Boris Pasternak

4 Feb

Boris Pasternak (1890-1960) interpretato da Paolo Statuti

“Dov’è colui che fino in fondo ha capito Pasternak?…Egli è segretezza, allegoria, cifrario…” (Marina Cvetaeva)

“La poesia è quell’altezza che supera tutte le gloriose Alpi, e che si trova nell’erba, sotto i piedi, cosicché occorre soltanto chinarsi per vederla e coglierla.” (Boris Pasternak)

Borìs Pasternak

Borìs Pasternak

Definizione della poesia

E’ il fischio sparso all’improvviso,

Il crepitìo dei ghiaccioli,

La notte che gela la foglia,

Boris Pasternak

Il duello di due usignoli.

 

E’ il pisello inselvatichito,

Il pianto del cielo nei baccelli,

Figaro dai leggii e dai flauti

Che sulle aiole cade a granelli.

 

E’ tutto ciò che alla notte importa

Trovare nei fondali profondi,

E una stella portare nel vivaio

Sui palmi bagnati e tremebondi.

 

Più piatta d’una tavola è l’afa,

Il firmamento è sommerso di ontano,

Alle stelle si addice ridere,

Ma l’universo è sordo e lontano.          (1917)

 

 

*  *  *

Tu sei nel vento che con un rametto

Prova – il coro degli uccelli canterà?

E’ inzuppato come un passerotto

Il frutice di lillà!

 

Le gocce hanno il peso dei fermagli,

E il giardino abbaglia sempre più,

Spruzzato, grondante

Un milione di lacrime blu.

 

Dalla mia ansia nutrito

E da parte tua spinato,

Con mormorii e profumi,

Questa notte il giardino è rinato.

 

Tutta la notte un tictac alla finestra,                    

Sulle persiane un battito accanito.                        

Ad un tratto un rancido alito                                   

E’ corso attraverso il vestito.    

Destato dal magico elenco

Di quei tempi e pseudonimi,

Il giardino abbraccia questo giorno

Con gli occhi degli anemoni.

(1917)

                            

 Amleto

 

Cessa il brusìo. Sono sulla scena.

Alla porta appoggiato,

Colgo in un’eco lontana

Ciò che mi sarà dato.

 

Su di me l’oscurità è stesa

Con mille binocoli a fuoco.

Allontana da me,  Abba Padre,

Questo calice, ti invoco.

 

Amo il tuo proposito ostinato

E accetto di fare questa parte.

Ma ora va in scena un altro dramma,

E questa volta mettimi in disparte.

 

Ma sono state decise le azioni,

E finirà il cammino, non c’è scampo.

Sono solo, tutto è nell’ipocrisia.

Vivere non è attraversare un campo.

 

(1946)  (da: Il Dottor Zhivago)

 

 Primavera

 

Io dalla strada, dove i pioppi sono sorpresi,

Dove la distanza teme e una casa è insicura,

Dove l’aria è azzurra, come l’involto dei panni

Di chi è uscito da una casa di cura.

 

Dove la sera è vuota, come un racconto sospeso,

Lasciato da una stella senza prosecuzione

Per lo stupore di mille occhi chiassosi,

Senza fondo e privi di espressione.

 

(1918)

 

 *  *  * 

In ogni cosa io voglio arrivare

Alla parte essenziale.

Nel lavoro, nella strada da fare,

Nel cruccio che il cuore assale.

 

All’essenza dei passati momenti,

Alle ragioni primiere,

Al midollo, fino ai fondamenti,

Alle radici più vere.

 

Senza sosta il filo percepire

Degli eventi e dei fati,

Vivere, pensare, amare, sentire,

Gioire d’incontri svelati.

 

Oh, se io soltanto potessi,  

Anche se solo per metà,

Scriverei almeno otto versi

Sulla passione, in profondità.

 

Sui peccati, sulle violazioni,

Corse, inseguimenti vani,

Sorprese e impreviste azioni,

Sui gomiti, sulle mani.

 

Tutte le sue leggi stabilirei,

I suoi principi capitali,

E dei suoi nomi ripeterei

Le loro iniziali.

 

Pianterei i versi come giardini.

Con ansia e tremore

In fila e tra loro vicini –

In essi i tigli in fiore.

 

Nei versi metterei respiri di rose,

E respiri di ginestra,

Prati, fieno, notti rugiadose,

E i rombi della tempesta.

                                                                                  

Così Chopin una volta ha messo

Nei suoi studi-portento                          

Di boschi e tombe l’alito sommesso,                    

I sospiri del vento.

Della vittoria così conquistata

Gioco e tormento indifeso –                                                 

La corda fortemente tirata

Dell’arco teso.

(1956)                                                                                        

*  *  *

 

Nessuno sarà in casa,

Tranne la fioca luce,

Un giorno d’inverno,

Dalle tende socchiuse.

Soltanto delle zolle bianche

Rapido balenò il volano.

Soltanto tetti, neve e 

Qualcuno cercherai invano.

E di nuovo la brina farà ricami,

E mi prenderà lo sconforto

Dei fatti di un altro inverno

E dell’anno trascorso.

E di nuovo mi crucceranno

Per una colpa ancora non tolta,

E la fame del legno attanaglierà

La finestra fino alla volta.

Ma all’improvviso con un brivido

Dalla porta irruzione farai.

Coi passi il silenzio misurando,

Tu, come il futuro, entrerai.

Ti vedrò sulla soglia,

Senza fronzoli vestita di bianco,

Di qualcosa proprio dei tessuti

Da cui i fiocchi si fanno.

(1931)

 

 Febbraio

Febbraio. Trovare l’inchiostro e piangere!

Scrivere di febbraio a bufera,

Finché il tempaccio tonante

Arderà di cupa primavera.

Trovare una carrozza. Per pochi soldi,

Tra campane e ruote cigolanti,

Portarsi là, dove l’acquazzone

E’ più rumoroso di inchiostro e pianti.

Dove, come pere carbonizzate,

Dagli alberi migliaia di cornacchie

Si lanciano nelle pozze e gettano

Una secca tristezza in fondo agli occhi.

Sotto di essa i neri punti disgelati,

E il vento dai gridi è percorso,

E quanto più casuali, tanto più veraci,

Sono i versi composti a dirotto.

(1912)

I rondoni

Non hanno forza i rondoni serali

Per fermare l’azzurra frescura,

Che ha lasciato i petti chiassosi

E si versa, senza traccia che dura.

E non hanno i rondoni alcunché,

Perché sia trattenuto lassù

Il loro grido eloquente: vittoria,

Guardate, la terra non c’è più!

E bollendo come bianca sorgente,

Si allontana l’umido iracondo, –

Guardate, non c’è posto per la terra

Dai lembi dei cieli al dirupo più fondo.

(1915)

 

*  *  *

Anche oggi mia sorella la vita in piena

S’è infranta su tutti come pioggia di primavera,

Ma la gente coi ciondolini è assai burbera

E con grazia morde, come serpe nell’avena.

I più anziani in questo hanno i loro argomenti.

Senz’altro, la tua argomentazione è strana,

Che nel temporale gli occhi e le zolle siano lilla

E l’orizzonte profumi d’umida genziana.

Che a maggio, quando l’orario dei treni,

Passando per Kamyshin, leggi nel coupé,

Esso sia più grandioso della sacra scrittura

E dei neri di polvere e tempeste canapè.

Che appena il freno s’imbatterà, latrando,

In pacifici coloni in una remota vigna,

Dai giacigli guardino se sia la mia stazione,

E il sole, tramontando, mi compatisca.

E con incessanti scuse: mi dispiace, non è qui,

Sciabordata nella terza, prende il largo la campanella.

Sotto la tendina si sente la notte che brucia

E si frange la steppa dai gradini a una stella.

Ammiccando, ma dormono chissà dove placidi,

E come fata morgana dorme anche la diletta,

Mentre il cuore, guazzando qua e là,

Gli sportelli del vagone nella steppa getta.

(1917)

 

 Bosco autunnale

Il bosco autunnale s’è chiomato.

In esso ombra, sonno e quiete.

Scoiattolo, picchio e civetta,

Dal suo sonno non lo desterete.

E il sole per i viottoli autunnali

Entrando in esso a fine giornata,

Intorno sbircia con apprensione,

Se non ci sia una tagliola celata.

In esso pantani, tremule e gibbosità,

E muschi e macchie d’ontano,

E là, oltre il terreno fangoso,

Cantano i galli da lontano.

Un gallo il suo grido strombazzerà,

Poi di nuovo una lunga interruzione,

Come fosse intento a meditare

Che senso abbia quella intonazione.

Ma in un cantuccio remoto

Un vicino prenderà a chicchiriare.

Come sentinella nella garitta,

Il gallo la sua risposta vuole dare.

Essa risonerà come un’eco,

Ed ecco che insieme tutti i galli,

Segneranno con la gola come biffa,

I quattro punti cardinali.

Dopo l’appello del gallo

Si aprirà il bosco alle estremità,

E i campi, la distanza e il blu dei cieli

Come fossero cosa nuova esso rivedrà.

(1956)

 

 *  *  *

Come cenere bronzea di braciere,

Il giardino assonnato sparge calabroni.

Al livello mio e della mia candela

I mondi fiorenti penzoloni.

 

E, come in una fede inaudita,

In questa notte poter passare,

Dove la betulla tarlata-grigia

Ha coperto il confine lunare,

Dove lo stagno è un segreto svelato,

Dove sussurra la risacca del melo,

Dove il giardino su palafitte è posato

E regge davanti a sé il cielo.

(1912)

 

 *  *  *

Essere famosi non è bello.

Non questo può sollevare.

Non serve tenere archivi,

Sui manoscritti sospirare.

Scopo del comporre è la dedizione,

Non il clamore, non il vanto.

E’ indegno, non significa niente,

Che di noi, tutti parlino tanto.

Ma vivere senza impostura,

Vivere per trarre a sé infine

Tutto l’amore dello spazio,

Sentire l’appello dell’avvenire.

E lasciare i punti in bianco

Nella sorte, non tra le carte,

Luoghi e capitoli della vita

Sottolineare a parte.

 

E immergersi nell’incognito,

Celare i propri passi in esso,

Come fa un luogo nella nebbia,

Quand’è immerso in un buio pesto.

 

Altri dietro le vive impronte

Seguiranno la via da te seguita,

Ma non tu devi distinguere

La vittoria dalla sconfitta subita.

E non devi neanche di un’inezia

Rinunciare al tuo onore,

Ma essere vivo, vivo sempre

E soltanto, fino alle ultime ore.

(1956)

 

 Musica

La casa si ergeva come torre.

Su per la stretta scala

Portavano il pianoforte due forzuti,

Come sul campanile una campana.

Trascinavano in alto il pianoforte

Sulla vastità del mare urbano,

Come le tavole dei comandamenti

Su un pietroso altipiano.

Ed ecco nel salotto lo strumento,

E la città nel sibilo, nel chiasso,

Come sott’acqua al fondo dei miti,

E’ rimasta sotto i piedi in basso.

L’inquilino del sesto piano

Guardò la terra dal balcone,

Come reggendola sulle mani

E dominandola a buon ragione.

Tornato dentro egli attaccò

Non un pezzo di chiunque altro,

Ma un’idea propria, un corale,

Un brusìo di messa, un boschivo canto.

Lo scroscio degli improvvisi portava

La notte, la fiamma, le botti rombanti,

La vita della strada, le ruote stridenti,

La sorte di chi vive lungi dagli altri.

Così di notte, al lume di candela, in cambio

Del semplice candore del passato,

Il suo sogno annotava Chopin

Sul nero leggìo di legno intagliato.

Oppure, oltrepassato il mondo                              

Di quattro generazioni, era                                      

Sui tetti delle case cittadine –                              

Il volo delle valchirie come bufera.                       

O la sala del conservatorio

In una baraonda pazzesca                                                                                      

Fino al pianto Čajkovskij agitava

Col destino di Paolo e Francesca.

(1956)

*  *  *

Negli anni un giorno o l’altro in un concerto

Mi soneranno Brahms, – proverò la nostalgia.

Trasalirò, ricorderò l’unione di sei cuori,

I passeggi, i bagni, l’aiola di casa mia.

La fronte dritta della pittrice, timida come sogno,

Con un sorriso mite, un beato sorriso,

Un sorriso immenso e chiaro, come globo,

Il sorriso della pittrice, la fronte e il viso.

Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,

Ricorderò l’acquisto di provviste e grano,

I gradini del terrazzo e l’arredo delle stanze,

Mio fratello, mio figlio, l’aiola, l’ontano.

La pittrice macchiava l’erba coi colori,

Le cadeva la tavolozza, metteva nelle tasche

Gli arnesi da disegno e i pacchetti di veleno,

Che si chiamano «Basma» e promettono l’asma.

Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,

Ricorderò l’ostinata sterpaglia, l’ingresso e il tetto,

Il balcone semioscuro e il vivaio delle stanze,

Il sorriso, le ciglia, la bocca e l’aspetto.

E di colpo avrò gli occhi umidi di pianto

E sarò zuppo prima ancora d’essermi sfogato.

Dalle fessure usciranno i dintorni, i volti,

Gli amici, la famiglia, l’amaro passato.

E cinto il canto, come si cinge un albero,

Formeranno un cerchio sul prato intermezzo,

Come ombre, quattro famiglie gireranno

Con un puro, come l’infanzia, motivo tedesco.

(1931)

 

 Poesia

Poesia, io giurerò su di te

E finirò dopo aver perso la voce.

Non sei un portamento eloquente e bello

Ma sei l’estate in un posto di terza classe,

Tu sei un sobborgo e non un ritornello.

Tu – afosa come via Jamskaja a maggio,

La ridotta a Shevardino di notte,

Dove le nuvole emettono lamenti

E separatamente vanno a frotte.

E nell’intreccio dei binari duplicandosi, –

Un sobborgo e non un ritornello –

Strisciano dalle stazioni verso casa

Non con un canto, ma con sconcerto.

Le gemme della pioggia affondano in grappoli

E a lungo a lungo fino a prima mattina

Abborracciano dai tetti il loro acrostico,

Mettendo le bollicine in rima.

Poesia, quando sotto il rubinetto c’è un truismo,

Vuoto come lo zinco del secchio, nulla più,

Anche allora il getto è lo stesso,

Il quaderno è aperto, – scorri giù!

(1922)

I pini

Nell’erba, tra selvatiche balsamine,

Matricarie e ninfee silvestri,

Noi sdraiati, le mani dietro incrociate

E al cielo rivolte le teste.

 

L’erba nel viale dei pini

E’ impenetrabile e folta.

Ci guarderemo – e di nuovo

Cambieremo luogo e posa.

 

Immortali per qualche tempo,

Nel quadro dei pini annoverati,

Dai dolori, dalle epidemie

E dalla morte siamo liberati.

 

Con intenzionale monotonia,

L’azzurro spesso, come pomata

Si spalma con riflessi a terra

E le maniche ci imbratta.

 

Noi dividiamo il riposo del pineto,

Presso un brulichio di formiche denso

Respirando la sonnifera miscela

Del pino – limone misto a incenso.

 

E son così furiose nell’azzurro

Le rincorse dei tronchi infocati,

E noi a lungo le mani terremo

Sotto le teste sollevate,

 

E c’è tanta ampiezza nello sguardo,

E tutto è così docile, che il mare

Da qualche parte dietro i tronchi

Senza sosta mi appare.

 

Là le onde son più alte dei rami,

E, cadendo da un masso a precipizio,

Scagliano una grandine di granchi

Dal torbido fondo.

 

E di sera dietro il rimorchiatore

Sulle cortecce il tramonto s’è posato

E si tinge di olio di pesce

E di vapore d’ambra offuscato.

 

Annotta, e a poco a poco

La luna spiana ogni traccia

Sotto la bianca magia della spuma

E la nera magia dell’acqua.

 

E le onde son più chiassose e alte,

E il pubblico sul galleggiante si attarda,

Si affolla sotto un manifesto,

Illeggibile in lontananza.

 

1941

 

 

 Nel bosco

I prati erano offuscati dal caldo lilla,

Nel bosco turbinava un buio di cattedrale.

Che restava loro al mondo da baciare?

Esso tutto era loro, come morbida cera da plasmare.

 

C’è un sonno tale, – non dormi ma soltanto sogni,

Che desideri il sonno; che sonnecchia un uomo,

Cui attraverso il sonno ardono sulle ciglia

Due neri soli pulsanti sotto le palpebre.

 

Scorrevano i raggi. Scorrevano scarabei lucenti,

Il vetro delle libellule vagava per le guance.

Era pieno il bosco d’uno scintillio minuzioso,

Come sotto le pinzette dell’orologiaio.

 

Sembrava essersi assopito al tic-tac delle cifre,

Mentre in alto, nell’ambra asprigna,

Le ore più provate nell’etere

Qualcuno sposta secondo il calore.

 

Le spostano, scuotono gli aghi

E seminano l’ombra, affaticano e forano

Il buio dell’alberatura, che si è innalzato,

Al languore del giorno, sull’azzurro quadrante.

 

Sembrava che l’antica felicità volteggiasse,

Sembrava – il bosco preda del tramonto dei sogni.

I felici non guardano l’ora.

Ma quei due, sembrava che dormissero soltanto.

 

1917

 

 La strada

Ora la ripa, ora la forra profonda,

Ora diritta e dietro la svolta

Serpeggia a nastro la strada

Sempre avanti rivolta.

 

Secondo la prospettiva

Lungo i campi adiacenti

Corrono svolte lastricate,

Fango e polvere – assenti.

 

Attraversa l’argine la strada,

Senza indugio verso lo stagno,

Che una nidiata di anatre

A nuoto sta passando.

 

Avanti, ora in alto ora in basso,

L’arteria diritta si distende,

Come solo nel tempo della vita

Lanciarsi in alto continuamente.

 

Tra mille fantasmagorie,

Tra luoghi e tempi diversi,

Tra ostacoli e sostegni

Corre alla meta con essi.

 

La meta è tra gli ospiti e in casa –

Provare e passare tutto quanto,

Come rivivono lontano le pieghe

Della strada che scorre accanto.

 

1957

 Valzer con lacrima

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Appena uscito dal bosco o dalla tormenta!

I rami sono ancora nell’impaccio.

I fili pigri, senza trambusto.

Lentamente sul corpo rilucendo,

Pendono come canutiglia d’argento.

Sotto il velo d’un lenzuolo è il fusto.

 

Copritelo d’oro, rendetelo contento, –

E non batterà le ciglia, ma pudico e modesto

In una lamina lilla e di azzurro smalto

Per sempre nella mente resterà impresso.

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Tutto nella ragnatela e nell’ombra immerso!

 

Soltanto nella prova stelle e bandiere,

E nei dolcetti non hanno versato il malaga.

Le candele non sono candele, sono

Matite del trucco, e non faville.

E’ l’artista che ha il batticuore

Tra i suoi cari nella serata d’onore.

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Davanti alle quinte tra i parenti!

 

Al melo – le mele, all’abete le pigne.

Solo non a questo. Questo rimanga in pace.

Esso è di un taglio del tutto diverso.

 

Esso è stato notato, è un eletto.

La sua sera durerà in eterno.

I proverbi non lo spaventano affatto.

Gli si prepara un destino inconsueto:

 

Nell’oro delle mele, come profeta verso il cielo,

Come ospite ardente si leverà fino al soffitto.

Ah, come io l’amo nei primi istanti,

Quando dell’abete parlano tutti quanti!

 

1941

I mughetti

Afa dal mattino. Ma scosta

Gli arbusti, e il greve mezzodì di colpo

Con tutta la massa crepiterà di dietro,

Frantumandosi sotto il diamante.

 

Si sminuzzerà in spigoli e raggi,

In un mazzo di facce tremanti,

Come quando una cassa di vetro

Piomba a terra da una spalla sudata.

 

Copertosi con la notte sui cardini,

Qui il biancore annerisce col carbone.

Come indescrivibile novità

La primavera qui è fiabesca come Uglič.

 

La strage spietata dell’afa

Qui non si caccerà dal margine.

Ed ecco tu entri nel betulleto,

Voi vi fissate l’un l’altro..

 

Ma tu sei già avvertito.

Dal basso qualcuno vi osserva:

L’umido burrone dell’arida pioggia

Dei roridi mughetti è rivestito.

 

Si è staccato e sollevato,

Sospeso a grappoli di gocciole,

A un dito, a due dalla foglia,

A un dito e mezzo dal rizoma.

Frusciando silenziose come seta,

Come pelle di daino aderiscono le sue spate,

Tutta l’oscurità del boschetto insieme

Le sceglie per farne dei guanti.

 

1927

 

La stazione

O stazione, cassaforte

Dei miei commiati, incontri e commiati,

Fedele amica e consigliera,

Non finirei mai di lodarti.

 

Accadeva – tutta la mia vita in una sciarpa,

Il convoglio è già pronto per l’imbarco,

E divampano le museruole delle arpie,

Offuscandoci gli occhi col vapore.

 

Accadeva – mi siedo e subito

Sono spacciato. Mi stringo e mi scosto.

Addio, è ora, gioia mia!

Ora salterò giù, conduttore.

 

Accadeva – si apre l’occidente

Nelle manovre del maltempo e delle traverse

E si mette a ghermire i fiocchi,

Per non cadere sotto il respingente.

 

E si smorza un fischietto ripetuto,

E da lontano replica un altro,

E il treno getta sui binari

La sorda bufera a più gobbe.

 

Ed ecco il crepuscolo più non resiste,

Ed ecco già, dietro il fumo,

Si sollevano il campo e il vento, –

Oh, fossi anch’io nel loro numero!

 

1913, 1928

 

Improvvisazione

 

Io nutrivo uno stormo di tasti dalla mano

In un battere d’ali, tra garriti e tonfi.

Io tesi le mani, mi alzai sulle punte dei piedi,

La manica si avvolse, la notte si strofinò sul gomito.

 

Ed era buio. E c’erano lo stagno e le onde. –

E sembrava che striduli, neri, robusti becchi

Gli uccelli della razza vi amo

Avrebbero ucciso, prima che morissero.

 

E c’era lo stagno. Ed era buio.

Ardevano le ninfee con la pece di mezzanotte.

E il fondo della barca era rosicchiato

Dall’onda. E si azzuffavano gli uccelli sul gomito.

 

E la notte sguazzava nelle gole degli argini,

Sembrava – un uccellino non era stato ancora nutrito,

E le femmine avrebbero ucciso, prima che morissero

I gorgheggi nella stridula, contorta gola.

 

1915

 

 

I galli

 

Tutta la notte l’acqua lavorava senza respiro.

La pioggia fino all’alba bruciava olio di lino.

Ed esce il vapore da sotto un coperchio di gigli,

La terra è fumosa, come una pentola di cavoli.

 

Quando l’erba, scotendosi, salterà su,

Chi esprimerà la mia paura alla rugiada

Nell’ora in cui canterà il primo gallo,

Seguito da un altro, e poi da tutti insieme?

 

Scorrendo gli anni per nome,

Chiamando a turno l’oscurità,

Essi cominceranno a predire un mutamento

Alla pioggia, alla terra, all’amore – a tutto, a tutto.

 

1923

 

Dopo il temporale

E’ piena l’aria del temporale passato.

Tutto rivive, tutto respira come in paradiso.

Con tutta l’effusione dei grappoli lilla

La serenella assorbe un getto di frescura.

 

Tutto è vivo col mutamento del tempo.

La pioggia invade le grondaie dei tetti,

Ma sempre più chiari sono i passaggi del cielo,

E lo spazio dietro la nube nera è azzurro.

 

La mano di un pittore con più forza ancora

Da ogni cosa toglie polvere e sporcizia.

Dalle sue tinte trasfigurate emergono

La vita, la realtà e la vera storia.

 

Il ricordo di mezzo secolo fugge via

Come il temporale già passato.

Il secolo è uscito dalla sua tutela.

E’ ora di far largo alla nuova vita.

 

Non i traumi né i rivolgimenti

Sgombrano la strada al futuro,

Ma le rivelazioni, le tempeste, la prodigalità

Dell’anima infiammata di qualcuno.

 

Luglio 1958

 

 *  *  *

Qui è passata la segreta unghia dell’enigma.

– E’ tardi, dormirò, all’alba leggerò e capirò.

E finché non mi sveglieranno, appassionare l’amata –

Come a me non è dato a nessuno.

 

Come io ti appassionavo! Perfino col rame delle labbra

Appassionavo, come le tragedie appassionano la sala.

Il bacio era come l’estate. Esso indugiava e indugiava,

Ma poi scoppiava la tempesta.

 

Beveva come gli uccelli. Sorbiva fino a languire.

Le stelle a lungo con la gola nell’esofago stillano,

E gli usignoli stralunano gli occhi con un fremito,

Asciugando goccia a goccia il firmamento notturno.

 

1918

 

 Il vento

 

Io sono morto, ma tu sei viva.

E il vento, con pianti e lamenti,

Scuote il bosco e la nostra dimora.

Non ogni pino singolarmente,

Ma tutti gli alberi insieme

Con tutta l’infinita lontananza,

Come canestri di velieri

Sulla liscia superficie della baia.

E questo non per baldanza

O per furia senza uno scopo,

Ma per trarre nella tristezza per te

Parole per una ninnananna.

 

1953

 

 

*  *  *

La finestra, il leggio e, come burroni di eco, –

I tappeti sono pieni di melodie suonate. In essi

C’è il non dicibile. Qui felicemente

Con l’esecuzione gli autori hanno prosperato.

 

La finestra non a due imposte alla breve,

Ma più larga, – a tre: a tempo di tre mezzi.

La finestra e il cortile, e gli alberi bianchi,

E la neve, i rametti, – candelabro a cinque fiamme.

 

La finestra, e la notte, e come il polso la brina batte

Nei rami, – nei nodi di vene delle tempie. La finestra,

E il bosco azzurro di linee pendenti di note,

E il cortile. Qui viveva un mio amico. Tanto tempo fa

 

Da qui io guardavo oltre il cerchio della Siberia,

Ma l’amico stesso era una città, come Omsk

E Tomsk, – era un cerchio di guerre e di tregue

E un cerchio di virtù, occupazioni e conoscenze.

 

E spesso, molto spesso, la notte pensando a lui,

Aspettavo l’alba presso la finestra a tre imposte.

E con un triste concerto di morti rumori

Il cortile frugava nelle sue gelide viscere.

 

 

E io misuravo con una misura e mezza

La sorte e la vita che non hanno misura,

E nell’anima, come nell’infanzia, come una prima,

Di nuovo si dava del grande cielo l’esempio ventoso.

 

1931

 

Anima

Anima mia, dolente

Per tutti i miei cari!

Sei diventata il sepolcro

Dei torturati vivi.

 

I loro corpi imbalsamando,

Dedicando loro un verso,

Piangendoli

Con la gemente lira,

 

Tu nel nostro tempo egoista

Per coscienza e per paura,

Sei come urna sepolcrale,

Che le ceneri protegge.

 

I loro tormenti congiunti

Ti hanno prostrata.

Tu odori di polvere

Di morti e di tombe.

 

Anima mia, necropoli,

Tutto ciò che hai visto qui,

Hai macinato, come mulino,

Hai mutato in un miscuglio.

 

Continua pure a macinare

Tutto ciò che è stato per me,

Da quasi quarant’anni –

In humus cimiteriale.              

 

(1956)

 

 

 Un’alba più afosa ancora

 

Tutta la mattina un colombo tubava

Alla tua finestra.

Sugli scolatoi,

Come maniche di umide camicie,

S’intorpidivano i rami.

Piovigginava. Lievi le nubi

Scorrevano sul mercato polveroso,

E sulla bancarella la tristezza

Cullavano con una

Ninnananna.

Le supplicavo di smettere.

Sembrava che smettessero.

L’alba era grigia, come lite negli arbusti,

Come voci di carcerati.

 

Supplicavo di approssimare l’ora

In cui dietro la tua finestra

Come ghiacciaio di montagna

Infuria un catino,

E un canto fatto in pezzi,

Il calore d’una guancia sognata e la fronte

Nel vetro ardente come ghiaccio, si versano

Sulla mensola della specchiera.

Ma l’altezza dietro le voci sotto il vessillo

Delle scorrenti nubi

Non sentiva la supplica

Nel silenzio innevato,

Bagnato, come un pastrano,

Come polverosa eco di trebbiatura,

Come chiassosa lite negli arbusti.

 

Io le pregavo –

Non tormentate!

Non mi va di dormire.

Ma – pioveva adagio e, trotterellando

Scorrevano le nubi sul mercato polveroso,

Come reclute, oltre il podere all’alba,

Si trascinavano non un’ora, non un secolo,

Come prigionieri austriaci,

Come un sommesso rantolo,

Come il rantolo:

«Da bere,

Sorellina».

 

1917

 

 Dopo la bufera di neve

 

La bufera di neve è passata

E di nuovo si stende la quiete.

Nell’ozio mi metto ad ascoltare

Le voci dei bambini oltre il fiume.

 

Forse non ho ragione, ho sbagliato,

E’ stato un abbaglio, ho perso il senno.

Come morta bianca donna di gesso

Cade a terra supino l’inverno.

 

Il cielo dall’alto ammira lo stucco

Delle morte palpebre premute.

La neve copre il cortile e ogni scheggia,

E sull’albero ogni germoglio.

 

Il fiume, la sbarra e la banchina,

Il bosco, le rotaie e il fossato –

Tutto ha preso una forma perfetta,

Senza angoli e senza asperità.

 

Di notte, ormai quasi assopito,

In un afflato balzare dal sofà,

Tutto il mondo porre in un foglio,

Far entrare tutto in una strofa.

 

Sembrano scolpiti i tronchi e i ceppi

E i cespugli sulla riva del fiume,

Sulla carta alzare un mare di tetti,

Tutto il mondo e la città innevata.

 

1957

 

 

 

Marzo

 

Al sole si sudano sette camicie,

E si agita, stordito, il burrone.

Come il lavoro di robusta mandriana,

Fervono le mani della primavera.

 

Langue la neve malata di anemia

Nei rametti inerti di vene azzurrine.

Ma fuma la vita nella stalla delle mucche,

E di salute scoppiano i denti dei forconi.

 

Che notti, che giorni e che notti!

Il ticchettio delle gocce a metà giorno.

I cachettici ghiaccioli dei tetti,

Dei ruscelli insonni il cicaleccio!

 

Tutto è aperto, la scuderia e la stalla.

I colombi nella neve beccano l’avena,

E tutto genera e vivifica

L’odore fresco del letame.

 

1946

 

Nella Settimana Santa

 

Intorno ancora la nebbia notturna.

Ancora nel mondo è così presto,

Che il cielo pullula di stelle

E ognuna, come il giorno, è luminosa,

E se solo la terra potesse,

Dormirebbe il giorno di Pasqua

Alla lettura del Salterio.

 

Ancora intorno la nebbia notturna.

Ancora è così presto nel mondo,

Che la piazza giace coricata

Come in eterno da tutti i lati,

E mille anni ancora la separano

Dall’alba e dal calore.

 

Ancora la terra è completamente nuda,

E di notte essa non ha niente

Per far oscillare le campane

E fare eco ai coristi dall’esterno.

 

E dal Giovedì Santo

Fino al Sabato Santo

L’acqua perfora le rive

E intesse mulinelli.

 

E il bosco è spoglio e scoperto,

E sulla Passione di Cristo,

Come folla in preghiera,

Veglia la turba dei tronchi di pino.

 

Ma in città, in un piccolo

Spazio, come a una riunione,

Gli alberi guardano muti

Le grate della chiesa.

E il loro sguardo è preso dal terrore.

E’ comprensibile il loro sgomento.

I giardini escono dai recinti,

Vacilla il sistema terrestre:

Seppelliscono Dio.

 

E c’è la luce nella porta regia,

E il nero manto, e la fila di candele,

Volti rigati dalle lacrime –

E a un tratto la processione viene

Incontro col lenzuolo tombale,

E due betulle presso la porta

Devono tirarsi da parte.

 

E il corteo gira intorno alla chiesa,

Riempie il marciapiede fino al bordo,

E porta dalla strada sul sagrato

La primavera, le ciarle primaverili

E l’aria che sa di prosfora

E di ebbrezza di primavera.

 

E marzo sparge la neve

Nell’atrio sulla folla degli storpi,

Come se qualcuno fosse uscito

Portando l’arca e l’avesse aperta

Distribuendola a tutti.

 

E il canto dura fino all’alba,

E, dopo aver tanto singhiozzato,

Giungono sommessi dall’interno

Nel luogo vuoto sotto i fanali

Il Salterio e l’Apostolo.

 

 

 

A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,

Avendo udito la voce primaverile,

Che appena tornerà il sereno –

La morte si potrà sconfiggere

Con la sforzo della resurrezione.

 

1946

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

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Una Risposta to “Boris Pasternak”

  1. Line let's Get rich hack settembre 19, 2014 a 12:54 pm #

    I enjoy reading an article that will make people think.
    Also, thanks for allowing for me to comment!

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