Maria Pawlikowska-Jasnorzewska

10 Feb

                                                                                                     

 

La „Saffo polacca”

Poetessa della vita e dellamore

 

   Maria Pawlikowska-Jasnorzewska nacque a Cracovia il 20 novembre 1893. Figlia del celebre pittore di cavalli Wojciech Kossak, e nipote di Juliusz Kossak, anch’egli eccellente pittore, fin dall’infanzia respirò “aria di pittura” e questa circostanza lasciò nella sua creazione un’impronta fondamentale, se non determinante. Studiò tra l’altro all’Accademia di Belle Arti di Cracovia, ma fu essenzialmente un’autodidatta.

   Affascinante, appassionata, irrequieta, delicata e sensibile, è stata senza dubbio una delle figure femminili più interessanti della letteratura polacca del XX secolo. Ecco come la descrive Zofia Starowieyska-Morstinowa nella sua bella biografia della poetessa: “Cantava alle Pleiadi il suo amore ed era simile ai suoi versi: seducente e inquietante, eterea e al tempo stesso terrena, iperpoetica e realista, seria e arguta, triste e allegra, saggia e incantevolmente fatua. Ma prima di tutto colpiva la sua bellezza. Anzi – prima di tutto colpiva la sua affabilità. Sapeva venire incontro a ciascuno. Perfino per i seccatori aveva sempre un sorriso, quel suo specifico sorriso – le labbra sottili e oblique, il nasino contratto, il labbro superiore leggermente sollevato. Ad alcuni voleva bene e ad altri no, ma tutti dovevano volerle bene, amarla e ammirarla”.

   Era una leggenda vivente. Ammirata ma anche disdegnata. Suscitava controversie, provocava emozioni. Per alcuni era “maestra di chincaglieria”, “poetessa di serra”, “esasperata miniaturista”. Per altri – poetessa autentica, stupenda, originale, adorabile, schiettamente polacca. Tra i suoi ammiratori c’erano i più autorevoli rappresentanti della letteratura polacca del ventennio tra le due guerre: Stefan Żeromski, Jan Lechoń, Antoni Słonimski, Julian Tuwim.

   Maria Kossakówna, chiamata dagli intimi Lilka, “viveva per scrivere”. Il suo talento si rivelò assieme al primo grande amore. Questo sentimento fu destato in lei da Jan Pawlikowski, suo secondo marito. Ne ebbe tre. Il primo – Władysław Bzowski, ufficiale dell’esercito austriaco – fu il più clamoroso equivoco sentimentale della sua vita. Il matrimonio con lui fu annullato dalla Sacra Rota perché “non consummatum”. Conobbe l’amore soltanto con Pawlikowski. Ma ciò significò per lei assai più dell’appagamento dell’umano desiderio di amore. Proprio grazie ad esso, Maria Pawlikowska esisteva come poetessa. Tutto ciò infatti che riempiva la sua vita veniva da lei tradotto in versi. Esaltata, ammirata, amata, Maria temeva la critica. Come scrisse in una delle sue lettere alla sorella: “Il sorriso beffardo mi uccide”. Per molti mesi scrisse senza l’intenzione di pubblicare. Alla fine si fece coraggio e mostrò le sue poesie a un amico di famiglia – il noto poeta Jan Lechoń. Egli apprezzò subito enormemente i versi lirici e delicati di Maria. Riuscì a convincerla a pubblicarli. Così nel 1922 nacque la raccolta “Sogni impossibili” e due anni dopo “Magia rosa”.

   Il suo grande amore per Pawlikowski finì, quando egli fu ingaggiato come ballerino all’opera di Vienna. Lì conobbe una giovane ballerina austriaca che con il tempo diventò sua moglie. E Maria? Scrisse una delle sue raccolte poetiche più belle, dense di nostalgia, di rimpianto autunnale, di malinconico sorriso, intitolata “Baci”. Essa uscì nel 1926.

   L’ultimo grande amore della sua vita fu Stefan Jasnorzewski, un ufficiale pilota polacco. Ma anche questa volta il destino interruppe l’idillio amoroso. Nel 1939 scoppiò la II guerra mondiale e i coniugi Jasnorzewski, seguendo la sorte di migliaia di Polacchi, fuggirono in Francia, da dove passarono poi in Inghilterra. Suo marito prese parte alla battaglia di Londra. Maria continuava a scrivere. A Londra uscirono le raccolte “La rosa e i boschi in fiamme” e “Il colombo del sacrificio”. Già questi titoli suggeriscono quanto tragicamente la poetessa vivesse il tempo dell’orrore. E con lei esso fu spietato: nel 1942 le morì il padre, poi la madre e alla fine lei stessa venne a sapere di essere incurabilmente malata. Morì il 9 luglio 1945 a Manchester.

  La sua creazione ebbe un ruolo assai importante nello sviluppo della poesia lirica polacca negli anni tra le due guerre. Creò un nuovo stile poetico, toccando temi personali e raffigurando il mondo della donna del XX secolo che confessa i suoi sentimenti, il bisogno di affetto, le speranze, che lotta per la felicità e si ribella alla crudeltà del destino.

   La poetessa, personificazione della tenerezza e fragilità femminile, affronta nella sua poesia le questioni più importanti, i grandi problemi della vita. Assai spesso un tema apparentemente futile diventa il pretesto per trattare tali problemi, come ad esempio nella lirica “Il sarto zoppo”, che è la scena, poeticamente trasfigurata, dell’acquisto di una stoffa per un vestito, ma in realtà è una metafora della sorte umana, della felicità irraggiungibile.

   Una caratteristica della Pawlikowska è il distacco intellettuale con cui guarda al mondo e a se stessa, con cui riesce a parlare dei propri sentimenti, trattandoli spesso con delicato umorismo e sottile ironia. Ma il tratto più tipico del suo talento è la sua abilità di creare “flash” poetici, di racchiudere le immagini in compatte, intense miniature liriche. La sua poesia rispecchia una personalità squisitamente femminile, ora triste, ora tragica, ora preziosa, e sempre raffinata.

   Molti suoi versi sorprendono per la straordinarietà delle associazioni poetiche e per l’originale modo di osservare i fenomeni della natura, trattati come metafore delle esperienze umane. Molti poeti e critici, scrivendo della Pawlikowska, l’hanno chiamata la “Saffo polacca”. Alla sfortunata poetessa dell’antica Grecia infatti, la Pawlikowska doveva sentirsi molto vicina, per dedicarle una delle sue raccolte più belle, intitolata appunto “Rose per Saffo”.

                                                                                                         Paolo Statuti

Poesie di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska nella mia versione.

Autunno

Va con un mantello rosso e aurato.

Si specchia nell’ovale dello stagno.

Ma sta male. Non sa che è condannato,

che in quel manto lo seppelliranno.

 

 Suicidio di una quercia

La quercia solitaria guardava intorno con disprezzo!

Conosce la vita, chi tante vite ha osservato!

All’improvviso tolse un fulmine dal cielo.

Come un pugnale dorato –

E se lo immerse nel duro petto.

 

Il sarto zoppo

Si sa com’è il Tempo, un sarto zoppicante,

coi baffi alla cinese, tisico saltellante,

le più diverse stoffe mi propone,

che riposano in un cupo cassettone.

Nere, grigie, verdi e allegre a scacchi,

ora un soffice raso, ora una tela di sacco.

     Una volta – balenò qualcosa

brillò come pietra preziosa,

      iridò sulla piega

              frusciò come seta…

Allora gridai: “Ah! di questa, di questa voglio il vestito!”

Ma il Tempo è così, il sarto cattivo, sbuffa risentito:

“E’ già venduta al cielo – la pezza intera –

fortunato chi ha visto questa stoffa – non cerchi

                                                  una gioia più vera!”

Ciò detto, ripose in fretta il campione riservato,

e mi mostrò un panno color – cioccolato.

 

 L’uccellino

Povero uccellino,

più sciocco non si trova,

ha un nastro colorato,

in testa un rosolaccio,

nemico del gattino,

papà di cinque uova,

e ognuno è colmato

da un altro poveraccio,

all’albero avvinto

con le piume rosate,

fa sonore questioni

con altri stupidoni,

poi canta convinto

enormi baggianate.

 

IV

Per mille cause e per i crucci miei

Un cuscino di luppolo vorrei.

Da quelle pigne l’aroma che spira

Un forte sonno reca – la quiete attira.

In qualche luogo ho letto o l’ho sognato:

“Luppolo per l’insonne e l’inamato.

Un cuscino di luppolo componi,

E dormi, ché senza amore sragioni”…

 

Amore

Non t’ho visto già da un mese. E niente.

Forse sono più bianca,

un po’ assonnata, forse più silente,

vedi dunque: anche senz’aria si campa!

seconda versione:

Non ti ho visto già da un mese. E nulla.

Forse sono più pallida e insonnolita,

forse più taciturna,

dunque anche senz’aria c’è vita!

 

VI

Poetessa, ti vuoi suicidare,

Sparse le trecce fiordaliso,

China sull’onda…

“Saffo che vuoi fare?”

-“Coprire col mare il mio viso,

Perché il mio pianto nasconda…”

 

Di sera

Una stella si è seduta sulla loggia

nei palazzi di nuvole.

Si sono alzate le piante del tabacco

fino a quel momento indifferenti.

Il pipistrello come boomerang

è volato via e torna indietro,

già in sei girano in cerchio,

false rondini.

Una stella scende nel cielo,

cerca un compagno,

in groppa a un pipistrello

intorno vola il silenzio…

 

Berceuse

I tuoi occhi quieti sono ancora,

i tuoi occhi quieti sono ancora,

quando tra le braccia mi stringi –

scorrono piogge di pacate stelle,

scorrono piogge di pacate stelle

e neve su neve chissà dove perisce…

Nel silenzio sono sbiancati i nostri volti,

nel silenzio si sono spenti i nostri volti

e le anime impallidiscono nell’amore…

in una nebbia azzurra,

in una nebbia semiassonnata

c’è il cuore rosa del bagliore…

Riposo nel tuo talamo,

mi assopisco nel tuo talamo,

come sul fondo d’un letto d’argento,

situato chissà dove ad un bivio,

trattenuto chissà dove ad un bivio

in attesa del godimento…

 

Il cuore

Mi è stato restituito il cuore,

dato in un abbaglio dorato…

Ora so, che non è velenoso come cicuta,

né grande, né forte come il cuore d’un destriero,

che non difende i suoi diritti un diavolo nero –

ma lo porterò ancora,

felice che me l’abbiano ridato.

  

 Tramonto sul castello

Il Wawel fiammeggia – rosa-violetto-trasparente.

I vetri salutano il sole che rotola a ponente,

gridano il loro incanto comune, dorato e cieco,

tra i muri di ametista e i muri di rubino.

E’ festa sul castello – festa di cinque minuti,

tra i muri di ametista e i muri di rubino.

Tra i vapori rosati delle sale-specchio,

si aggirano re, regine, Sigismondo il Vecchio. –

Si sporgono gli spettri dalle finestre dorate,

invisibili agli occhi dal bagliore accecati.

– Guardano i colori diffusi sull’acqua e nel cielo –

figure bianche in armonia con l’arcobaleno.

Dietro una colonna un’ombra senza una parola

si nasconde – è Jadwiga, regina al di là del viola,

languendo immersa nel gioco dei colori, ascolta,

levando i bianchi steli delle mani sulla fronte,

il rosso che canta felice, e il violetto dolente:

il mondo è un suono colorato, che non vuol dire niente…

 

  

Magnolia

Sulla foglia giace un fiore

sonnecchiante

giallo bianco, come avorio.

Dolce fino alla noia.

Oggetto odoroso –

mondo maliziosamente segreto –

strano ospite,

tra noi, uomini. –

 

Il gabbiano

La nostalgia fruscia in me.

Mi tocca con l’ala del gabbiano.

E’ sempre la stessa?

Non lo so! non lo so…

 

 

 

(Tutte le versioni sono di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

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4 Risposte to “Maria Pawlikowska-Jasnorzewska”

  1. Blanca febbraio 13, 2012 a 5:06 am #

    Bellìsimos!! I like them all but my favorite is “Berceuse” and “Amore”

    • paulpoet febbraio 13, 2012 a 7:46 am #

      Grazie Blanca, i tuoi commenti sono sempre molto graditi.

  2. Anna Śnieżyńska marzo 21, 2012 a 9:41 am #

    Sono contenta che la sua traduzione di “Miłość” (Nie widziałam Cię już od miesiąca…)/”Amore” di M. Pawlikowska-Jasnorzewska abbia avuto un’evoluzione grazie a quattro delle mie idee. Sono sicura che la prossima volta potremmo parlare in polacco, la sua seconda amata lingua. Anna Śnieżyńska

    • Anna Śnieżyńska marzo 21, 2012 a 9:59 am #

      ups… che svista! Ovviamente “la Sua traduzione” e “la Sua seconda amata lingua”. Anna Śnieżyńska

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