Aleksandr Blok – I dodici

13 Gen

Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento (M. Gorkij)

“Oggi mi sento un genio” – così disse Aleksandr Blok, solitamente modesto, terminando il suo poema “I dodici”, il 29 gennaio 1918.

   Aleksandr Blok – il più grande poeta simbolista russo – nacque a Pietroburgo nel 1880. Esordì con il ciclo Ante lucem (1898-1900), di cui facevano parte poesie pubblicate più tardi nel volume Versi sulla Bellissima Dama (1905). In questi versi Blok, seguendo le dottrine del poeta filosofo Vladimir Solovjov (1853-1900), canta la quintessenza umana della femminilità eterna, invoca la Sposa celeste in un rapimento estatico, saturo di sensualità, di teneri sospiri, di sensazioni ineffabili.

   Il fallimento della rivoluzione del 1905 infranse nel poeta le speranze di un rinnovamento spirituale e politico della società, e a partire dal 1906 la sua voce rivela delusione e amarezza. L’ironia, unita a un sentimento di rivolta e di insofferenza, trova posto nella sua anima ormai libera dall’estasi e dai sogni giovanili.

   Nel dramma La baracca dei saltimbanchi, rappresentato a Pietroburgo nel 1906, egli deride con spietato sarcasmo, in un susseguirsi di immagini grottesche ed illusorie, le sue precedenti esperienze mistiche.

   Nei versi del ciclo Il mondo terribile, la Sposa celeste è ormai una creatura terrena, una prostituta. Pietroburgo è uno squallido aggregato di bettole fumose e sporche, di vecchi straccioni mendicanti, di vagabondi, di relitti alla deriva. Nel dramma La sconosciuta il sacro tempio si trasforma in una casa di tolleranza.

   L’amore ideale, nebuloso, ormai svanito, lascia il posto all’amore per la Russia, che egli vede come entità concreta e divina, come una creatura sofferente.

   “La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica”, scriveva alla madre nel 1909, ed aggiungeva: “Qualunque cosa accada, essa resterà sempre la Russia dei sogni”.

   Da questo amore, dall’entusiasmo suscitato in lui dagli avvenimenti del 1917 e soprattutto dalle giornate di Ottobre, nacquero due poemi: I dodici e Gli Sciti, entrambi scritti nel gennaio 1918.

   Blok sentì la “musica” della rivoluzione, presagì l’ineluttabilità del cataclisma che avrebbe spazzato via tutte le ingiustizie del “mondo terribile”, del vecchio mondo. Nei “Dodici” sono mirabilmente amalgamate le emozioni ed i presentimenti dell’imminente lotta sociale. Nei giorni in cui lavorava a questo poema, il poeta incontrò alcuni noti esponenti del partito comunista e così si espresse: “A voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi”.

   A confermare il carattere “sacro” della rivoluzione appare in chiusura l’immagine del Cristo, quasi in contraddizione con tutto il contenuto del poema. Cristo che avanza davanti alle dodici guardie rosse, simboleggianti gli apostoli, è un puro simbolo poetico che sta ad esprimere la benedizione etico-religiosa della rivoluzione da parte del poeta. Tutto il poema è in movimento continuo, movimento irrefrenabile che ha un’unica direzione: “Avanti!”. La ricchissima gamma di contrasti lessicali, la sequela di immagini come lampi al magnesio, le dissonanze, gli elementi polifonici che si fondono in un’armonia superiore, tutto ciò concorre a creare quel ritmo incalzante, terribile, continuo e che si fa particolarmente solenne nelle strofe finali. In questa creazione il genio musicale e pittorico di Blok raggiunge il vertice.

   In seguito, passato l’ardente entusiasmo dei primi mesi della rivoluzione, oppresso e deluso dall’arido e pedantesco apparato burocratico che lo circondava, avvilito da difficoltà ed incomprensioni, il poeta si abbandonò ad un cupo pessimismo. Stanco e isolato si spense il 7 agosto del 1921.

 

Jurij Annenkov: I dodici (Riproduzione di Paolo Statuti)

I dodici

 

Traduzione di Paolo Statuti

 

1

Buia sera.

Neve bianca.

Che vento!

Le gambe piega.

Che bufera –

Sulla terra intera!

 

Di neve e vento

Un girotondo.

Ghiaccio è il fondo.

Bufera maledetta!

Ogni passante

Scivola – ah, poveretta!

 

Tra due case

Una fune si tende.

Sulla fune – un cartello:

“Tutto il potere alla Costituente!”

Una vecchia piange – ahimé,

Non capirà mai perché

C’è quel cartello.

Che spreco con quel telo –

Quante pezze per i piedi dei ragazzi,

Spogliati e scalzi…

 

La vecchia, come una gallina,

Ha saltato un mucchio di neve.

– Oh, Benedetta Madonnina!

– Coi bolscevichi la vita è breve!

 

Punge il vento!

Gelo maledetto!

Un borghese al crocevia

Ha il naso nel colletto.

 

E questo chi è? – Lunghi i capelli

Parla a voce bassa:

– Traditori!

– La Russia al Creatore! –

Forse un letterato –

Un oratore…

 

E là con la zimarra –

In disparte vi tenete…

Passata è l’allegria,

Compagno – prete?

 

Ricordi com’era?

Sulla pancia sporgente

La croce splendeva

Per la gente…

 

Là una dama impellicciata

Verso un’altra s’è voltata:

– Ah, quanti pianti, quanti pianti…

Ma è scivolata

E – paff – che sederata!

 

Ahi, ahi!

Titatemi su!

 

Vento allegro,

Spietato e contento.

Rivolta i lembi,

Sferza i passanti,

Strappa, sbatte

Un grande cartello:

“Tutto il potere alla Costituente”…

E le parole porta:

…Da noi c’è stata una riunione…

…In questo androne…

…Abbiam discusso –

Abbiam deciso:

Dieci – per un’ora, venticinque – per la notte…

…Di meno – non accettare…

…Andiamo a riposare…

 

Tarda sera.

La strada s’è svotata.

Un vagabondo

Ha la schiena piegata,

E sibila il vento…

 

Ehi, pezzente!

Vieni qua –

Baciamoci…

 

Pane!

Chi va là?

Passa!

 

Cielo, cielo nero.

Rabbia, triste rabbia

Bolle in petto…

Rabbia nera, rabbia santa…

 

Compagno, bada!

Attento!

 

2

Passeggia il vento, vola la bufera.

Va dei dodici la schiera.

 

Le nere cinghie dei fucili,

Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…

Berretto sgualcito, tra i denti – un mozzicone,

Sembran fuggiti dalla prigione!

 

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

 

Tra-ta-ta!

 

Che freddo, compagni, che freddo fa!

 

– Vanja e Katja sono insieme…

– Nella calza i soldi tiene!

 

– Ricco Vanja è diventato…

– Era con noi, adesso è soldato!

 

– Vanja, figlio di puttana, suvvia,

Prova a baciare la mia!

 

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

Katja con Vanja è occupata –

Ma che fa, che fa?…

 

Tra-ta-ta!

 

Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…

A tracolla i fucili…

 

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

 

Compagno, coraggio, il fucile agguanta!

Spariamo sulla Russia Santa –

 

Vetusta,

Contadina,

Satolla!

 

E la croce via di qua!

3

Oh partirono i ragazzi,

Per servir la guardia rossa –

Per servir la guardia rossa –

E finire in una fossa!

 

E tu, amara sventura,

Vita gentile!

Lacero il cappotto,

Austriaco il fucile!

 

Per la sorte dei borghesi

Mille fuochi sono accesi,

Fuoco e sangue nel cuore –

Oh, proteggici, Signore!

 

4

Neve. Grida il vetturino,

Vanja con Katja vicino –

La luce del fanale

Sulle stanghe…

Ah, ah, crepa!…

 

Nel cappotto militare

Un balordo egli pare,

Torce e alliscia senza sosta

il baffo nero,

E scherza a cuor leggero…

 

Vanja è così – forte e tenace!

Vanja è così – assai loquace!

La sciocca Katja abbraccia,

E a parlare attacca…

 

Getta indietro la testolina,

Denti come perline…

Oh, Katja, m’è sempre piaciuta

La tua faccia paffuta…

 

 

5

Sul tuo collo, Katja,

Lo sfregio d’un coltello.

Sotto il petto, Katja,

Hai un graffio novello!

 

Balla un po’, amore mio!

Che gambe, santo Dio!

 

Biancheria di pizzo portavi –

Portala ancora!

Con gli ufficiali trescavi –

Tresca, tresca anche ora!

 

Eh, eh, tresca adesso!

Il cuor sobbalza in petto!

 

L’ufficiale, Katja, rammenti –

Non evitò una coltellata…

L’hai scordato, accidenti?

La memoria s’è offuscata?

 

Eh, eh, non mentire,

Con te voglio dormire!

 

Ghette cenere avevi,

Solo dolci raffinati,

Tra i cadetti tu sceglievi –

Ora  scegli tra i soldati?

 

Eh, eh, pecca pure, dai!

Più leggera ti sentirai!

 

6

…Di nuovo passa come furia

Il vetturino: vola, urla, ingiuria…

 

Fermo! Andrjej, da’ una mano!

Corri dietro a quel marrano!…

 

Tra-tarara-ta-ta-ta-ta!

Quanta neve s’è levata!…

 

Scappa Vanja – il bellimbusto…

Alza il cane! Mira giusto!…

 

Tra-tarara! Or vedrai…

……………………………….

Le donne altrui più non avrai!…

 

E’ scappato! Aspetta, carogna,

Finirai in una fogna!

 

E Katja dov’è? – Morta ammazzata!

Ha la testa crivellata!

 

Katja, sei contenta? – Taci…

Come una bestia giaci!…

 

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

 

7

 

Va dei dodici la schiera,

Con passo deciso.

Il povero assassino

Nasconde il suo viso…

 

Più veloce, senza fiato

Corre come un ossesso.

Lo scialle sul collo annodato –

Mai più sarà se stesso…

 

– Oh, compagno, sei afflitto?

– Hai la faccia smarrita!

– Pjetja, sembri un relitto,

Vorresti Katja in vita?

 

– Oh, compagni, ricordate,

Quella pupa io l’amavo…

Notti buie, ubriache

Con la pupa io passavo…

 

– Con lo sguardo provocava,

Eran fuochi i suoi occhi,

Sulla spalla che mostrava

C’era un neo coi fiocchi!

Dietro a lei, povero me,

Mi son perso… ahimé, ahimé!

 

– Cane, vuoi sonare l’organetto,

Pjetja, sei forse una donnetta?

– O forse vuoi sputare

Tutto ciò che hai nel petto?

– Controllati!

– Sta’ dritto!

 

– Più nessuno ormai, fratello,

I tuoi mali curerà!

Oggi più grave è il fardello

Che ciascuno porterà!

 

E Pjetja ha rallentato,

Or più non s’affretta…

 

La testa ha sollevato,

Or di nuovo sembra lieto…

 

Eh, eh!

Goder non è peccato!

 

Serrate ben le porte,

Verran saccheggi e morte!

 

Aprite la botte –

Gli straccioni vanno a frotte!

 

 

 

8

Oh tu, amara sventura!

Noia mesta,

Funesta!

 

Il tempo

Passerò, passerò…

 

La testa

Gratterò, gratterò…

 

I semi

Sguscerò, sguscerò…

 

Il coltello

Userò, userò!…

 

Vola, passerotto borghese!

Il sangue voglio bere

Per la mia bella,

Per le ciglia nere…

 

Pace, Signore, per l’anima della tua schiava…

 

Noia!

 

9

Tace la voce della città,

Il gendarme più non cammina,

Tace la torre sulla Nevà –

Non c’è più vino in cantina!

 

Un borghese sta al bivio,

Cela il naso nel colletto.

Un pelo irsuto lo strofina –

E’ un mite cane reietto.

 

Come quel cane è affamato,

Tace, non fa domande.

Come quel cane, il vecchio mondo

Ha la coda tra le gambe.

 

10

E’ scoppiata la tempesta,

Ovunque sconquasso!

Non distingui più una testa

A distanza d’un passo!

 

Di neve un grande anello,

Di neve un mulinello…

 

– Gesù mio, che bufera!

– Pjetja, parla seriamente!

Da cosa t’ha salvato

Quel santume dorato?

Svegliati!

Libera la tua mente –

Di sangue sei macchiato,

Katja t’ha rovinato!

– Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

 

Avanti, avanti ancora,

Chi lavora!

 

11

…E vanno senza nome di santo

Dodici fanti.

Decisi sono a tutto,

Senza rimpianti…

 

D’acciaio l’armamento

Pel nemico nell’ombra…

I vicoli di pianto

La bufera inonda…

Nel soffice manto –

Lo stivale affonda…

 

Negli occhi ondeggia

Una bandiera.

 

S’odon passi

Nella sera.

 

Si desterà

Il feroce nemico…

 

La tormenta li inghiotte

Giorno e notte

Senza tregua…

 

Avanti ancora,

Chi lavora!

 

12

…Vanno con passo gagliardo…

– Esci dalla tua tana! –

Davanti – un rosso stendardo,

Infuria la tramontana…

 

Davanti – un cumulo gelato,

– Chi va là? Fuori, carogna!…

E’ solo un cane affamato

Che si gratta la rogna…

 

– Passa via, cane immondo,

O il mio ferro proverai!

Ti somiglia il vecchio mondo,

Passa via o perirai!

 

…Mostri i denti per la fame,

La tua coda nascondi,

Solo al mondo, senza pane…

– Chi va là? Ehi, rispondi!

 

– Chi è che regge lo stendardo?

– Oh, il cielo com’è scuro!

– S’ode un passo codardo,

Si cela dietro un muro.

 

– Fuggire ora che vale?

Meglio vivo restare!

– Ehi, compagno, finirai male,

Mi costringi a sparare!

 

Tra-ta-ta! – L’eco soltanto

Dalle case risponde…

La bufera ride intanto

Tra le candide sponde…

 

Tra-ta-ta!

Tra-ta-ta…

 

…E vanno con passo gagliardo,

Dietro – un cane affamato,

Davanti – con lo stendardo

Di sangue imbrattato,

Dai proietti risparmiato,

Con passo dolce e lieve

Tra mille perle di neve,

Il capo ornato di cisto –

Chi li guida? – Gesù Cristo.

 

 (C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata.

 

 

 

 

 

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7 Risposte to “Aleksandr Blok – I dodici”

  1. Benedetto agosto 4, 2012 a 9:53 pm #

    volevo chiedere alcune informazioni riguardanti la versione che diede de “I dodici” Carmelo Bene che in diversi punti ho riscontrato assai distante da questa. C’è nella versione beniana (mi riferisco allo spettacolo-concerto “Quattro diversi modi di morire in versi”) un adattamento del testo allo scopo di raggiungere una certa struttura metrica? sarei molto grato di alcuni chiarimenti anche perchè tra le versioni che Bene adotta c’erano quelle di A.M. Ripellino (per Majakovskij i.e.) autorevole traduttore.
    Grazie in anticipo

    • paulpoet agosto 5, 2012 a 5:34 am #

      Gentile Signor Benedetto, anzitutto grazie per l’attenzione rivolta al mio blog. Ho riascoltato il poema “I dodici” recitato da Carmelo Bene (tra parentesi a mio avviso in modo troppo sussurrato e poco urlato). Non so chi sia l’autore di questa versione (Ripellino?), ma Le confesso che ho riscontrato anch’io molte differenze con l’originale. Quando si traduce un testo così ritmico e rimato, gli scostamenti sono inevitabili, ma non bisogna esagerare. Ad esempio nella strofa 3 di Carmelo Bene c’è uno strano “sdruci nel mantello” mentre nella mia c’è semplicemente “lacero il cappotto” come nell’originale. Potrei elencare altre simili “esagerate” differenze, ma per non dilungarmi troppo Le dirò soltanto che nella mia versione, pur conservando ritmo e rime, sono rimasto quanto più possibile fedele al testo originale. Con l’occasione La invito a leggere il mio articolo “La traduzione della poesia” inserito in questo blog e le mie versioni delle poesie di Boris Pasternak, anch’esse nel mio blog, diverse da quelle di Ripellino uscite negli anni ’50, ma ancora considerate “definitive”, se non altro per una maggiore musicalità, dovuta soprattutto al mantenimento delle rime da parte mia. Con i miei più cordiali saluti.

  2. redpoz dicembre 12, 2012 a 1:49 pm #

    ho letto per la prima volta di questo poema leggendo Rigoni Stern e l’ho cercato per anni, da allora.
    finalmente trovato, l’ho letto immediatamente, pur senza aver gli strumenti letterali per comprenderlo appieno.
    ora mi sto ascoltando la sua recitazione di Carmelo Bene.

    spero comunque di leggere presto qualche altra opera di Blok, anche se temo siano altrettanto difficili da trovare….

  3. Luigi Rinaldi agosto 20, 2013 a 7:43 pm #

    Conoscevo “I Dodici” solo nella traduzione, credo classica, di Renato Poggioli (infatti Carmelo Bene recita quella versione, compresi gli “sdruci nel mantello”).
    Volendo fare un confronto con una traduzione diversa, dopo una breve ricerca in rete, ho trovato la sua.
    Il mio commento è laconico: “Bella, bella, bella”. Complimenti!
    Luigi Rinaldi

    • paulpoet agosto 20, 2013 a 8:06 pm #

      Grazie Luigi per il lusinghiero commento. La mia traduzione risale agli anni ’70, ma l’ho ritoccata circa due anni fa, prima di inserirla nel mio blog.

  4. Flaorea Virban febbraio 5, 2014 a 5:03 pm #

    Conosco la versione interpretata da Bene… bella anche la sua. Sarei curiosa di leggere la sua traduzione dell’altro poema, Gli Sciti… se possibile.
    Grazie,
    Floarea

  5. Pieruino Pasquotti ottobre 22, 2015 a 2:51 pm #

    XCoimplimenti1 Molto bella

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