Czeslaw Milosz

1 Feb

 

 

 

 

 Czesław  Miłosz  interpretato da Paolo Statuti

 

 

Czeslaw Milosz

 

Salda notte…

 

Salda notte. Non sfiorerà il tuo volto

né fuoco di labbra, né ombra furtiva.

Nelle tenebre del sogno t’ascolto

e splendi così, come giorno che arriva.

 

Tu sei la notte. E amandoti la mia mente

ha previsto il destino e i futuri lutti.

Fuggi il volgo, e la gloria verrà rasente

e annegherà la musica nei flutti.

 

variante di questa strofa:

[ Tu sei la notte. Nel tuo amoroso amplesso

la sorte e le future lotte ho indovinato.

Fuggi il volgo, e la gloria verrà da presso

e sprizzerà la musica come vetro pestato. ]

Forti son gli ostili, e il mondo è troppo stretto

e tu, o amata, fedele gli resti.

Di sambuco sull’acqua un rametto,

spinto dal vento da ignote foreste.

 

C’è tanto senno, e non femminea clemenza

nelle tue fragili mani, o Peritura.

Sulla fronte lo splendore della scienza:

luna nascosta, non ancora matura.

 

(1934)

Elegia

 

Non con l’eterno oblio, non con la memoria o il chiasso

di città, non con la nebbia dei monti il mondo ti darà pace.

Finché dopo anni di lotte una croce oppure un masso,

ove  un uccello come sui resti di Troia canterà fugace.

Amor, cibo, bevande ci seguono lungo la strada,

ma non verso di loro l’acuto sguardo è rivolto.

Le pesanti palpebre brucia la luce spietata

e sommesso il tempo avverte, prima di passar sul corpo.

Gentili animali fedeli, l’effimera gente

invano strappano le mani nell’estasi rapprese.

E da terra una voce si leva: ombra, nostro erede,

ti avremmo forse chiamato sì a lungo per niente?

(1935, Parigi)

 

Frammento

Sorella, dammi dell’acqua e perdona se ho peccato,

La tua cornetta abbaglia come le Alpi all’alba,

E sulle sue falde si stendono ombrose vallate,

A destra la terra di Tur, a sinistra Ghilead.

Tu hai occhi ebrei, io sono Slavo, la rabbia

Del mondo caparbio ci ha colpito e sconfitto. Tendi

E con la mia fronte incontra le tue mani lievi,

Ancora dinanzi a me la musica si levi

Dei cani di campagna, dei tintinnanti armenti.

Chiudi la finestra, là fuori Giunoni germane

Saltano nel mio fiume turbando del fondo la quiete,

Ove prima era solo il pescatore e la sua rete

Nel volteggiare intorno di rondoni e capineri.

Neri, bellici carri le pasture hanno solcato,

Volano i vessilli fiammanti e balena arrossato

Il muro del letto, e vibran sul tavolo i bicchieri.

Non andartene, resta con me. Poiché m’è parso

Un giorno, che il cuore diventasse di sasso

E che tra le lenzuola ormai un altro giacesse,

Pur ferito gravemente, grande e bambinesco,

E una suora di carità con lo sguardo socchiuso

Filasse lunghi fili dalle nubi come da un fuso.  

 (1935, Parigi)

 

Campo de fiori

A Roma in Campo de Fiori

Ceste di olive e limoni,

Selciato con spruzzi di vino

E con schegge di fiori.

Frutti rosati di mare

Ammassati sui banchi,

Bracciate d’uva nera

Sulle pesche vellutate.

Proprio su questa piazza

Fu arso Giordano Bruno,

Il boia accese il rogo

Fra il popolino curioso.

E appena il fuoco si spense,

La folla tornò a bere,

Ceste di olive e limoni

Sulle teste dei venditori.

Rammentai Campo de Fiori

A Varsavia presso la giostra,

Una chiara sera d’aprile,

Al suono d’una gaia orchestra.

La musica soffocava

Gli spari dal ghetto,

Volavano le coppie

Alte nel cielo terso.

A tratti il vento alle fiamme

Strappava neri aquiloni,

E la gente ridendo

La fuliggine afferrava.

Gonfiava le gonne alle ragazze

Quel vento dalle case in fiamme,

Scherzavano liete le folle

Nella domenica festosa.

Si dirà che la morale

E’ che a Varsavia o a Roma

La gente si diverte, ama

Incurante dei martiri sul rogo.

Oppure si vedrà la morale

Nella fugacità delle cose

Umane, nell’oblio che nasce

Prima ancora che il fuoco cessi.

Io invece pensavo allora

A quelli che muoiono soli,

Pensavo che quando Giordano

Salì su quel patibolo,

Non trovò nella lingua umana

Nemmeno una parola

Per dire addio all’umanità,

L’umanità che restava.

Già correvano a ubriacarsi,

A smerciare bianche asterie,

Ceste di olive e limoni

Recavan nel gaio brusìo.

E lui era già distante,

quasi fossero secoli,

La sua scomparsa nel fuoco

Essi attesero appena.

Di questi morenti, soli,

Già obliati dal mondo,

Anche la lingua ci è estranea,

Come lingua d’antico pianeta.

Finché tutto sarà leggenda

E allora dopo tanti anni

Nel nuovo Campo de Fiori

Un poeta accenderà la rivolta.

(1943, Varsavia)

 

Il popolo

Il più puro dei popoli quando li giudica il bagliore dei lampi,

E’ spensierato e scaltro nell’ardua quotidianità,

Senza pietà per le vedove e gli orfani, senza pietà per i vecchi,

Ruba di mano a un bimbo una crosta di pane.

Sacrifica la vita per attirar sui nemici l’ira dei cieli

E col pianto degli orfani e delle donne li sconfigge.

Il potere affida a gente con occhi da mercante di gioielli,

Offre onori a gente con l’anima d’un gestore di bordelli.

I suoi migliori figli resteranno sconosciuti,

Appariranno una volta sola per morir sulle barricate.

Le amare lacrime di questo popolo tagliano il canto a metà,

E quando a un tratto il canto tace, si gridano facezie.

Negli angoli delle stanze l’ombra si ferma additando il cuore,

Dietro la finestra ulula un cane a un invisibile pianeta.

Popolo grande e invincibile, popolo beffardo,

Che riconosce la verità senza parlarne.

Bivacca nei mercati, tratta con le burle,

Smercia vecchie maniglie rubate nelle rovine.

Popolo coi berretti gualciti, con tutti i beni in un fagotto,

Che cerca dimore ad occidente e nel meridione.

Non ha città né monumenti, né scultura, né pittura,

Trasmette di bocca in bocca solo la voce e i presagi dei poeti.

L’uomo di questo popolo, chino sulla cuna del figlio,

Ripete parole di speranza, sempre tuttora vane.

(1945, Cracovia)

 

 

A Jonathan Swift

A te mi rivolgo, o decano,

E i tuoi buoni consigli imploro.

Per un incontro così strano

Non mi ornerò di alcun decoro.

Vedo l’oceano verdeggiante

Sferzare gli scogli ben saldi,

Sopra dita di spuma bianche

Le isole come smeraldi.

Oltreirlanda il masso amaranto

E cangiante della torbiera,

Nelle case – del gufo il canto

Per l’umile pasto della sera.

Guizza la parrucca d’argento

E dalla penna una mappa scorre

Per l’arte e per l’insegnamento.

Mai stando all’idea che ricorre.

Nella mappa, in ciò ch’è tracciato,

La mia nave non s’è sperduta.

Brobdingnag ho visitato

Senza trascurare Laputa.

Degli Jahu ho visto la gente

Cui la propria merda è diletta,

Nel timor servile vivente

Progenie di spie maledetta.

In fasi affatto ineguali

La mia vita s’è frantumata ,

Nel cuore il sale dei fortunali

Ma ancor non è tutta svotata.

Dell’accecamento misterioso

Sugli occhi non ho messo le bende.

E un franco sdegno furioso

Irraggia il dover che mi attende.

Tu puoi indicarmi, o decano,

Come si crea quel fluido raro,

Come oltre all’inchiostro rimane

Un di più in fondo al calamaro.

Del tuo tempo svelami il volto,

Perché io non faccia una figura oscena

Come fa chi dell’uomo parla molto

E solo in sogno guaisce appena.

Il Principe dei suoi versetti

Si degna di volere adulatori

E piegano i loro culetti

I cortigiani Whigs e Tories.

Il Principe, o decano, sbaglia spesso

Pur se ragione e forza arreca.

Con un soffio dalla gloria verrà messo

Nell’inferno d’una cartoteca.

Il gufo, il tuo tetto scarno,

La notte che sparge la pioggia,

Duran più dei prìncipi di marmo

E d’ogni lusinghevole foggia.

Ancor oggi la tua voce detta:

La cosa umana non è ultimata.

Chi dice che la storia è perfetta

Muoia di morte disarmata.

Coraggio, o figlio. Tu guiderai

La buffa flotta sui mari agitati

E i falli degli stati-formicai

Saran dalle nubi lapidati.

Finché il cielo sarà e l’uomo

Per nuove città prepara uno scalo.

Oltre a questo non c’è perdono.

Cercherò di farlo, o mio decano.   (1947, Washington, D.C.)

A Tadeusz Różewicz, Poeta

Concordi nella gioia sono tutti gli attrezzi

Quando il poeta varca il giardino della terra.

Quattrocento fiumi azzurri hanno lavorato

Alla sua nascita e il baco da seta

Ha ordito per lui i suoi lucenti nidi.

L’ala d’una mosca, il muso d’una farfalla

Si son foggiati pensando a lui

E l’alto edificio del lupino

Gli ha schiarato la notte ai margini del campo.

Or dunque gioiscono tutti gli attrezzi

Racchiusi negli scrigni e nelle giare del verde

Aspettando il suo tocco per risonare.

Lode alla parte del mondo che genera un poeta!

La sua fama corre lungo le acque costiere

Ove nelle brume sonnecchiano i gabbiani

E oltre ancora, là dove ondeggiano le navi.

La sua fama corre sotto la luna montana

E addita il poeta dietro il tavolo

Nella gelida stanza, in una città ignota,

Mentre l’orologio della torre suona le ore.

La sua casa è in un ago di pino, nel grido d’un capriolo,

Nello scoppio delle stelle e dentro il palmo umano.

L’orologio non misura i suoi canti. L’eco

Come in una conchiglia l’antica età del mare

Non ammutisce mai. Egli perdura. E possente

E’ il suo sussurro che sorregge gli uomini.

Fortunato il popolo che ha un poeta

E nelle sue fatiche non procede in silenzio.

Soltanto i retori non amano il poeta.

Seduti su scanni di vetro svolgono

Lunghi rotoli, chilometri di generosità.

E intorno rintrona il riso del poeta

E la sua vita che non ha confine.

Sono adirati. Sanno che il loro seggio andrà in frantumi

E là dove sedevano non crescerà

Nemmeno un fuscello. Un cerchio di zolfo bruciato,

Rossa, arida polvere schivata anche dalle formiche.

(1948, Washington D.C.)

 

 

 

 

Quando dicevo il vero…

Quando dicevo il vero, sprezzanti risi di ratti giornalistici

Strizzandomi l’occhio cercavano di dirmi: abbiamo capito.

E per anni potei soltanto serbare il disprezzo,

Consapevole che sarà loro l’ultimo trionfo,

Perché hanno avuto a turno ciò che volevano:

A ciascuno la sua razione di nullità.

(1962)

 

Orfeo e Euridice

 

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso

dell’Ade

Orfeo era piegato dal vento impetuoso,

che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse

di nebbia,

si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto

ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

 

Si fermò davanti alla porta a vetri

incerto

se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

 

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo

buono”.

Non lo credeva molto. I poeti lirici

hanno di solito, pensava, un cuore freddo.

E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte

si ottiene in cambio di tale imperfezione.

 

Soltanto il suo amore lo riscaldava,

lo rendeva umano.

Quando era con lei, diversamente pensava di sé.

Non poteva deluderla, adesso che era morta.

 

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,

di ascensori.

La luce livida non era luce, ma oscurità

terrestre.

I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.

Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,

sempre più giù.

Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi

nel  Nessunluogo.

Sotto migliaia di secoli rappresi,

nel cenerume di putrefatte generazioni,

quel regno sembrava senza fondo e

senza fine.

 

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.

Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.

Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa

e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.

Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.

Guardavano altrove, indifferenti a lui.

 

Come sua difesa aveva la lira  a nove corde.

Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,

che addormenta tutti i suoni col silenzio.

La musica lo dominava. Allora era remissivo.

Si arrendeva al canto imposto,

in estasi.

Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

 

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.

Persefone, nel suo giardino di peri e meli

seccati,

nero di nudi rami e di grumosi

rametti,

e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.

Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel

verde.

L’acqua fumante di un riflesso rosato.

I colori: cinabro, carminio,

siena bruciata, azzurro,

i piaceri di nuotare presso

gli scogli di marmo.

Il convito sulla terrazza nel chiasso

del porto dei pescatori.

Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,

delle mandorle.

Il volo della rondine e del falco, il solenne

volo di uno stormo

di pellicani sul golfo.

Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.

Cantava che componeva le sue parole contro

la morte

e che nessuna sua rima lodava il nulla.

 

Non so, disse la dea, se tu l’ami,

ma sei giunto fin qui per riprenderla.

Ti sarà restituita. A una sola condizione.

Non ti è permesso parlarle. E sulla via

del ritorno

di voltarti, per vedere se ti

segue.

 

Ermes portò Euridice.

Il suo volto era diverso, affatto grigio,

le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.

Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano

della sua guida. Ah, come voleva pronunciare

il suo nome, svegliarla da quel sonno.

Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato

la condizione.

 

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,

il battito sonoro dei sandali e quello tenue

dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.

Il sentiero in salita era fosforescente

nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.

Si fermava e restava in ascolto. Ma allora

anche essi si fermavano, una fievole eco.

Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,

una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.

Sotto la sua fede cresceva il dubbio

e lo avvolgeva come freddo convolvolo.

Non sapendo piangere, piangeva per la perdita

delle speranze umane nella rinascita dei morti,

perché adesso era come ogni mortale,

la sua lira taceva e sognava senza difesa.

Sapeva di dover credere e non sapeva

credere.

E a lungo doveva durare l’incerta veglia

dei propri passi contati nel torpore.

 

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce

sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.

E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò

la testa,

dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

 

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.

Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!

Come vivrò senza di te, o consolatrice!

Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio

delle api.

E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

 

 Il senso

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.
Letture che richiamano il vero significato.
Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.
Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.

Ma se non c’è la fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio
Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
Si susseguono non curandosi del senso
E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?

Se così fosse, resterebbe tuttavia
La parola una volta destata da effimere labbra,
Che corre e corre, messo instancabile,
Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie
E protesta, chiama, grida.

 

Ars poetica?

 

Ho sempre desiderato una forma pù capiente,

che non fosse né troppo poesia né troppo prosa

e permettesse di capirci non esponendo nessuno,

né l’autore né il lettore, a sublimi tormenti.

 

Nell’essenza stessa della poesia c’è un non so che di sconveniente:

nasce da noi una cosa che non sapevamo fosse in noi,

quindi battiamo gli occhi come se saltasse fuori una tigre

e immersa nella luce si sferzasse i fianchi con la coda.

 

Perciò giustamente si dice che la poesia sia dettata dal daimonion,

anche se è esagerato affermare che sia di sicuro un angelo.

Difficile dire da dove nasca l’orgoglio dei poeti,

se spesso si vergognano che si veda la loro debolezza.

 

Quale uomo ragionevole vorrà essere una città di dèmoni,

che fanno i padroni in casa sua, che parlano molte lingue,

e come se non bastasse loro di rubargli bocca e mano,

provino per propria comodità a cambiargli il destino?

 

Poiché oggi è apprezzato ciò che è morboso,

qualcuno può pensare che io stia scherzando

o che abbia scoperto un modo nuovo

di elogiare l’Arte tramite l’ironia.

 

Un tempo si leggevano soltanto saggi libri

che aiutavano a sopportare dolore e infelicità.

Ciò tuttavia non è come guardare mille

opere provenienti da una clinica psichiatrica.

 

E inoltre il mondo non è come ci sembra che sia

e noi siamo diversi da come ci vediamo nel nostro delirio.

La gente quindi mantiene una taciturna integrità,

guadagnandosi così il rispetto di parenti e vicini.

 

Scopo della poesia è quello di rammentarci

come sia difficile restare la stessa persona,

perché la nostra casa è aperta, la porta è senza chiave

e invisibili ospiti vanno e vengono.

 

Ciò di cui qui parlo non è affatto poesia.

Perché i versi si possono scrivere di rado e malvolentieri,

con una insopportabile costrizione e solo sperando

che non i cattivi ma i buoni spiriti ci scelgano come loro strumento.

 

 

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

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