La pittura di Paolo Statuti

20 Gen

Salvatore Maresca Serra

PAOLO STATUTI – Il pittore della Natura ritrovata tra i versi

I dipinti di Paolo Statuti, incisivi ed evanescenti a un tempo, lasciano (felicemente) trapelare il sottile equilibrio che lo spettatore della Natura deve possedere quando e dove se ne faccia invece autore: nei luoghi della memoria, dell’evocazione, – quindi – della trasfigurazione dell’Arte.

Non è certamente un caso percepire questo equilibrio semantico di fronte alle forme e ai colori dello Statuti, che concentra oppure moltiplica – nello slancio della sintesi poetica – il loro rincorrersi, compenetrarsi, incontrarsi nella formulazione di una euritmia, a tratti onirica ma sempre fruibile dallo spettatore, quasi che le tonalità delicate dei fiori, le architetture degli alberi rigogliosi, i loro volumi plastici statuari, e così le luci calde – spesso africane – e le tenui ombre colte nei tramonti, i riflessi del cielo e dei prati, tutto – o meglio – “il tutto” sia soggiogato geneticamente da un’autentica ispirazione  che ne riveli il cosmo lirico, quale elemento centrale dell’opera dell’artista.

Alla luce di questa breve premessa, risulta ancor più lampante che Paolo Statuti sovrappone e intreccia versi, quindi scansioni musicali, ai ritmi del reale-naturale affinché le immagini si animino di umano pathos e, cristallizandosi nella memoria, conservino intatto il rigore primigenio del loro essere.

Ogni dipinto mantiene intatta la vibrazione del momento vissuto, generandola in sé. Le sue sono opere che vanno guardate nell’intimo, anche al di là della raffigurazione stessa. E in queste opere la Natura non la si trova, bensì la si ritrova cercandola tra gli accenti musicali propri dell’Autore.

Paolo Statuti – di fatto – è un pittore post-impressionista che è dominato-illuminato dall’aspirazione ad un neoespressionismo soft, malleabile da quell’equilibrio di cui è dotato, tra rigore e mimesi ispirativa.

Nelle sue pennellate possono riaffiorare alcuni segni di Monet, Manet, Pissarro, ma anche talvolta atmosfere che hanno ipotizzabili gradi di familiarità con Henri Rousseau “Il Doganiere”, o che ce lo suggeriscono in una visione ampia e, per questo, maggiormente rarefatta ma presente. In particolare, ciò che io vi trovo di evocativo di Rousseau in Statuti, è l’atmosfera della fiaba: per il Doganiere una fiaba popolare dominata da una infinita varietà di sfumature dei verdi – sul piano pittorico; per Statuti una fiaba poetica e personale, dove la visione del verde viene proposta con una tavolozza volutamente “povera ed essenziale”, implicitamente minimal, elemento – quest’ultimo – che lo affranca (per così dire) definitivamente dalle reminiscenze impressioniste. Assieme all’assenza pressoché globale della prospettiva aerea, intendendola come un “superamento” poetico della stessa.

Piuttosto, la scelta di mescolare alle pennellate un palpabile silenzio, ce lo rende carico di simboli implicitati, e tutti votati alla trasfigurazione del presente. Voglio dire: questo pittore sa e descrive con consapevolezza lo spessore – umano – delle cose che appartengono all’attimo. E sappiamo bene che l’Arte, e così la vita, sono entrambe fatte di attimi infiniti, e che la nostra capacità creativa riesce sempre a modificarne e ad arricchirne la memoria, e – tutto questo, tanto più in Paolo Statuti – è connaturato alla sua identità di poeta, oltreché di pittore.

Edgar Degas ebbe a dire d’essere “un dilettante” della pittura. Lo motivò quindi affermando che “solo attraverso il proprio diletto si può produrre Arte”.

In Paolo Statuti questa sembra essere la regola aurea, ma anche la divina proportione.

Roma, 14 luglio 2010

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Una Risposta to “La pittura di Paolo Statuti”

  1. antonio sagredo novembre 26, 2012 a 3:46 pm #

    mi piacerebbe posseder/avere quel quadro dove è dipinto un recinto di neve sommerso dalla neve

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