bolscevichi ne I dodici di Blok, in questo poema di Chlebnikov non c’è, non parteggia né per i bianchi, né per i rossi, ma nella sua ira incenerisce gli assassini. Si può dire che il Capo provoca Dio, attirando il fuoco su di sé. Egli è una figura tragica, a lui Chlebnikov ha dato una parte della sua anima: oggi egli guida una «banda di santi assassini», domani potrebbe benissimo partecipare alla rivolta di Kronstadt dei marinai contro il governo bolscevico. Ma non sarà mai uno degli «acquisitori» – odiati da Chlebnikov – che camminano quatti quatti dietro gli «inventori», e conoscono una sola parola: mangio».

 

                     

                                                                                                           Paolo Statuti

 

La perquisizione notturna

Traduzione di Paolo Statuti

                                                                 

Allerta!

Pronti a sparare.

Sotto, ragazzi:

A destra il 38.

Bussa più forte!

–  Agli ordini!

– Allerta!

Dentro!

– Prego, prego,

Benvenuti!

– Mare, alt!

– Poche ciance, madre

Testa grigia,

Il mare non lo freghi.

Apri gli occhi.

E’ qui il 38?

– Sì, benvenuti,

Cari compatrioti! –

Trema la testa d’argento

Viva a stento.

– Madre!

Il nome!

Su, facci strada, mammina!

Rispettabile

Mamma!

Non ti agitare,

Andrà tutto bene.

Dov’è la selvaggina?

– Tu! Mettiti alla porta.

– Fatto – la soffitta.

– Tu, qui!

– Agli ordini!

– Avanti, mare,

Gagliardi!

Si nascondono i codardi…

Hanno trafitto,

Sono arrivati in tanti,

Hanno agguantato i furfanti,

I bianchi non l’hanno fregati.

– E tu, madre, sveglia!

Muoviti!

Anche i vecchi possono sedersi

Sulla punta della baionetta.

E il maritino, ci aspetta?

Tira fuori i furfanti,

Per me, vecchio

Lupo di mare!

Sento col naso –

Ho fiuto, io –

Un fiuto di segugio:

La selvaggina c’è.

La caccia andrà bene.

– Fratello, annusa.

Odore di selvaggina bianca.

Ho fiuto, io.

Segugi-fratelli, fatevi sotto!

– E’ tutto quello che ho –

E anche un po’ di perle.

– Quanti pezzi?

– Quaranta?

– Bastano per la cena!

Non gracchiare!

Prendi, arraffa!

Fratello, agguanta!

Tutto qui?

Non siamo signori!

Prendi

A volontà.

Non siamo zar

Da starcene a sognare.

Prendi, arraffa, prendi, arraffa!

Ehi, mare, agguanta come aquila!

– Agguanta, sotto!

Prendi a volontà!

– Vecchia, suonaci una polca.

– La tristezza non ti aiuterà.

Voce:

Mamma, mamma!

– Madre, madre!

Parla!

Fuori la canaglia bianca!

– Domani si riunisce il soviet.

Io sono vecchia, marinai!

Rosso, bianco,

Ossa bianche.

Non capisco, scusate.

Ho i capelli bianchi.

Sono una madre.

– Pam! Pam!

Sparo, fumo, fuoco!

– Chi ha sparato?

Fermo! L’arma, su le mani!

– Facciamogli la festa!

– Giovane, contro il muro.

Così! E su la testa!

Chioma grano spigato,

Baffetti oro filato.

– Vicino alla stufa, cane,

Togliti le pelli umane!

– Scusami, lupo di mare,

La mira sbagliata:

La mano tremava,

Pallottola pazza.

– Ride, coraggio o arroganza?

Lo facciamo fuori? –

– Una pallottola in testa, eh? Fratelli compagni,

Gente del mare?

Si dice che siete generosi. –

– Proprio così!

Il mare può,

Pietà il mare

Può mostrare!

– Voltati, vecchia.

– Una pallottola in petto

Al signorino bianco?

– Al mio figlio diletto?

– Via la camicia, servirà a un altro,

Nella fossa si può anche nudi.

Niente signorine nella fossa.

Giù i pantaloni

E girati.

Togliti tutto! E non dormire –

Avrai tempo. Ti addormenterai subito,

per non svegliarti più!

– Addio, mamma,

Spegni la candela sul mio tavolo.

– Tu, porta via gli stracci. Puntate! Uno! Due!

– Addio, minchione! Grazie

Per il tuo sparo.

– Ah, è così!… Per il bene del popolo.

Tra-ta-ta!

Tra-ta!

– Grazie, ma per cosa:

Per un ovetto di piccione

O di rondone?

Eccoti un indovinello!

E’ servito il colombello,

Le gambe ha steso.

Era una buona pappa

E un bel furfante.

Ancora due spari:

Uno sul pavimento,

E uno al creatore!

Ecco! Qui!

L’abbiamo spedito all’inferno.

Noi col fuggente mare

Dietro le allegre spalle

Sulla camicia bianca,

Sulla camicia azzurra,

Vedremo – putupum!

I pantaloni ho più larghi,

E il ferro nella mano,

Non un castoro argentato,

Ma il mare turchino

Il forte collo ha cinto

E la bianca camicia

All’inferno!

– Che dici, tirarlo su?

Portarlo via?

Lasciarlo lì non è bello.

– Fregatene! Che c’importa!

– Mamma!

Guarda che gioiello:

Più di venti non può avere,

E i capelli – di neve!

E gli occhi neri,

Così vivi!

– Il mare porta con sé la neve.

In un quarto d’ora sono incanutita.

Se non vi piace guardare una vecchia,

Non guardate, voltatevi!

Vladimir! Volodja! Vladimir!

Mamma! E’ nudo!

– Bellezza!

I cadaveri non hanno freddo!

E i morti non si vergognano.

– Datevi da fare! Basta!

– Vigliacco! Ride dopo la morte!

– Una camicia così

Io non l’ho mai indossata – buona!

E senza macchie di sangue.

Stoffa come si deve.

E’ entrato e la mano sulla spalla.

– Fratello! Ho fatto a pezzi un rettile!

E’ steso in soffitta.

Vicino alla mitragliatrice.

– Eh, eh!

– Dov’è mia madre?

– Bianca bellezza,

Sei così imbiancata

Ancor prima del nostro arrivo?

Il vento del mare non aveva ancora soffiato,

Di mare e di vento non c’era ancora odore,

E qui era già nevicato

Sul solaio e sulle teste.

Sporgeva la canna della mitragliatrice

Da sotto il piumino?

Non fa niente, non fa niente.

All’inizio di primavera

Un fiore di ciliegio

Ti è caduto sulla testa come neve.

Scuotila, i petali cadranno,

Cara signorina.

Una bella coltre

Di fiori per la bara.

– Ecco tutto!

– Fratello!

Perché la tormenti?

– E adesso,

Cara signorina in bianco,

Al muro!

– Questo? Quello?

Quale?

So-no pron-ta!

– E allora, al diavolo!

– Fermo!

Basta col sangue!

Vattene bambola!

– Sangue? Oggi non c’è sangue!

C’è broda, broda, solo broda.

Nella stalla umana

Il sangue è annerito.

E’ di suo fratello

O del marito.

– Vladimir!

– Mamma!

– Se avessi detto “papà”,

Sarebbe stato più spassoso!

E’ alle corse? Di’ un po’,

Fra i trottatori di Orёl?

Al trotto e poi al galoppo!

O forse ama gli ostacoli?

E supera tutti nei salti?

Bambola, va’ via,

Vattene, presto!

Levati di torno!

Qui ci sarà baldoria.

Non piangere, sorellina,

Questo non è posto per i liberi.

Anche noi abbiamo sorelle.

Nei villaggi e nei boschi,

E non nelle grandi città.

Vattene tranquilla, donna,

Per la tua strada.

– Oh, c’è uno specchio, mi raderò!

Tempo ce n’è.

Specchio deformante,

Ceffo truce.

Dalla finestra, ragazzi,

Tutti questi stracci –

Qui non gli servono più.

E qui un mare faremo,

Con le onde spazieremo.

Manca solo un gabbiano.

Al diavolo lo specchio –

Un pugno e s’è spezzato!

– Ah, mi sanguina la mano.

Lo specchio è un calamaio di rosso inchiostro.

– Con una scheggia di specchio che soldato!

A volte gli specchi sono crudeli. Essi

Ostinatamente guardano,

E i giudici qui non servono –

Più buio!

– Ehi, amico!

Dammi un fazzoletto!

– Vladimir!

Volodja!

– E’ morto! E’ morto

Oggi!

E’ morto e basta!

Non ti sentirà!

Piegato sul pavimento

Riposa in pace.

E non respira.

– E questo cos’è? Una bella tastiera

Per la gioia della signorina bianca?

Siede qui la sera

E pensa al marito,

Strimpella sottovoce.

E il nero tasto

Dietro al bianco risuona

E lo segue, come la notte

Il giorno con ostinazione.

Chi di voi sa sonare?

– Ma si può…

Accarezzarlo un po’

Con la canna o con il calcio…

Guardate, fratelli, ha, ha

Correte qua,

Ci sarà un rombo, un tuono e un canto…

E un lamento.

Come se in sordina

Guaisse presso il recinto un cucciolo.

Un cucciolo dimenticato da tutti.

E di cannoni il terribile schianto si leverà,

E un ghigno, una risata subacquea e di rusalka.

Sono accorsi. Brusio di corde,

Ghigno di corde, un riso sommesso.

– Con il calcio bam!

Bam con il calcio! – Ridi, mare!

Mare, ridi! Grosso pugno della bufera

Oggi va’ sui tasti…

Sulle trincee del nemico i proiettili… Fuoco!

Nelle cantine la serena festa della Madonna,

Che i connazionali trascorrono in silenzio.

Dapprima la miseria nutrono

Con il bianco corpo,

E poi i vermi.

Due cambi, due camicie:

Una più stretta dell’altra.

Un solo piatto per due bocche.

Ascolta, hanno risonato le corde!

Volano incontro alla morte.

A lungo risonerà

Della corda il rame.

– Ancora un colpo,

Dai!

Ronza come api,

Quando l’apicoltore prende il miele.

Bam! Bam!

– Ben fatto, marinai.

La nostra opera marina:

Spezza e abbatti!

Spezza e annienta!

Rompete, schiantate.

Senza tregua saccheggiate,

Selvaggi del mare!

Coraggio! Animo!

Non invano siamo ingrossati,

Qualcuno aggiusterà,

Ma questo ciarpame,

Questa cassa dove ulula un cucciolo,

Sul lastrico,

Dalla finestra!

Così,

Spaventiamo le vicine!

– E’ l’opera dell’avanzante,

Burrascoso mare.

A modo nostro avanti,

Non come mendicanti.

A pezzetti

Bbaam-ppuum!

– Oggi il mare è scatenato,

Il mare infuriava,

Il mare s’è infuriato.

Una tale forza.

– Non ha schiacciato nessuno?

– Ma no!

Soltanto tre formiche,

Uscite in ricognizione.

Un polverone. Che forza!

– Dove hai il fucile, amico?

Ragazzo, lo prendi quel corvo?

– Subito!

Pam!

Servito.

Colpito?

– Caduto.

Crepato.

– Dov’è la vecchia?

Madre, ci sei?

Qualcosa da pappare!

Vino e salmone!

E una tovaglia bianca.

Fiori. Bicchieri.

Sarà un banchetto coi fiocchi.

E perché sia più ricco

Anche carne e arrosto,

O ti piegheremo a ferro di cavallo!

– Ragazzi, papperemo,

Mangeremo, fratellini, berremo.

Ci abbotteremo.

Adesso comincia il lavoro-mamma!

Scricchioleranno le mascelle.

Eppure odora.

Dai morti lo spirito esala.

– Vladimir!

– Le serve Vladimir – geme!

E a noi non pensa, non ci vuole!

Dai, prendiamola un po’ in giro:

– Siamo qui!

– Sono qui, Olja!

– Sono qui, Nina!

– Sono qui, Veročka!

– Miao!

– Che spasso!

Con la voce sottile,

Dai, grida come una befana.

– Ragazzi, non scherzate

Con la bara, con la morte.

– Hai colpito bene

Col fucile.

Che canto,

Che tintinnio, che suono e come un uccello,

morendo, è piombato giù.

Come il mare in burrasca.

Guarda, sulla porta una targhetta:

“Si prega bussare”.

Qualcuno ha messo un “r” – è diventato:

“Si prega russare”

Sulla porta della fresca bara,

Dove sono le sorelle del morto e le vedove.

Ha-ha-ha!

Bella trovata.

– Però, ha chi

Rimpiangere la vedovella

Dai capelli grigi.

Noi, vento, le abbiamo portato la neve.

Vento del mare.

Il mare è il mare!

Proprio così, ragazzi,

Noi passiamo come la morte

E la sventura.

Il mare è con noi!

Il mare è con noi!

Cadaveri a bizzeffe.

Mare dilagato,

Mare – narici strappate,

Brigantesco,

Sfrenato.

Rosso di bufera,

Mare sfrenato,

Mare di Pugačёv.

– Col mio fiuto di segugio

La preda bianca ho sentito.

Un cervo! Lo sento,

Puzza di bianco!

E ha sparato!

Dietro la tenda stava,

Era in agguato il cocco di mamma.

Ha sbagliato la mira

E ride.

Io a lui: – “Fermo là, ragazzino!”

E lui:

“Una pallottola in testa, eh?”

“Proprio così”, dico.

– Tra-ta-ta!

Così allegramente

Ha scosso i capelli,

Ride.

Quasi chiedesse il prezzo,

Mercanteggia.

Questione di commercio,

Questione nota,

Per tutti una fine sola,

Due non ci sono.

All’inferno!

E fregatene.

“Proprio così”, dico,

“E’ possibile,

Pietà il mare

può mostrare”.

– Tra-ta-ta!

– E’ andata così:

Fa il ragazzino:

– “Una pallottola in testa, eh?”

“Proprio così” –

Rispondo.

Tra-ta-ta! Fumo! E l’aria s’è infocata.

Adesso giace l’orochiomato,

Perché la sorella, piangendo, lo baci.

“Micetto, micetto mio,

Micetto d’oro”.

– Ragazzina, dove vai?

Lasciapassare per vedere il micetto!

Alt!

– Ehi, aspetta,

Non c’è il lasciapassare per vedere il micetto.

Dalla finestra!

– Come ti chiami?

– Nataša.

– Noi pensavamo bagascia,

Suona meglio.

– A tavola, gente.

– Dritta come un fuso

La vecchia si regge.

Vladimir era davvero suo parente.

Il figlio. E’ cupa e funesta.

“Sotto la quercia, quercia, quercia!”

Sono quasi le sei.

Versiamoci da bere, compagni,

Per sollevarci un po’!

Sciaborda!

Rumoreggi il mare,

Mare dilagato!

“Nuove nozze celebra

Egli è allegro e ubriaco… e ubriaco”…

Che giorni!

– Seduti, fratelli, bagniamoci la gola!

Alla tavola che si apparecchia da sola.

“Sotto la quercia, quercia, quercia!”

Seduti, fratelli!

– Fumiamo?

– Fuoco!

– Oh, dio, dio!

Dammi da fumare.

La mia s’è spenta.

S’è consumata a poco a poco.

Vecchio, tu non fumi – là in cielo?

– Tace.

Il vecchio non s’è mostrato.

Non è uscito dalla trincea.

Si nasconde nelle nuvole.

Non importa. A noi la vodka mare dilagato.

A dio – le nuvole. Non litigheremo.

Ecco dio nell’angolo –

E sul petto un altro

Con la corona di spine,

Inchiodato alla tavola, fatto,

Inciso

Con polvere turchina sulla pelle –

Usanza dei mari.

Egli fuma una candela…

Meglio della nostra – di cera!

Sì, egli nell’angolo guarda

E fuma.

E spia.

Potesse ridursi

In trucioli per il samovar!

Sminuzzarsi in piccole schegge.

Carbone di prima qualità!

Non gli servono a niente

Quegli scuri occhi turchini,

Di cui si ha voglia d’innamorarsi,

Come di una fanciulla.

E di fanciulla dio ha il volto,

Solo che è barbuto.

In due parti

Fluisce la barba,

Come scuro intreccio

Di greggi presso il lago,

Come di notte la pioggia,

Occhi come prealba cèruli,

Profetici e sereni,

Severi e bellissimi,

Teneri come parole inespresse,

E serenamente rivolti

Con segreto rimprovero,

A noi, all’intero stuolo

Di santi assassini,

Alla nostra gozzoviglia

Di santi assassini.

– Attenti, verrà giù

E ne farà una delle sue.

Lo incontreremo, sbatterà le ciglia,

E ti accenderai come bomba incendiaria,

Occhi scuri come i cieli,

E c’è un segreto profetico in essi

E intorno tanta pace.

Laghi di azzurro pensiero!

– Una pallottola in testa, eh?

Me la pianti in testa, dio verginella,

Anche tu hai sette colpi.

Con i grandi occhi azzurri?

E io dirò grazie

Per le lettere e i saluti.

– Mare! Mare!

Egli è d’accordo!

Ha sbattuto le ciglia,

Come un uccello le ali.

Gli occhi mi volano dritti nell’anima,

Volano e incalzano, frullano e frusciano.

E severo come il supplizio

Egli mi fissa in un freddo ostinato!

Da spaventosi racconti sbarrati,

Come uccelli m’incalzano

Gli occhi azzurri dritti nell’anima.

Come due grandi uccelli marini, azzurri e cupi,

Nella burrasca, due procellarie, messaggere di tempesta.

E frullano e frusciano con le ali! Volano! Si affrettano.

Da parte a parte! Da parte a parte! Si tuffano in fondo

All’anima.

– Sì… sono ubriaco… Anche questo è vero…

Ma voglio che egli mi uccida

Subito e qui sulla tovaglia

Macchiata di vino, piena di vetro.

– Brigata-masnada!

Santi assassini!

Voi con le camicie bianche,

Azzurreggiando di mare rigato,

E i pantaloni larghi, mozzi e neri,

E le azzurre ali spiegate, dietro il fiero indomito collo,

Simili ai flutti del mare e alla risacca,

Al vento turchino del mare,

E come il volo della nera rondine sulla nuca,

Sulla scritta nota, della nave il nome.

Oh, idioma della patria marina, fortezza galleggiante,

E nome della libertà dello stato!

Brigata-masnada,

Vagabondi del mare!

Tu batti i sordi i piedi

Sulla nave e sulla terra,

E nell’ora della sventura non conosci il rollio,

Anche se non lo temi in mare.

Oggi esaudisci la mia preghiera:

Voglio cadere ucciso sul posto,

Voglio che cada il fuoco mortale

Dall’angolo dell’icona. –

Da lì nereggi la bocca del fucile

Per dirgli – minchione!

Al cospetto della fine.

Come quel ragazzo mi ha gridato,

Ridendo incurante

Davanti al caricatore della morte.

Nella sua vita ho fatto irruzione e l’ho ucciso,

Come fosco nume della notte.

Ma egli ha vinto con una squillante risata,

In cui i vetri della giovinezza tintinnavano.

Adesso io voglio vincere dio

Con un’allegra risata della stessa forza,

Benché tutto mi sia cupo

E penoso. E difficile.

– Dio! sono ubriaco… “S’è sbronzato…il nonnino”…

“E’ ora di tornare a bordo”. – Andiamo!

– Sono ubriaco, ma ascolta…

Dai, fumiamo!

E parliamoci un po’ a cuore aperto.

Molti miracoli hai fatto,

Solo che non sei stato un padre.

Macché! Io lo so!

Tu sei una ragazza, ma con la barba.

Tu cammini nel campo e cogli i fiori.

Intrecci ghirlande

E nelle onde poi ti specchi.

Tu occhicèrulo di campagne,

Di campi e villaggi,

Con la barbetta ricciuta –

Ecco chi sei.

Fanciulla! Vuoi

Che ti regali un profumo?

Fisserai tu

Il giorno dell’incontro,

Ed io verrò coi fiori

Elegante e rasato,

Sognante.

Poi sul lungomare,

Sul litorale passeggeremo.

A braccetto,

Come si fa?

Su, baciamoci.

Ci abbracceremo e ci daremo del tu.

Tu che sei nei cieli.

– Amico, aspetta,

Non andartene, non arrabbiarti!

– Rusalka

Dai vaghi occhi possenti,

Bevi un po’ di vodka!

Così.

– Amico!

Dove ci vedremo?

Nella fossa comune?

Io porterò da bere,

A dio offrirò l’aràk

E inviteremo là le puttane.

Nell’altro mondo

Ricevo dalle tre alle sei.

Va’ senza paura:

I bambini temono,

E noi ormai giovinezza addio.

Poi il santo faremo ubriacare,

Odessa-mamma intoneremo.

O dei, dei, fateci fumare!

Che altro c’è da dire.

Bevi, nonnino, là nell’angolo!

Ah!

Egli muove le labbra

E una parola ha pronunciato…nel linguaggio dei pesci.

Egli ha detto una parola, terribile parola,

Egli ha detto una parola,

E questa parola, oh, fratelli,

E’: “Incendio!”

– Sei ubriaco? – No, ubriachi siamo noi.

– Arrivederci all’altro mondo.

– Una pallottola in testa, eh?

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

– Vecchia! Scaltra megera!

– Tu hai appiccato il fuoco.

Bruciamo! Aiuto! Fumo!

Ma io sono contento e tranquillo.

Sto qui, mi arriccio i baffi e tutto è a posto.

Salvatore! Sei in minchione.

– Presto! Capo, presto!

Col calcio dei fucili.

La porta è di ferro!

Spararci?

Soffocarci?

 

La vecchia (mostrandosi):

Come volete!

                                                         7-11 novembre 1921

                                                                  Pjatigorsk

 

 

 (C) by Paolo Statuti

 

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