Jaroslaw Iwaszkiewicz (1894-1980)

1 Feb

Il poeta polacco che aveva l’Italia nel cuore, interpretato da Paolo Statuti

 

Tarda sera

Notte. Un bicchiere davanti. Quasi più non esisto,

Ma sento ancora il battito subcutaneo dell’orologio,

Jaroslaw Iwaszkiewicz

Che segna coi granuli del sangue il flusso delle onde.

Cigola lentamente la molla, la prima ruggine si posa,

E penso alla giovinezza che lentamente passa ,

Che forse è già passata, non so bene.

E, ciò che resta della mia coscienza volendo estrarre

Guardo i vetri delle finestre di albùgine coperti…

Ho dato la mia vita a quelli che per me vivono,

So che essi mi completano, essi mi moltiplicano.

Uno di loro a Parigi in un misero quartiere

Dorme nella gelida stanza d’un grigio alberghetto.

Si sveglia, di nuovo si assopisce, scuote la testa bruna:

Sogna un tenue carboncino e la nudità del modello,

Che ancora un attimo prima ha tracciato a memoria

Alla fioca lontana luce d’una debole lampadina.

Arde tutto di quel tormento che in me s’è spento,

Brucia, a volte piange, nel sogno invoca la madre.

 

Mai me. Sarà lui a creare tutto ciò

Che racchiudere nella forma riluttante io non potei.

 

Un altro è qui. Dorme come un sasso dalle due,

Esausto e imbrattato. Le mani callose,

E niente interrompe il suo sonno. Nessuna inquietudine.

Freme solo leggermente, perché nel subconscio

Pensa a una giovane graziosa ragazza

Che abita di fronte. Domani tocca alzarsi presto,

Quando è notte ancora e la terra si copre di gelo

E pesano le palpebre sugli occhi assonnati.

 

Sarà lui che eseguirà per me tutto ciò

Che, pigro, io fare non volli.

 

Un altro ancora. E’ il più giovane. Incontaminato,

Nella bianca, lunga camicia dorme con altri

In un grande dormitorio pubblico. Lui non sogna,

Ma assopendosi pensa ai versi e alle parole,

Alle sciabole, ai cavalli e ai cuori fedeli,

Pronti allo scontro, e alla gente infelice,

E a tutta la gente, che gli appare

Come folla grigia e che egli veramente ama.

 

Sarà lui che un giorno lotterà per tutto ciò

Che, codardo, io difendere non osai.

 

(1931)

 

XXXVII

 

Io solamente fingo

Di non aver paura,

Quando di notte vedo

La mia finestra scura.

 

A guardare attraverso

Mi costringo con zelo –

E vedo nubi orrende

E orrende stelle in cielo.

 

E l’albero non lungi,

E d’un nero profondo,

Resta negli occhi quando

Nel letto mi nascondo.

 

Mi rifugio nel tuo seno,

Dove ti canta il cuore,

Dove le vere notti

Sussurran con ardore.

 

(1933)

 

XIII

 

Le betulle del cimitero velano

Come di spuma il nero pizzo del borgo,

Le tombe giacciono come premesse

Da cui son tratte già le conseguenze.

 

Avvolte nei morti capelli dell’erba,

Intorno – croci abbattute o inclinate,

E al centro un crocifisso – trampoliere

Che sugge alla terra la putrida forza.

 

Appassendo si raggrinzano le foglie,

Mutando la seta in ruvida tela,

Mi spaventa oggi questo squallore,

Invero necessario, ma inutile.

 

Voglio infrangere tutti quei : “ricordi?”

Mischiare le nubi che corrono scialbe,

E, abbandonato il deserto cimitero,

Raccogliere tutte le mie forze – per lui.

 

(1933)

 

XV

 

Nell’aria il profumo d’una canzone,

Il mondo tutto in trasparenza,

Le rondini come ottave di note

Gridano il loro “i” spagnolo.

 

Le nubi temono e si rallegrano

E in cerchio volano lontano.

E il sole appende sui rami, a ghirlande,

Il rimpianto di primavera.

 

Al crepuscolo piove giù il violetto,

Lento torna il fresco vetroso,

La notte scende nera e felice

Sul rigonfio specchio dell’acqua.

 

Gli scarabei come versi ronzano –

Denso basso di scherzi fruscianti,

E un’iride di aromi avvolge

L’acqua, la primavera, la notte e la morte. (1933)

 

 

XXXII

 

                                            … il cielo stellato sopra di me,

                                            il comando morale in me…

                                                                                           I.K.

Vedo ogni notte l’abisso nereggiante

           Sopra di noi,

Il cielo immenso col turbinio delle galassie,

           Tremolanti di stelle.

 

Sbigottisce di paura la profondità eterna,

           La nera conca di Dio,

Nel vortice della creazione s’è polverizzata

           La lattea via solare.

 

Ma uno sgomento più grande mi prende

            Quando guardo dentro di me,

La criniera spumeggiante delle orbite disordinate

             Il mio io scuote.

 

Là non turbinano le galassie, i semi

              D’innumerevoli nascite,

Ma la notte smisurata, senza fondo e nera,

              O Immanuel!

 

(1933)

 

Preghiera

 

Ah, voi già sapete, o miei morti,

Com’è duro accomiatarsi dall’orribile mondo,

Guardare con amore e serrare gli occhi,

Verso il nulla salpare con l’immagine del sogno.

Affezionarsi alla vita che uccide,

Portare con sé per sempre il colpo mortale,

E sotto la palpebra della tomba assonnata

Vedere la violenta inesorabile morte.

O amico, ucciso sulla soglia di casa

E straziato dalla folla furiosa,

E tu, morto alle porte della patria,

Figlio non nato della libertà,

E tu avvolta, come in un serto nuziale,

Nel velo dell’etere e nel profumo dei lillà,

Per tutta l’eternità racchiusa nella bara,

Per tutta l’eternità gettata nella sabbia,

Insegnate, vi prego, a un uomo malvagio

Come deve scongiurare, supplicare il mondo,

Perché gli perdoni i peccati e la grettezza,

Perché lo commuova con l’eternità come con una lacrima,

Come si può confrontare la meschinità quotidiana

Con la vela della morte, con la nave dei sogni;

Come questo orrore che vedo ogni giorno

In me – mutare nel profumo dei cieli,

Come le catene del corpo, che tanto amo,

Spezzare nella lotta in cui dovrò cadere,

E tutto l’orgoglio sottomettere all’umiltà,

Tutta l’umiltà venerare come un fiore.

 

O voi, morti nel più semplice dei modi,

Una morte semplice impetrate per me.

 

(1937)

 

V

 

A Parma non ci sono viole parmensi

Fluenti come un fiume celeste,

Simili alle vesti delle ragazze,

Agli scialli con la goccia di brillante.

 

A Parma solo piccoli giardinetti

Incorniciati dall’esile rampicante,

E Verdi così riservato

E il parmigiano “stravecchio”.

 

E sotto la scura cupola del duomo

Le rose avvizzite,

Gli angeli che svolazzano in frotta,

Schiamazzando: “Correggio! Correggio!”

 

(1957)

 

 *  *  *

 

Dov’è quell’uccello

che correva per le aiole e stendeva

a ventaglio

la cresta di piume sulla testa

chiamando u-du, u-du?

 

Dov’è quel gatto

che passava sul balcone all’alba

ed esigeva che lo attendesse

l’insperata scodella d’argilla

con il latte?

 

Dov’è quel cane giallo

che campava affittando

il suolo di Stawisko (1)

per le nozze agli altri cani

e la cui furiosa richiesta

di un bel boccone spaventò così

Simone de Beauvoir?

 

Dov’è quella cara signora

di Roma che aveva nell’armadio

trenta cappellini

e che furtiva imboccava il cane

sotto un tavolo nella Trattoria

di via Frattina?

 

Dov’è quella dama

di sangue reale

che amava tanto farsi un goccio

al bar di Wròbel o di Langner

con quel simpaticone di Dygat

o di Mauersberger?

 

Dov’è quel giovane

così bello quando mentiva

e mentiva sempre?

 

Dov’è quella ragazza

che cantava con voce calda –

vsiò dlià tiebià (2)

vsiò dlià tiebià –

e mi guardava?

 

Sono morti, tutti morti, –

Non sapevi che sono tutti morti?

 

(1973)

(1) La tenuta del poeta

(2) Tutto per te (in russo nel testo)

 

Il cane di Siena

 

Sei invecchiato mio Trop

tu non giungerai mai a Siena

perfino sui nostri prati corri contro voglia

 

Io a Siena ho un “altro cane”

 

Ha le ali

gli occhi iridati

e mi mostra tutto il mondo tutto il mondo

come da un’alta vetta

 

solo che lui non mi ama

come te

e talora di notte morde

 

e poi a lungo ulula

così sottovoce

 

che in albergo nessuno lo sente

 

(1972)

 

 *  * *

                                              Quo pinus ingens albaque populus…

                                                                              (Orazio)

Pini, figli di Roma,

tronchi incrinati, specchi del tempo,

streghe che siedono

sui colli

e che sanno.

 

A volte parlano. Dicevano:

il tempo è sereno, il cielo azzurro,

la gente felice

e il conforto sta nel bello.

 

Un randagio preda dell’accalappiacani

sulla più bella piazza del mondo

e che così disperato guaiva

congedandosi dalla vita

 

nemmeno la bambina,

che così piangeva per il cane,

sapevano cos’è la bellezza,

e i pini non lo dicevano.

 

E neanche a me dicevano,

perché il mondo è così tremendo.

 

Luglio

 

Profumano i lugli – di Reymont

e gli usuali

i fossi colmi di schiuma di fiori

prodiga di miele

 

mucchi di segala rose dorate

tra plumbei nastrini – come una grata

fiumi piccoli fiumi grandi

Bzura Wrowa e Pilica

e Utrata

 

e i pioppi come fumaioli

e i fumaioli come pioppi

corrono i pali fratelli di latte

fra il trifoglio e le rape

attraverso i campi

 

le ombre blu scure

dove frusciano le betulle

e sommersi dal muschio

maturano già i mirtilli

 

l’asfalto si scioglie in celeste trina

intessuta di bagliori

e irresistibile ti trascina

in Polonia in Polonia

 

 

 *  *  *

 

Pigramente il baio tira

il mio carretto siciliano

 

ci ho caricato tutto

ciò che avevo sotto mano

ciò che tenevo in serbo

 

libri sospiri

questioni assai complicate

 

e sorrisi perché tutto

è trascorso

 

e s’è mutato in fiori

per te

 

e così ci trasciniamo al sole

che tramonta davanti a noi

 

il buon baio – carrettino siciliano

e i cani che abbaiano

 

perché già il giorno

s’è inchinato alla sera

 

 *  *  *

Ci ho caricato tutto

ciò che avevo sotto mano

ciò che avevo in serbo

 

versi carte lettere

tutto ciò che per te

ho sofferto

 

tutto ciò che ho celato

nella mia vita segreta

 

tutto per te

perché tu dicessi

 

come in quel film

soltanto una parola

g r a z i e

 

e perché io rispondessi

come in quel film

soltanto

 

p r e g o

 

 (C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata

 

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “Jaroslaw Iwaszkiewicz (1894-1980)”

  1. almerighi novembre 13, 2014 a 2:23 pm #

    Complimenti a Lei, Signor Statuti per la ricerca filologica, la traduzione e l’interpretazione di questo interessantissimo poeta a me sconosciuto. Grazie di cuore.

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