Jan Twardowski e Anna Kamienska

10 Feb

Anna Kamienska

L’ amicizia tra due poeti, rinsaldata dalla poesia e dalla fede: Jan Twardowski (1915-2006) e Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Padre Jan Twardowski

   Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere personalmente il sacerdote-poeta Jan Twardowski nel 1981 a Varsavia, e la prima cosa che mi colpì in lui fu il suo limpido sguardo e la semplicità dei modi. Non esito a dire che egli è uno dei poeti polacchi più letti ed amati. Nato a Varsavia il 1 giugno 1915. Debuttò prima della guerra con il volumetto “Il ritorno di Andersen”, stampato dalla tipografia Hoesicka in appena 40 copie. Sempre prima della guerra iniziò gli studi di filologia polacca presso l’università della Capitale, studi poi terminati nel 1947. Durante l’occupazione nazista prese parte all’Insurrezione di Varsavia e alla vita clandestina, pubblicando contemporaneamente poesie. Nel 1945 entrò in seminario e tre anni dopo fu ordinato sacerdote. Ha scritto diversi volumi di poesie, accolti tutti con grande interesse sia dai lettori che dalla critica.

   La sua creazione non si può misurare esclusivamente con il metro della lirica religiosa, anche se senza dubbio il cristianesimo come filosofia del mondo e sistema di valori ne costituisca il fondamento. La sua poesia infatti è lontana dal dogma e dal bigottismo. Essa esprime in modo molto personale l’ammirazione davanti a tutte le manifestazioni dell’esistenza, davanti alla perfezione e alla varietà dell’opera del Creatore. I suoi versi si chinano con francescana umiltà e attonito stupore perfino sulla più piccola creatura vivente – un uccello o una pianta. La lirica di padre Twardowski porta nella poesia polacca un raro tono di saggia accettazione del mondo e degli uomini, che deriva non solo dalla fede ma anche dalla capacità di perdonare. In questa lirica non c’è enfasi, né patos, né arte oratoria. Usa la lingua corrente, si serve di espressioni colloquiali, non disdegna lo scherzo e l’ironia. E’ concisa, a volte si avvale dell’ aforismo. Il lettore ritrova in esse situazioni note, impressioni familiari e comprensibili.

   Perché i polacchi amano Jan Twardowski? Il critico Konstanty Pieńkosz risponde così a questa domanda: “Lo amiamo tra l’altro perché egli ha infranto certi tabù, perché ha contribuito a liquidare le barriere che separavano il mondo dei laici da quello dei religiosi. Lo amiamo anche per il suo disinteressato senso dell’umorismo e sentimento della gioia, oggi così rari nella poesia contemporanea che parla esclusivamente di miserie del nostro secolo. Inoltre il mondo di padre Twardowski presenta un’intera gamma di colori e sentimenti. La sua semplicità non semplifica affatto e non limita la visione del mondo; in sorprendenti paradossi essa cerca soccorso e scampo di fronte ai fatali meandri dei dilemmi umani. E’ confortante vedere come in tempi così inclementi per l’arte, la poesia moderna riesca ancora a trovare contemporaneamente destinatari eruditi e meno eruditi.”

                                                                                                         Paolo Statuti

 

Presento ora alcune poesie di Jan Twardowski nella mia versione, iniziando dalla celebre “Sbrighiamoci”:

 

Sbrighiamoci…

                                                           Ad Anna Kamieńska

Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno

lasciandosi dietro le scarpe e il telefono muto

soltanto ciò che è irrilevante come una mucca si trascina

ciò che più conta è così fulmineo che di colpo accade

poi il silenzio normale così insopportabile

come la purezza nata nel modo più semplice dallo sconforto

quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perduto

Non esser certo che hai tempo perché la certezza è incerta

ci toglie la sensibilità come pure ogni gioia

giunge al tempo stesso come il patos e il buonumore

come due passioni sempre più deboli di una sola

così presto se ne vanno come il tordo tacciono a luglio

come un suono alquanto sgraziato o come un arido saluto

per vedere veramente chiudono gli occhi

benché ci sia più pericolo a nascere che a morire

amiamo sempre troppo poco e ogni volta troppo tardi

Non scrivere di ciò troppo spesso ma una volta per tutte

e sarai così come il delfino mite e vigoroso

Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno

e quelli che non se ne vanno non sempre torneranno

e non si sa mai parlando di amore

se il primo sia l’ultimo o l’ultimo il primo

 

Ho confidato in una via…

Ho confidato in una via

angusta

a rompicollo

con buche fino ai ginocchi

fuori tempo come a novembre le bietole tardive

e sono finito in un prato c’era santa Agnese –

finalmente – ha detto

temevo già

che avessi preso un’altra strada

più diretta

asfaltata

l’autostrada per il cielo – con il premio di un ministro

e che ti avessero rapito i diavoli

 

Adesso…

Adesso nasce la poesia religiosa

ad ogni passo conversioni

meglio non dire chi ha intimorito

il bulldog della coscienza

ma Tu che splendi negli occhi come nel Santuario

non dimenticare

che scrivendo versi Ti sono stato fedele

ai tempi di Stalin

 

La fine

Ciò che si è incontrato e poi diviso

ciò che era insieme per correre in parti diverse

la felicità all’improvviso spezzatasi dentro

benché dicendosi addio si ami più a lungo

persone care che poi sembrano estranee

e si dicono tutto è finito

Non affliggerti di niente, perché lo storno pensieroso

e la triste terra in mani invisibili

la nocciolina del carpine con l’aluccia verde

la giraffa che con il collo vede più lontano

sanno come il cuore non ucciso da cuore

la fine – è una bugiarda nel mondo infinito

 

Fissato con lo spillo

L’Angelo Custode gira per il mondo

racimola frantumi di amori finiti

raccoglie briciole di pane per i passeri

perché nulla vada sprecato

lettere di andata e ritorno

telefonate da un orecchio all’altro

piccoli buffi ricordini che furono commozione

l’agendina con la data dell’incontro celata nella teiera

cicatrici dopo il riso

diverbi non si sa perché

rimpianti come singole vespe

asini che amoreggiano

tutto fissato con lo spillo

ciò che sembrava ormai per sempre

la saggezza all’ultimo che non si tratta di questo

la gioia di amare ciò che è impossibile

 

Ti chiedo fiducia

Non voglio il tuo amore –

non cerco l’amicizia –

proprio questo non è per me

e non mi tocca affatto

Semplicemente ti chiedo

un po’ di fiducia,

per sostenerti alla mia povera

anima di sacerdote

Nient’altro. Per confidare in essa

perfino per chiudere gli occhi

e come in Terra Santa per scorrere fino a Betlemme

E tutto ciò che duole per tramutare in Dio

come nel Sacrificio di ogni giorno –

il semplice pane e il vino

 

Sulla piazza della città

I re ha guidato a Betlemme una stella colossale

girando cerchi dorati sulle teste dei cammelli –

me ha ricondotto a Dio la mattina di Natale

sulla piazza infangata – di neve un’esile stella.

E’ caduta – e di colpo candore, luce e calore…

e il gelo mi leccava le ossa attraverso il cappotto invernale.

 

Giustizia

Se tutti avessero quattro mele ciascuno

se tutti fossero forti come cavalli

se tutti fossero ugualmente inermi nell’amore

se ognuno avesse le stesse cose

nessuno servirebbe a nessuno

Ti ringrazio che la Tua giustizia sia l’ineguaglianza

ciò che ho e ciò che non ho

anche ciò che non ho da dare a qualcuno

sempre a qualcuno serve

c’è la notte perché sia il giorno

il buio perché risplenda una stella

c’è l’ultimo incontro e la prima separazione

preghiamo perché altri non pregano

crediamo perché altri non credono

moriamo per quelli che non vogliono morire

amiamo perché ad altri il cuore s’è raffreddato

una lettera avvicina perché un’altra allontana

gli ineguali si  necessitano

per essi è così facile capire che ognuno è per tutti

e decifrare l’insieme

 

I defunti che si vantano

Forse in cielo i defunti si vantano di come sono morti:

         Io sono morto d’influenza.

         E io di raffreddore.

         E io non so più di che, perchè spesso si muore non

di ciò, di cui ci si ammala.

         A me il cuore ha cessato di battere,

         E a me ha dato un calcio un cavallo.

         E io sono volato dalla finestra.

         Ho inghiottito un ago.

         Sono stato soffocato da un cetriolo.

         Sono morto, perché non avevo la medicina.

         E io sono morto, perché avevo troppe medicine.

         Mi sono sbagliato e mi hanno avvelenato i funghi.

         E io perché giocavo coi fiammiferi ed è bruciata la casa.

         E io neanche mi sono accorto di essere morto.

Tutti però ammutiscono quando giunge Padre Massimiliano

Kolbe, delegato all’inferno come Angelo Custode, Padre

Kolbe che nemmeno al buio ha perso la luminosità del volto,

e dice:

         E io sono morto perché non mi curavo di me, ma degli

altri.

Sempre presenti

 

Diceva che davvero bisogna amare i defunti

perché proprio loro sono ostinatamente presenti

non si addormentano

hanno il tempo tondo quindi non hanno fretta

tranquilli perché non hanno esaurito niente

neanche in caso d’incendio salterebbero in piedi

non mandano giù come noi il senso intimorito

non si fingono né migliori né peggiori

non pronunciamo su di loro migliaia di sentenze

sempre gli stessi come l’ontano verde fino all’ultimo

conoscono perfino l’indirizzo privato di Dio

non declamano sull’amore

ma aiutano a trovare gli oggetti smarriti

non invecchiano ringiovaniti dalla morte

non spaventano con un vuoto pieno di erudizione

non uniscono santità e appetito

più vicini di quando se ne andavano per un attimo

passando accanto con il corpo non visto

hanno salvato assai più di un’anima

 

Lettera alla Madonna

Nelle prime parole riferisco niente è cambiato

la cutrettola gialla gioisce del suo nero becco

il salmone torna al fiume dove è nato

la formiche si leccano come sanno fare

il capriolo si cura con la malva e tossisce meno

il bosco è così reale che sembra una visione

l’ape non conosce Chopin ma è musica

la morte come al solito adagia sulla terra

santi qui si può diventare perfino nel cortile

gettando alle galline il grano alla vecchia maniera

di nuovo il più bello in Polonia è luglio sull’acqua

e la bellezza è più vicina quando il tempo si allontana

nessun pesce perde neanche una squama

la gazza con la stretta coda ripete facezie

la memoria delle cose sopravvive ai defunti

perciò la teiera sbreccata ricorda mia madre

per l’usignolo a giugno ogni notte è troppo breve

poiché crede nell’amore non ha paura del corpo

canta che il cuore è vivo e ormai eterno

la cicogna solleva sempre soltanto la gamba sinistra

 

scrivo una lettera perché vederTi non posso

eppure penso che forse a volte Ti sento

altrimenti cos’è quel sussurro quando mi addormento

(Tutte le versioni sono di Paolo Statuti)

 

Così Jan Twardowski ricorda Anna Kamieńska:

 

   Ho conosciuto Anna Kamieńska nel 1955, ma la nostra amicizia è nata più tardi, dopo la morte  del marito – il poeta Jan Śpiewak (1967). Prima è stata la conoscenza di un sacerdote che scrive poesie e una coppia di coniugi poeti.

   A metà degli anni cinquanta, quando come sacerdote giunsi a Varsavia dalla provincia, trovai in una libreria una raccolta di versi del mio poeta preferito Józef Czechowicz, curata da Seweryn Pollak e Jan Śpiewak. Poiché mi interessavano quelle poesie, telefonai a Śpiewak per ringraziarlo di essersi occupato di Czechowicz e per la bella introduzione. Mi invitò a casa sua e allora conobbi Jan, Anna e i due piccoli figli che giocavano nei loro lettini. Dopo quel primo incontro ci invitavamo a vicenda. Parlavamo molto di letteratura, di fede. Fui sorpreso, allorché si rivelò che si consideravano non credenti. Anche quando presi alloggio presso le suore della Visitazione a Varsavia, venivano a trovarmi.

   Improvvisamente Jan Śpiewak si ammalò di cancro. Andavo spesso a trovarlo in ospedale e ogni volta trovavo Anna accanto al suo letto. Immersa nella sofferenza sembrava non accorgersi di niente e di nessuno. Talvolta tornavamo insieme dall’ospedale. Fu senza dubbio il momento più difficile della sua vita. Pregavo al capezzale di Janek quando era ormai in stato d’incoscienza. So che per lui era importante. Anna ricorda questo nella sua “Agenda”: “Janek giaceva sul letto di morte già incosciente. Jan Twardowski pregava vicino a lui sottovoce. Quando il sacerdote è uscito, Janek si è risvegliato e ha detto all’improvviso chiaramente: – Il sacerdote ha pregato. Sono felice. Adesso che ricordo quel tempo, le sue parole mi sembrano essenziali. Fu una confessione di fede. Al contrario di me, Janek fu sempre credente. E forse a volte basta soltanto questo, perché insieme con la sofferenza dell’agonia l’uomo sia redento.”

   Ero vicino a Jan quando è morto. Gli somministrai l’estrema unzione. La sua scomparsa sconvolse Anna nel profondamente, tanto che d’un tratto mutò la sua visione del mondo. La sofferenza si impossessò di lei a tal punto, che subito capì che doveva lottare con essa. Ricordo quando con la mente offuscata veniva nella chiesa delle suore della Visitazione. Aveva bisogno di parlare e fu allora che diventammo amici. Spesso visitavamo insieme la tomba di Jan al cimitero di Powązki. Girando tra le tombe parlavamo di fede, di Dio, di frammenti della Bibbia, di liturgia e anche di letteratura. Gli argomenti non ci mancavano mai. In questo c’era qualcosa di singolare. Visitavamo non solo le tombe di persone care, conoscenti e scrittori, ma anche quelle dimenticate e abbandonate. In Anna cominciò a destarsi la fede. Fui testimone della sua conversione e della sua crescita nella fede. Con commozione lessi nella sua “Agenda”: “Già da dieci anni camminiamo tra le tombe. Oggi padre Jan ha posato un mazzetto di lillà sulla tomba di Janek. Mi sono meravigliata che  ci fossero ancora i lillà. Noi veniamo e ce ne andiamo, e i fiori rimangono sempre uguali e hanno gli stessi nomi.” Forse la nostra amicizia contribuì alla sua conversione, ma non io l’ho convertita. Io non so convertire. Dio converte.

   Sia prima che dopo la conversione, Anna è sempre stata una persona saggia. Cercando Dio, esigeva molto da sé. Nella sua “Agenda” scriveva: “Affidarsi alla Ragione che supera la nostra ragione e al Mondo che circonda il nostro mondo. Non ridursi ai nostri limiti umani. Se non possiamo uscirne, dobbiamo avere almeno la consapevolezza della loro insufficienza (…) Credere è una fatica pazzesca, un lavoro arduo. Non l’ho mai capito come oggi.” Questa trasformazione, profonda e totale, non poteva non influire sulla sua creazione.  Le parole servivano ora non solo ad annotare giorno dopo giorno le sofferenze, ma erano anche un tentativo di sconfiggere la disperazione. Anna adesso vedeva diversamente i compiti dell’arte. Non desiderava accrescere il suo patrimonio poetico. Sapeva infatti che nessuna poesia è in grado di rendere la verità delle esperienze umane. Prendeva tuttavia la penna per dare un nome alla sua inquietudine ed esprimere la speranza ritrovata a fatica. Ogni parola espressa aveva il suo peso, racchiudeva l’enorme sforzo di un essere umano che cerca un senso. Sempre più importante nella vita di Anna diventava Dio. Nelle sue poesie dava testimonianza della conversione e si faceva strada attraverso le tenebre verso la luce. La sua lettura principale in quel difficile periodo era la Sacra Scrittura. Essa era anche l’argomento più frequente dei nostri colloqui.

   Ammiravo l’intelletto acuto e profondo di Anna. Insieme leggevamo e spiegavamo il Vangelo. Capita raramente di leggere il Vangelo con una donna. Anna era insolitamente sensibile ai bisogni umani. Era una madre buona e amorevole. Si preoccupava di  “riportare in superficie” i poeti dimenticati. Era una santa donna. Come poetessa diventò assai popolare negli ultimi anni della vita. Partecipammo insieme alle settimane della Cultura Cristiana a Varsavia. La invitavano spesso a diversi incontri nelle chiese. Adesso che non c’è più, ha perso la sua popolarità. Succede così dopo la morte…L’uomo muore due volte. Una volta fisicamente e un’altra volta quando muoiono i suoi amici. Ma ci sono momenti in cui a un tratto la memoria si ravviva. Norwid tornò a vivere dopo la morte. Przesmycki lo scoprì. E dopo anni di purgatorio salì in cielo.

    Non mi sono mai sentito maestro di Anna. La morte del marito l’aveva resa ancora più matura. Nei nostri rapporti esisteva la collaborazione: Dio dava ad Anna la maturità, e io avevo un certo qual ruolo accompagnandola nel suo cammino. Anna Kamieńska fu per me un dono di Dio. Ritengo che non ci siano incontri casuali. Dio mette sulla strada dell’uomo un amico, e solo dopo un certo tempo capiamo cosa voleva dirci tramite lui.

   Ho dedicato ad Anna la poesia “Sbrighiamoci…”. Adesso essa è molto popolare. Si adatta alle nozze e ai funerali. Le parole “Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno…” sono diventate un noto aforisma. Recentemente l’ho sentito in sacrestia, dove è entrata una ragazza esclamando: – Voglio il matrimonio. Il più presto possibile. L’ho guardata con sospetto e le ho chiesto: – Perché tanta fretta? – Ha sentito, padre, quel detto: “Sbrighiamoci…”? Ebbene mi sbrigo, perché non mi scappi…Si dice che abbia scritto questa poesia dopo la morte di Anna. Non è vero, l’ho scritta qualche anno prima. Mi rispose con un’altra poesia, a volte conversavamo in versi.

   Un giorno all’improvviso si ammalò di cuore. Andò all’ospedale. Le fecero un’ottima diagnosi, tanto che poté subito tornare a casa. Reggeva nelle mani il certificato medico e con questo certificato è morta. “Mi sono sbrigata, ma non ho fatto in tempo ad amare…” – ecco la risposta di Anna alla mia poesia. L’amore può non essere reciproco. L’amicizia è sempre reciproca, perché altrimenti essa non esisterebbe. L’amicizia di Anna Kamieńska è stata per me un’amicizia non comune. Era un’amicizia soprannaturale. L’unica e più importante amicizia della mia vita, così nobile, così spirituale.

                                                                     ———————–

   Anna Kamieńska studiò filologia classica all’Università di Lublino e debuttò come poetessa nel 1945 sul settimanale “Odrodzenie” (“Rinascita”). Ha lasciato molte raccolte poetiche, racconti, saggi, traduzioni e alcuni libri per la gioventù, uno dei quali è “Książka nad książkami” (“Il libro dei libri”), uscito nel 1985. E’ una raccolta di racconti il cui tema è il Vecchio Testamento. Lo compongono 98 brevi capitoli (10 dei quali sono Salmi) dedicati a personaggi ed episodi di questa parte della Bibbia. Anna Kamieńska ne accentua gli aspetti umani, creando attorno alle varie figure un’atmosfera di grande lirismo e di partecipazione emotiva. Lo stile discorsivo e il linguaggio semplice ne fanno un testo in grado di offrire ai giovani un modo nuovo e avvincente di familiarizzarsi con il mondo e con il messaggio del Vecchio Testamento. Questo libro offre inoltre la misura della profonda conoscenza della storia e delle tradizioni ebraiche da parte della scrittrice – notabene Polacca al cento per cento – nonché del suo sincero amore per le stesse.

   Più volte premiata sia in Polonia che all’estero per la sua produzione letteraria, Anna Kamieńska è senza dubbio una delle figure più rappresentative della letteratura polacca del dopoguerra. Elemento dominante della sua creazione è l’umanitarismo, un’attenta sensibilità per le vicende e gli affanni umani, il desiderio di comprendere e di commiserare i più deboli e coloro che hanno bisogno di aiuto, espresso con una sincera fede nel ruolo sociale della parola poetica, nella forza redentrice della poesia. Vi si avverte un atteggiamento di solidarietà con l’uomo come essere sociale e biologico (frequenti i motivi della nascita e della morte), la tendenza a ricercare le fonti di un ordine morale permanente e dei valori estetici, soprattutto nella tradizione antica e cristiana, nonché nella cultura popolare.

   Un’intensa percezione del mondo, dell’ambiente, del fascino della vita, della natura, della ricchezza dell’esistenza e della sua mutabilità – ecco la sfera dell’ispirazione poetica di Anna Kamieńska. In questa mutabilità la poetessa cerca forme e leggi stabili che consentano di raggiungere l’armonia interiore. Motivi importanti di questa lirica sono quelli della famiglia, dei genitori, della madre, della maternità, nei quali la poetessa scorge la base dei sentimenti umani. Mezzo per superare il dramma della sofferenza e della morte  diventa l’amore – come forza naturale e biologica, l’amore destato dall’intensità dei sentimenti.

 

Ed ecco alcune poesie di Anna Kamieńska nella mia versione.

 

 

        Sbrigati…

       Sbrigati

        forse riuscirai ancora a dire

       cosa sonnecchia

        in un grande silenzio

        sbrigati

        forse riuscirai ancora ad amare

        ciò che sembra soltanto uno spazio

        sbrigati     

        forse riuscirai ancora a leggere

        una pagina del libro che si chiude

        sbrigati

        forse il tuo desiderio sarà ancora così forte

        che toccherai e sparirai al tocco

        ma sbrigati

 

 

 

 

 

 

La Pietà polacca

neve neve neve ed io

ho sui ginocchi il bimbo

d’un minatore fucilato

uno studente ucciso a randellate

ho le mani colme di morte

mi dondolo su di loro

la mia fronte tocca le fronti brinate

sono prigione io stessa imprigionata

come nel sonno non ho la borsetta

con i buoni per il banchetto funebre

cosa farò senza il permesso di vivere

senza passaporto senza kennkarte (1)

sospettata di ultima libertà

di soffrire

non ho in bocca né un grido

né saliva né bestemmia

solo l’ostia amara del silenzio

sulla lingua

 

(1)   Lasciapassare rilasciato dai nazisti

 

 

 Di me stessa

Sembra che mi stia spogliando di tutto

scrivo versi semplici come per bambini

e ancora mi pesa soltanto

il finto travestimento da vecchia

 

A lungo ho cercato la parola

ed era lì sottomano come cucchiaio

Sempre ho saputo cos’è più importante

più importante è l’amore

 

Questo scrivo quando sono andati tutti

persino lo sconforto se n’è andato

Ora potrei come l’aria

marcare in me stessa mari alberi e monti

 

Ora potrebbero attraverso me brillare

le erbe e volare le api

Logorarmi fino a tale trasparenza

che il gabbiano scorga attraverso me il guizzo del pesce

 

Nulla mi spaventa

perché il futuro più non mi serve

Del resto la parola amo

può averla soltanto il presente

 

Cos’altro

di me

Questo

è tutto

 

Morirò tutta

Non mi cerco nel verso

mi celo più in fondo

 

Non porto la metafora

come un cappello piumato

 

Invito a tavola gli amici

e i nemici più fedeli ancora

 

Morirò tutta ma da una parola dopo di me

crescerà l’albero del silenzio

 

E sopra lo strepito del mondo

sporgerà un attonito ramo

 

Non ci sono cose grandi

 

       Non ci sono cose grandi tranne quelle che sono piccole

e nulla è così importante come ciò che non è importante

come quando una madre mortalmente malata

sussurra là nella dispensa la marmellata per te

 

Il pino

 

Non ho scelto un solo elemento

li ho scelti tutti in un albero solo

aria terra fuoco acqua

nell’albero snello in cui infilavo

la nudità del sogno amore morte e pudore

ed esso ha preso il volo

e il cielo ha invaso col setaccio dei suoi rami

la terra ha stretto fra gli artigli

l’acqua ha lappato celando nel profondo

il fuoco dell’olocausto

oh come trasalì con tutti gli elementi

quando la fredda scure provò sulla pelle

come se si destassero in lui i lampi

dei temporali di primavera danzanti lungo il tronco

quasi segnali telegrafici

 

O pino dell’infanzia o mia casa abbattuta

o mia croce morente sotto il peso del corpo

 

 

 

 

 

Per

 

Per eludere la solitudine

per non pensare come giungere alla sera

per differire il verdetto dell’incurabile morte

per smarrirsi nella calca dei respiri

per dimenticare l’astuzia e il tradimento

per vedere dei felici e dei torturati

i baci e il pestaggio coi cavalli

per mescolare insieme passato e futuro

sperando che da essi sorga il presente

per celarsi allo sguardo dell’Ignoto

per non attendere una telefonata

per rinviare il tormento di stendere giudizi

per non sapere se fuori piove oppure nevica

perché il sole tramonti senza di noi

ossia senza alcun nostro aiuto

per ridurre al silenzio i pettegoli giornali

e il cuore che si affretta alla meta

per vivere non vivendo

partire non partendo

 

Per questo sediamo in un cinema con gli occhi asciutti

con un piatto respiro come se non ci fossimo

 

Povero corpo

 

Abbi pietà del povero corpo

perché è il più prossimo

dei tuoi prossimi

più strettamente unito a te

della donna

Ormai non sai più

dove finisce il corpo

dove cominci tu

 

Come bue e somaro

porta il tuo giogo

tollera la storpiatura la vecchiaia e va oltre

E’ lui che cerca il guado nel fiume del tempo

Il tempo che te stesso aggira

 

Povero corpo

il mondo intero ti offre da cinque finestre

e tu a lui per grazia da mangiare e da bere

e gli vieti il calore della mano umana

che financo il bue sente sul suo collo

 

Merita pietà la tua casa corporale

non aborrire la sua fedeltà sudata

Se è vero che in Dio c’è giustizia

anche la mite bestia del corpo sarà redenta

 

Poesia

 

La signora Zofia

Małynicz

grande attrice

corre con un impeto di bontà

con la foga nel cuore

da un’inferma con l’anca fratturata

a una morente di cancro in ospedale

Là toglie dall’argentea fronte il cappellino

gualcendo nelle mani la tremarella di trina

e all’inferma si rivolge coi miei versi

 

No no signora Zofia

non c’è nei miei versi

in tutta la nostra poesia una sola parola

per i morenti

ossia per tutti

 

Pane madre erba terra

qui non occorre molto

eppure ogni parola si spegne

come lampadina incurabilmente fulminata

 

Siamo morti le nostre parole sono morte

non siamo là dove cammina la limpida signora

Zofia dove per giunta dicono non c’è più speranza

 

Mi vergogno fino alla punta dei capelli

fino alle desinenze dei versi

fino a tutte le battute troppo facili

fino alle complicazioni inutili

pane madre erba terra

frutta silenzio acqua

 

O acqua viva acqua purificaci prima che sia tardi

dalla grande menzogna

che poesia non è

 

Preghiera di Lech Wałęsa in prigione

 

Madre Santa non ho più la piastrina

col tuo volto di Częstochowa

piangente nella neve di dicembre

E’ penetrata nell’intimo

assieme al dolore che c’è stato inferto

Di colpo T’hanno spinto in fondo all’anima

Là Ti ritrovo là m’inginocchio

con il popolo tradito martoriato

e là in silenzio veglio, veglierò

senti?: in me battono milioni di cuori

questa è la nostra supplica finché viviamo

Madre Santa Madre mia

Madre della nostra Madre natìa

dacci la forza di sopportare

dacci il bagliore della libertà e del vero

e perdona i nostri persecutori

quando noi non potremo

 

(Tutte le versioni sono di Paolo Statuti)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti 

 

 

Annunci

2 Risposte to “Jan Twardowski e Anna Kamienska”

  1. aforismi d'amore ottobre 4, 2014 a 5:28 am #

    Ciao սna mia collega mi ha twittato la urll
    di questo blog e sono venuta a vedeere se realmente merita.

    Mi piace molto. L’ho agցiunto trra i preferiti.
    Bellissimο sito e template spettacolare

  2. Tammy luglio 16, 2016 a 8:24 am #

    Olaa una mia amicаa mi ha twittato l’indirizzo Ԁі queѕto booց e sono
    passatɑ a vedeгe com’è. Mi piacе paгecchio. Subio messo tra i preferiti.

    Bellissimo blkց e grafica eccezionale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: